Parola a rischio
Qualifica Autore: teologa, pastora battista

In piedi! Ripartiamo dal basso, dai piedi, per lasciare orme belle in questo mondo.

 

Piedi.

Piedi che lasciano orme.

Piedi che camminano.

Piedi ben piantati per terra.

Piedi che vorrebbero correre,

ma che sanno accontentarsi

anche dei piccoli passi.

Piedi sporchi, feriti, stanchi...

Piedi nudi che sprofondano leggeri

in riva al mare. 

All’estremità del nostro corpo, nel confine più estremo, ci sono loro, i piedi.

Paradossale esperienza corporea. Sono loro che ci permettono di muoverci, ci concedono la libertà di un corpo libero, in movimento; sono loro che ci fanno andare, esplorare, girare e persino sottrarci a situazioni sgradevoli, allontanandoci dai pericoli a passi svelti. Sempre per mezzo di piedi in movimento possiamo andare incontro all’altro, visitarlo, farci prossimo.

È  pure grazie ai piedi che si rafforza in noi il principio di realtà. Chi più di loro sa farci aderire alla concretezza della vita, permettendoci di vivere con i piedi per terra, per radicare la nostra fede, la nostra lotta, la nostra resistenza e l’intera esistenza sulla terra, al suolo, evitando voli pindarici e facili astrazioni. “Pensare con i piedi”: oggi potremmo intenderlo come un complimento perché potrebbe evocare l’arte di agire in modo locale e globale assieme. Un pensiero che sta radicato e, allo stesso tempo, sa sconfinare. Proprio come alberi che camminano!

Che dono sono i nostri piedi: bassi, umili eppure capaci di darci la postura della dignità, di dare forma alla vita risollevata, rimessa, appunto, “in piedi!”. È proprio con il corpo eretto che Dio vuole confrontarsi con Giobbe, dopo essere stato chiamato in giudizio. Colui che ha osato sfidare il Signore dell’universo, in nome della giustizia, non può rimanere piegato quando Dio compare sulla scena. Il confronto, per quanto dispari, deve avvenire alla pari: in piedi, dunque, Giobbe! (Cfr. Giobbe 38,3).

I piedi di Gesù sono spesso protagonisti nei racconti evangelici. Piedi che si muovono continuamente lungo le strade polverose della Palestina. La gente che incontra il Maestro di Nazareth si getta ai suoi piedi in cerca di guarigione e salvezza. Quelli di Gesù sono piedi lavati, profumati, baciati e accuditi da donne riconoscenti per essersi sentite amate, riconosciute e non giudicate.

Ma anche i piedi di discepoli e discepole ricevono attenzione. Mi riferisco, nello specifico, a quella notte, poco prima che Gesù fosse arrestato e condannato alla morte in croce, durante quell’ultima cena, quando già i miasmi del tradimento, degli oltraggi e della morte annunciata avvelenavano l’aria (cfr Giovanni 13,1ss).

Proprio in quel frangente, nella tipica scena in cui i piedi fuggono, se la paralisi non li blocca del tutto, proprio nella notte del tradimento, Gesù si alzò in piedi, si allontanò dalla tavola e depose le sue vesti come poi avrebbe deposto, ai piedi di un mondo crudele, la sua stessa vita. Prese poi un catino e, piegato a terra, si mise a lavare i piedi dei suoi discepoli.

Sguardi stupiti e improvviso silenzio in quella liturgia muta riempita solo dal rumore dei gesti di Gesù. Silenzio interrotto dalle parole di Pietro: “Tu Signore lavare i piedi a me?” e Gesù: “Lasciami fare, adesso non capisci ma in seguito capirai”. Pietro però insiste. Le sue parole adesso non sono più quelle del diniego stupito ma dell’affermazione perentoria senza se e senza ma: “Non mi laverai mai i piedi!”. La risposta di Gesù è altrettanto decisa: “Se non ti lavo, non hai parte alcuna con me”.

È attraverso questo scontro che intuiamo che in gioco c’è molto più di un gesto con il quale Gesù insegna ai suoi a servirsi reciprocamente. E se anche fosse solo questo, ci sarebbe bastato!

Una Chiesa col grembiule, che si china a lavare i piedi di ogni fratello e sorella. Qui però c’è dell’altro, poiché Gesù, lavando i piedi dei discepoli, osa toccare la parte più bassa del loro corpo: piedi di viandanti, sporcati dalla polvere del mondo; piedi che necessariamente si portano addosso tutte le fatiche di vite difficili. Come è possibile non sentirsi in imbarazzo in quella situazione?

Chi non ha provato disagio nel togliersi le scarpe in un luogo pubblico, preoccupato che tutto, là sotto, fosse in ordine. Come capisco l’obiezione di Pietro.

Tu non mi laverai mai i piedi! Perché è difficile mostrare all’altro la propria vulnerabilità, la propria fragilità, il proprio lato impresentabile, con la sporcizia della vita che ci rimane addosso. Noi vogliamo dare un’immagine pulita, perfetta di noi, sia agli esterni, sia a chi ci vive accanto. E, allo stesso tempo, esigiamo dagli altri una medesima rettitudine.

Vogliamo offrire un’immagine di integrità, anche quando siamo sgretolati dentro, come i tagli sui talloni nei quali si annida la polvere. Gesù ci invita a lavarci i piedi reciprocamente per insegnarci a non nascondere la parte più sporca di noi. Una Chiesa che lava i piedi e si lascia lavare i piedi non è solo la Chiesa che serve. È soprattutto la Chiesa che accoglie, non demonizza né giudica le vulnerabilità. Una Chiesa-casa, che ci permette di mostrarci così come siamo, senza dover performare.

Chi non ha bisogno di farsi lavare i piedi non ha bisogno di sentirsi accolto e, probabilmente, faticherà a sua volta ad accogliere gli altri fino in fondo. Gesù, con la sua vita, con il pane condiviso e con il catino, ci mostra il volto di un Dio che ci accoglie nella nostra interezza, aprendo ad una relazione in cui le maschere non servono più.

Dio ci salva proprio perché ci libera dalle false immagini di perfezione. Quelle in cui compariamo a mezzo busto, tutti sorridenti, con sguardo impeccabile e nessun capello fuori posto. Più che immagini, immaginette. Che mentre veicolano una perfezione impossibile, comunicano la violenza che esclude il limite, le ferite, i piedi. Lavarsi i piedi reciprocamente vuol dire proprio questo: accogliersi gli uni con gli altri nella fragilità, senza paura del giudizio. Dare dignità ai piedi significa agire una nonviolenza che diviene stile di vita e non tanto – non solo – pratica eccezionale, protocollo alternativo per i teatri di guerra. Una nonviolenza che fa sua la sapienza dei corpi, nella loro interezza, dalla testa ai piedi, in ogni situazione che la quotidianità ci chiama ad affrontare.

Certo, anche nei frangenti estremi, quando l’amico tradisce e il nemico forza la porta e attenta alla tua esistenza. Gesù sa che i piedi che sta lavando, a cui riconosce una dignità non scalfita dalla fragilità, proprio quei piedi si muoveranno in direzione contraria alla sua.

Saranno piedi in fuga, che abbandonano il sogno che all’inizio li aveva mossi, che rinnegano la stagione in cui figuravano come coraggiosi e instancabili. Li lava, non li trattiene. Li accarezza e li asciuga, non li strapazza. Pronto a fare un miglio in più con questi amici che si muoveranno lungo la via dell’inimicizia. In un certo senso persino incoraggiandoli a battere quella via che li allontanerà dal Maestro.

Se pensano così, che lo facciano. Non sarà questo a impedire di amarli fino alla fine. E così quei piedi che da sempre pensiamo organi minori agli ordini della mente, appendici di un corpo che ha ben altro da mostrare, eccoli al centro della scena, mentre Gesù mostra di cosa è capace la grazia, quell’amore divino e perciò gratuito che sa accogliere l’altro per quello che è, anche nelle sue imperfezioni. Prima di consegnare se stesso nel gesto del dono più grande, quello di dare la vita, Gesù ha voluto scrivere il suo testamento “pensando con i piedi”. E chi, come Lui, intende opporre alla violenza della morte la tenerezza della vita, chi desidera abitare la terra in modo lieve, nonviolento, dovrà iniziare da lì, chinandosi ai piedi di un’umanità fragile, alleviando le ferite. Un po’ come succede ogni giorno nella Piazza del Mondo di Trieste, dove i piedi di chi percorre la rotta balcanica, in fuga da situazioni di morte, trovano mani che accolgono, curano e rimettono in piedi. Ecco la sfida, lasciataci in eredità da Gesù: diventare persone che abitano la terra sottraendosi al gioco degli schieramenti e alla pulsione al giudizio. Persone rimesse in piedi poiché si sentono amate da Dio fino alla fine, fino in fondo, fino alla punta dei piedi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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