Rifiutare la guerra: Maksim e Yurii, su fronti opposti ma simili.
Maksim e Yurii, due persone che vivono in luoghi diversi, parlano due lingue diverse, hanno vissuti diversi, eppure, nelle ultime settimane i loro due nomi sono stati più volte citati in comunicati stampa e appelli della società civile internazionale per chiedere la protezione della loro vita.
Non si trovano al fronte, tuttavia la loro esistenza è fragile e insicura e può essere tragicamente sconvolta come quella di milioni di persone – di civili – vittime delle guerre in corso dall’Iran al Sudan, da Gaza al Myanmar, dal Libano all’Ucraina, passando per il Congo.
Maksim e Yurii, sono un target, non di mirini di fucili (speriamo non lo siano mai) o di droni, ma della retorica bellicista e della propaganda militarista che soffoca ogni aspetto umano della vita degli individui e che procede secondo la (il)logica “del nemico” e “della sicurezza e difesa armata della nazione”.
Maksim è nato in Russia e ha servito un anno nell’esercito russo, occupandosi di edilizia militare, dopo aver completato gli studi in accademia nel 2002 ha lasciato l’esercito e ha continuato a svolgere la sua professione nel settore civile. Yurii, invece, è nato in Ucraina e nel 1998, al raggiungimento della maggiore età, mentre Maksim studiava all’accademia, ha dichiarato pubblicamente di essere un obiettore di coscienza al servizio militare e si è poi dedicato al conseguimento di un dottorato in legge.
Circa vent’anni dopo, entrambi si sono trovati su due fronti contrapposti di guerra quando la Russia ha aggredito militarmente l’Ucraina nel febbraio del 2022. Questo conflitto armato continua ancora oggi a mietere vittime e distruzione e a porre l’Europa dinanzi a un’altra “inutile strage”, come tante altre che si sono susseguite e continuano nonostante l’iniziale imperativo di non avere mai più guerre.
La guerra non è ineluttabile, è una decisione umana e la si fa con armi e soldati e, fintanto che questi due elementi saranno al centro degli investimenti dei Paesi, la guerra continuerà ad essere alimentata e rafforzata quale strumento di morte, sopraffazione e “risoluzione” delle controversie internazionali, proprio ciò che la Costituzione italiana esplicitamente ripudia all’articolo 11.
Maksim e Yurii non vivono in Italia e allo scoppio della guerra hanno dovuto fare (o rifare) una scelta. Maksim ha condannato l’atto di aggressione del suo Paese, un illecito internazionale condannato in modo chiaro e netto dalla comunità internazionale (questo illecito sì che è stato condannato! Altri, troppi altri, invece no) e ha unito la sua voce alle tante che hanno detto no e che per questo sono state perseguitate in patria. Maksim è dovuto scappare con la sua famiglia per cercare protezione all’estero ed è andato in Lituania dove ha chiesto asilo.
Migliaia di cittadini russi hanno lasciato il Paese in massa quando, nell’autunno del 2022, è stata proclamata la parziale mobilitazione, e chi può continua a farlo. Molti sono uomini che non vogliono essere mandati al fronte e prender parte a “un’operazione militare” che si è anche macchiata di crimini di guerra e contro l’umanità.
La Costituzione russa prevede la possibilità di fare obiezione di coscienza e di svolgere un servizio civile alternativo, ma con l’acuirsi del conflitto armato il reclutamento è diventato incessante e ha seguito anche vie non ufficiali e illegali come i tanti raid alle stazioni della metro o negli ostelli della gioventù delle grandi città di cui si sono avute notizie a partire dall’inizio del 2023.
La burocrazia è aumentata e la chiamata alla leva è diventata digitale, lasciando molti giovani nell’incertezza della propria posizione all’interno del sistema militare e l’impossibilità di sottoscrivere la domanda per svolgere il servizio civile alternativo. Prima dell’inizio della guerra le domande di servizio civile accolte erano pari circa al 40 % di quelle presentate, ora la percentuale, secondo i dati pervenuti dalla società civile, è di circa il 20%.
Al contempo sono stati riportati casi di reclutamento forzato (anche nei territori ucraini occupati) e di giovani leve costrette a firmare con l’esercito dei contratti che li rendono formalmente soldati volontari professionisti. Sono stati riportati anche casi di migranti, individui con cittadinanza non russa, che sono stati costretti al fronte con un contratto firmato senza averne potuto comprendere il contenuto.
Yurii, quando la Russia ha aggredito l’Ucraina, si è opposto alla guerra, ha fatto appello per la pace e ha sostenuto gli obiettori di coscienza. Ha rifiutato di sostenere la guerra e, motivato dalla nonviolenza, ha ribadito la sua obiezione. Il 3 agosto del 2023 ha subito una perquisizione nel proprio appartamento: gli sono stati requisiti diversi oggetti personali, quali computer e cellulare, ed è stato sottoposto agli arresti domiciliari, scoprendo che era stato aperto a suo carico, già l’anno prima, un procedimento penale con l’accusa di “presunta giustificazione dell’aggressione russa”, in base all’art. 436-2 (2).
L’indagine penale fa riferimento all’“Agenda per la pace”, un documento pubblicato quale segretario del movimento pacifista ucraino che condanna l’aggressione russa e fa appello alle autorità ucraine e poi alla comunità internazionale per porre fine alla guerra e ai suoi orrori.
Yurii non ha lasciato il suo Paese e ha continuato il suo impegno di difensore dei diritti umani. All’indomani dell’aggressione russa, in Ucraina è stato diramato il divieto per tutti gli uomini tra i 18 e 60 anni di lasciare il Paese e il diritto all’obiezione di coscienza è stato de facto sospeso, in grave violazione degli standard internazionali sui diritti umani. Non è stato possibile per nessun obiettore di coscienza lasciare il Paese legalmente. Il primo obiettore di cui si sono avute notizie è Vitaly Alekseenko, devoto protestante, che è stato anche incarcerato all’inizio della guerra e poi liberato grazie alla mobilitazione internazionale.
Nel corso dei quattro anni di guerra sono numerosi i casi di obiettori di coscienza nel Paese che sono stati criminalizzati, imprigionati e anche costretti al fronte. Anche in Ucraina, purtroppo, è stata registrata la pratica illegale di arruolamento forzato (noto come “busification”) e casi di tortura che hanno interessato anche obiettori, come riportato dagli esperti ONU di Special Procedures.
Lo scorso anno, in Ucraina è stata promulgata una nuova legge che impone l’obbligo della registrazione militare; a Natale 2025, Yurii ha ricevuto una convocazione dall’ufficio di arruolamento nonostante la sua dichiarata obiezione di coscienza e si è rifiutato.
Maksim, in Russia e poi in Lituania, ha deciso di opporsi e rifiutare le (il)logiche bellicistiche; ha iniziato a sostenere iniziative contro la guerra e ha promosso progetti sociali in Lituania come, ad esempio, quello sportivo internazionale Parkrun a Vilnius. La sua richiesta di asilo in Lituania è stata rigettata dal dipartimento dell’immigrazione con la motivazione che lui, in quanto di nazionalità russa e con un passato (di oltre venti anni fa) nell’esercito, costituisce una “minaccia alla sicurezza dello Stato”.
Maksim ha fatto appello e la Corte in più istanze ha confermato l’annullamento del procedimento di espulsione e confutato l’accusa. In netto contrasto con il pronunciamento della Suprema Corte, Maksim ha ricevuto ora un nuovo procedimento di espulsione e rischia di essere deportato in Russia dove la sua vita è in pericolo. L’udienza di appello presso il dipartimento dell’immigrazione è stata posticipata al 23 aprile di quest’anno.
Il 19 marzo 2026 Yurii è stato caricato a forza in un’auto della polizia mentre si trovava in strada a Kiev e privato della libertà. È scomparso per quasi due giorni senza che i suoi legali o familiari potessero avere sue notizie. Quando finalmente si è rimesso in contatto, ha denunciato di essere stato portato in un centro di reclutamento e di aver subito trattamenti degradanti e violenti configurabili come tortura e di essere poi riuscito a tornare libero. “Libero”, al momento, ma non al sicuro, nonostante la mobilitazione della società civile internazionale e le denunce alle autorità competenti.
Attualmente, risultano un centinaio i “prigionieri di coscienza” in Ucraina di cui si ha notizia, ma i dati reali e completi non sono disponibili. In detenzione, Yurii ha incontrato altri cittadini come lui, un tassista, l’inquilino di un appartamento che aveva chiesto l’intervento della polizia per un vicino molesto, un testimone di Geova - cittadini comuni - trattenuti lì al centro di reclutamento per essere forzatamente portati al fronte.
Sia Maksim Kuzmin che Yurii Sheliazhenko stanno vivendo in una situazione di persistente fragilità. Hanno detto no alla guerra e si sono mobilitati per la pace e continuano a farlo. Pur vivendo in Paesi diversi, il loro no alla guerra li accumuna nella discriminazione e nella continua criminalizzazione di una scelta che si rifà direttamente alla libertà di pensiero, coscienza e religione – un diritto universale e non derogabile.