A cura della Redazione

Repubblica, Costituzione e antifascismo

Ottant’anni fa, con uno storico referendum, nasceva la nostra Repubblica.

Nelle pagine di questo dossier, proponiamo un viaggio tra storia e diritti, tra luci e ombre, tra padri e madri costituenti e conquiste sociali costruite dal basso.

Una Costituzione germogliata da dialoghi e da sogni, che affonda le sue radici nell’antifascismo, ieri e oggi.

Lavoro, uguaglianza e pace: i nostri valori portanti sono messi a dura prova da disuguaglianze sociali, riarmo e riforme istituzionali.

Come non tradire lo spirito democratico e pacifista della Costituzione nata dalla Resistenza?

 

Clicca qui per acquistare questo numero in formato PDF

Qualifica Autore: docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa

Le radici democratiche dell’Italia nate dall’antifascismo e messe alla prova da disuguaglianze, riarmo e riforme istituzionali.

 

Il 25 aprile 1945 la guida del governo era affidata a Ivanoe Bonomi, allora aderente al Partito democratico del Lavoro e alla sua terza esperienza ministeriale. I vicepresidenti erano Palmiro Togliatti e il democristiano Giulio Rodinò. Il dicastero degli Esteri era affidato ad Alcide De Gasperi, mentre i ministeri economici erano nelle mani di figure di primissimo piano come il comunista Antonio Pesenti e il liberale Marcello Soleri.

Dell’esecutivo facevano parte anche Fausto Gullo, Meuccio Ruini, Vincenzo Arangio Ruiz, Mauro Scoccimarro e l’ammiraglio Raffaele De Courten. L’antifascismo aveva una chiara sostanza politica che si sarebbe tradotta nella Carta Costituzionale, nell’ambito di una visione finalmente democratica; nel successivo governo Parri sarebbero entrati gli azionisti e i socialisti ricomponendo il fronte degli oppositori degli anni Trenta.

Questo è il perimetro originario della nostra democrazia, di cui facevano parte anche i repubblicani allora legati al Partito d’Azione; queste sono le radici del nostro Paese che non ha bisogno di una generica pacificazione intesa come rimozione del passato o come artificiale condanna, consumata su di un piano solo nominalistico, di un regime di cui si continuano a coltivare i linguaggi, la retorica e persino la narrazione.

Qualifica Autore: professoressa ordinaria di Diritto costituzionale presso l’Università di Torino

Donne, emancipazione e Costituzione. 

 

Il 2 giugno 1946 si tengono contemporaneamente due votazioni “costituenti”: il referendum per la scelta fra monarchia e repubblica (12.718.641 voti, il 54,27%, a favore della repubblica, contro 10.718.502, con una affluenza dell’89,08%) e l’elezione dei membri dell’Assemblea costituente (limitandosi, ai tre partiti maggiori, la Democrazia cristiana ottiene il 35,21%, il Partito socialista il 20,68% e il Partito comunista il 18,93 %).

Le elezioni del 2 giugno 1946 segnano anche l’avvento del suffragio universale, con il riconoscimento del voto alle donne; dopo l’adozione del decreto legislativo luogotenenziale del 1 febbraio 1945, n. 23 (decreto Bonomi), che prevedeva solo il diritto di voto attivo (di votare, ma non di essere elette), l’integrazione del decreto legislativo luogotenenziale del 7 gennaio 1946, n. 1, sull’elettorato passivo (in relazione alle elezioni amministrative, tenutesi per la prima volta in alcuni Comuni il 10 marzo 1946) e il decreto legislativo luogotenenziale del 10 marzo 1946, n. 74, sull’elezione dei membri dell’Assemblea costituente.

Un inciso. Oggi il suffragio è ancora universale? Oppure esiste una classe di moderni meteci (da dati Istat, 5,5 milioni di stranieri residenti), ovvero persone che, pur non avendo lo status giuridico di cittadine/i, vivono e partecipano alla vita della Repubblica, ma non hanno accesso alla rappresentanza?

Ma torniamo alla Repubblica, alla Costituzione e alle donne.

Qualifica Autore: già parlamentare della Repubblica, presidente della Loc e consigliera nazionale di Pax Christi Italia

La Storia della prima Repubblica, le domande aperte, il popolo sovrano ma anche il populismo, la morte di Moro, le libertà erose.  

 

“La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va da sé. La Costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno metterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste premesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica”.

Calamandrei non era un illuso e sapeva che la scelta repubblicana non aveva portato l’oblio del passato. Se gli italiani non sono andati a votare, Calamandrei li sgrida: manca il combustibile per mantenere la democrazia; che cosa faccio io? (domanda kennediana) mentre viviamo la seconda Repubblica?

Che avrebbe dovuto essere europea, dal momento che nel 1941 un paio di confinati preparava un promemoria politico – la Carta di Ventotene – ancora utile per una sinistra capace di governo.

Qualifica Autore: giornalista ed editorialista di Altreconomia

La nostra Costituzione, l’antifascismo di ieri e di oggi.

 

Si dice spesso che la nostra è una Costituzione antifascista, ma più precisamente dovremmo dire che la Costituzione è un’istituzione dell’antifascismo. I 138 articoli scritti durante i lavori alla Costituente, i dodici principi cardinali definiti nella prima parte della Carta non esisterebbero – non così come sono – se per oltre un ventennio non fosse esistito un movimento antifascista forte nelle idee, in parte anche organizzato (soprattutto all’estero, nel fuoruscitismo, ma anche in Italia) e in larga misura visionario, capace cioè di immaginare in condizioni impossibili il futuro del Paese e dell’Europa.

L’antifascismo, nei lugubri anni del regime, sopportando anche il consenso che il duce indubbiamente raccoglieva nel Paese, seppe pensare l’impensabile: osò immaginare un’Italia libera, democratica, aperta alle idee del socialismo.

Senza il movimento antifascista, senza i venti mesi della resistenza armata (e non armata), l’Italia avrebbe avuto, al più, una Costituzione “concessa” dai vincitori della guerra – come avvenne in Giappone e nella Germania occidentale – o un sistema “liberale” sul modello prefascista (l’opzione sostenuta a ben vedere da Benedetto Croce con la nota locuzione “heri dicebamus” che gli viene attribuita).

Qualifica Autore: Docente di Storia e Filosofia

Una Costituzione contro la guerra: fondata su diritti, pace e democrazia.

 

Quello del 2 giugno 1946 non fu il primo voto dopo la fine della guerra: fra il 10 marzo e il 7 aprile si erano svolte le elezioni amministrative in 5722 Comuni e le donne con più di 25 anni poterono votare ed essere elette.

In sei di quei Comuni vennero designate altrettante sindache. Ma il 2 giugno viene giustamente ricordato come il primo passo della nostra Repubblica non solo per il valore nazionale del voto (anche se Bolzano e Trieste ne rimasero esclusi) e l’esito del referendum, ma anche perché vennero scelti i 556 membri dell’Assemblea costituente, fra i quali 21 donne.

Non si trattava solo di dare forma alle istituzioni democratiche dopo due decenni di dittatura fascista; prima ancora l’assemblea era chiamata a trovare un metodo di lavoro che rispettasse il pluralismo delle posizioni politiche, a stabilire il significato del patto che legava i cittadini fra loro e a delineare le coordinate ideali della società in cui essi e le generazioni future avrebbero vissuto.


Mosaico di pace, rivista promossa da Pax Christi Italia e fondata da don Tonino Bello, si mantiene in vita solo grazie agli abbonamenti e alle donazioni.
Se non sei abbonato, ti invitiamo a valutare una delle nostre proposte:
https://www.mosaicodipace.it/index.php/abbonamenti
e, in ogni caso, ogni piccola donazione è un respiro in più per il nostro lavoro:
https://www.mosaicodipace.it/index.php/altri-acquisti-e-donazioni