Disarmare la cultura

Se vuoi la pace, prepara la pace. Intervista a Tommaso Greco.

 

“Mettere la pace al principio – all’origine – vuol dire, prima di ogni cosa, avere la possibilità di darle un fondamento solido, di ancorarla a un presupposto che riesca a sostenerla al di là del suo riferimento alla guerra. Un’operazione da condurre innanzitutto sul piano antropologico e sociologico, dal momento che possiamo sperare di portarla a compimento solo dando una chance a un’antropologia positiva che rappresenti la negazione di quel modello che vede nella guerra la condizione ‘naturale’ degli esseri umani; ma da condurre anche sul piano storico, perché è anche (o soprattutto) su una lettura unilaterale e presuntamente continuistica della storia che la visione ‘realistica’ fonda i suoi assiomi”

La guerra non è affatto inevitabile. Ne è fermamente convinto Tommaso Greco, ordinario di Filosofia del diritto all’Università di Pisa, che nel suo Critica della ragione bellica, dato alle stampe per la collana dei Sagittari Laterza, dimostra la necessità di pensare la pace come principio, smontando la teoria che vede nella guerra un fenomeno “naturale” e ineluttabile. Bisogna dunque non solo puntare alla pace, ma anche partire dalla pace. E il pacifismo giuridico può essere una via

Prof. Greco, cosa intende?

La ricerca della pace può e deve passare anche (forse principalmente) attraverso il diritto. A patto però di ripensare la natura e il ruolo che il diritto svolge nei rapporti tra gli Stati. Occorre rivedere la nostra convinzione che il diritto sia legato solo alle minacce e alle sanzioni e rilanciare l’idea che esso sia innanzitutto un modo di strutturare e curare le nostre relazioni, sia tra gli individui che tra gli Stati.

Per quanto possa contrastare con il senso comune, il diritto rappresenta la via affinché si stabiliscano relazioni basate sul reciproco riconoscimento e sulla fiducia. Prima della dimensione “verticale-sanzionatoria” esiste nel diritto una dimensione “orizzontale-fiduciaria”.

È l’idea che lei presenta nel suo lavoro del 2021, La legge della fiducia, nel quale elabora un “paradigma fiduciario”, dimostrando che elemento costitutivo del diritto è anche la fiducia e non solo la sanzione, cioè la forza. Vale anche nell’ambito delle relazioni internazionali?

Direi proprio di sì; vale anche per il diritto internazionale, non solo perché la questione delle relazioni e del riconoscimento in esso è centrale, e quindi occorre valorizzarla e farne tesoro al massimo grado, ma anche perché, come ogni altra forma di diritto, anche il diritto internazionale funziona prioritariamente non attraverso l’uso della forza, bensì in quanto coloro che hanno l’obbligo di fare qualcosa la fanno. Ed è esattamente questo che dobbiamo pretendere dai nostri governanti: che facciano funzionare le istituzioni internazionali, invece di delegittimarle continuamente.

Visti i tempi, potrebbero accusarla di essere un utopista.

Questa accusa scatta ogni qualvolta qualcuno si mette a contestare una certa lettura della realtà. Se vogliamo difendere la pace, il punto principale da sottolineare è proprio questo. Non si tratta di contrapporre il dover essere della pace alla realtà della guerra, ma di rivendicare la realtà della pace, qui e ora. Occorre rigettare la narrazione secondo cui la Storia e la realtà che conosciamo siano fatte solo di guerra e conflitto, egoismi e sopraffazioni. Nel mio libro cerco di confutare la premessa fallace di tutte le narrazioni odierne, in base alle quali la guerra, la distruzione, il conflitto sarebbero “naturali”, mentre la pace e la fiducia sarebbero irreali, e quindi irrealistiche. Come ha scritto efficacemente lo scrittore israeliano David Grossman, se si coniuga la pace solo al futuro essa diventa come un orizzonte «che più ti avvicini, più si allontana».

Ci spieghi meglio.

Noi viviamo una realtà che è fatta essenzialmente di pace, non di guerra. E questo vale per la maggior parte dei Paesi e dei popoli del mondo. Questo significa che la pace va custodita e curata, prima che costruita. Tra l’altro è ciò che ci chiede di fare l’articolo 11, che non a caso si trova nella parte iniziale della Costituzione, dove sono raggruppati i princìpi fondamentali della Repubblica. Esso indica nella pace non tanto un fine cui tendere, ma innanzitutto un principio da curare e applicare. Qualcosa che “sta all’inizio”, come ha spiegato molto bene Gustavo Zagrebelsky, e che perciò condiziona anche la scelta dei mezzi. Se la pace è un principio, allora dev’essere anche “in” principio, cioè una pre-condizione. In altre parole, occorre ricordare una cosa che molti fingono di dimenticare: l’articolo 11 ha pieno valore normativo e deve vincolare le scelte politiche dei legislatori e dei governi.

Anche di fronte a crimini di guerra e contro l’umanità?

Di fronte a certi orrori bisogna innanzitutto far funzionare le istituzioni che sono state inventate apposta perché quei crimini non avvenissero più o perché venissero sanzionati e puniti. Pensare che all’uso arbitrario della forza si possa e si debba rispondere con altra forza, magari pur essa arbitrariamente impiegata, è solo un modo per rafforzare l’adorazione della forza e rischiare di non uscire più dal suo circolo vizioso. Gli strumenti non mancano; e tra questi penso anche alle forme di lotta nonviolenta che la tradizione pacifista non ha solo elaborato e proposto ma anche sperimentato in più occasioni.

L’Onu è sempre più delegittimata…

L’Onu è delegittimata da coloro che oggi sono appunto gli adoratori della forza. Certamente andrebbe riformata, e su questo occorrerebbe un impegno forte dell’Europa. Ma non va dimenticato che è l’unico consesso mondiale in cui gli Stati si parlano, e dove è possibile tenere sempre in vita un tavolo di confronto e cooperazione. Il fatto che sia impotente è frutto proprio di coloro che di questa impotenza beneficiano. 

Un capitolo del suo libro è dedicato al trattato Per la pace perpetua di Kant. A differenza di altri commentatori, lei ritiene che possa costituire un’utile guida con suggerimenti pratici per agire, in un connubio virtuoso tra teoria e pratica.

Kant scrisse, immediatamente prima della Pace perpetua, un testo dedicato proprio al rapporto inscindibile tra teoria e pratica, e il suo trattato pacifista ne conferma in pieno gli assunti. Chi dice che si tratta di un trattato utopistico, o non lo ha capito o più probabilmente non vuole capirlo, perché le indicazioni di Kant valgono qui e ora, e sono preziosissime, come ho cercato di dimostrare nel mio libro. Basti ricordare la critica che Kant fa ai realisti, quelli che lui chiama i ‘moralisti politici’, i quali rendono impossibile il perseguimento della pace con il solo dichiararla impossibile da raggiungere. È innanzitutto questo il trucco che bisogna svelare e denunciare.

“E allora, per concludere, prendere sul serio il diritto, pretendere che venga preso sul serio, è uno dei compiti che dobbiamo svolgere per un futuro di pace. Così come la guerra è una cosa troppo importante per lasciarla solo ai militari, la pace è una cosa troppo importante per lasciarla solo ai generosi militanti del pacifismo (come vorrebbero coloro che ne sono i primi critici). La pace non è il frutto di un impegno di militanza che può riguardare poche minoranze, cui pure va riconosciuto il merito di aver fatto battaglie epocali e profetiche. La pace è l’elemento strutturale delle nostre convivenze, e come tale, ad ogni livello e da ciascuno, richiede di essere còlta e curata”.

 

L’articolo integrale è pubblicato nel sito di Mosaico di pace, nella sezione Mosaiconline.

 

 

 

 

 


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