Qualifica Autore: docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa

Le radici democratiche dell’Italia nate dall’antifascismo e messe alla prova da disuguaglianze, riarmo e riforme istituzionali.

 

Il 25 aprile 1945 la guida del governo era affidata a Ivanoe Bonomi, allora aderente al Partito democratico del Lavoro e alla sua terza esperienza ministeriale. I vicepresidenti erano Palmiro Togliatti e il democristiano Giulio Rodinò. Il dicastero degli Esteri era affidato ad Alcide De Gasperi, mentre i ministeri economici erano nelle mani di figure di primissimo piano come il comunista Antonio Pesenti e il liberale Marcello Soleri.

Dell’esecutivo facevano parte anche Fausto Gullo, Meuccio Ruini, Vincenzo Arangio Ruiz, Mauro Scoccimarro e l’ammiraglio Raffaele De Courten. L’antifascismo aveva una chiara sostanza politica che si sarebbe tradotta nella Carta Costituzionale, nell’ambito di una visione finalmente democratica; nel successivo governo Parri sarebbero entrati gli azionisti e i socialisti ricomponendo il fronte degli oppositori degli anni Trenta.

Questo è il perimetro originario della nostra democrazia, di cui facevano parte anche i repubblicani allora legati al Partito d’Azione; queste sono le radici del nostro Paese che non ha bisogno di una generica pacificazione intesa come rimozione del passato o come artificiale condanna, consumata su di un piano solo nominalistico, di un regime di cui si continuano a coltivare i linguaggi, la retorica e persino la narrazione.

1947

Il Natale del 1947 è stato forse il più importante nella Storia italiana. Il 22 dicembre, infatti, l’Assemblea Costituente aveva approvato il testo definitivo della Costituzione con 453 voti favorevoli e 62 contrari. Il 27 dicembre il Capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, firmò quel testo, avendo accanto il democristiano Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio, e il comunista Umberto Terracini, presidente dell’Assemblea Costituente. In Italia, per la prima volta, nasceva la democrazia. Ma c’era chi quella democrazia non la voleva.

Erano i 62 voti contrari, provenienti dalle file del movimento dell’Uomo qualunque, dove erano presenti vari esponenti neofascisti, tra cui Mario Marina, il fondatore del Movimento Sociale Italiano, e da quelle dei monarchici e di una parte dei liberali. In quei giorni uscivano nelle sale due film. Il primo era L’onorevole Angelina, diretto da Luigi Zampa, con Anna Magnani, che aveva contribuito a scriverne la sceneggiatura insieme a Suso Cecchi D’Amico.

La trama racconta la storia di una popolana romana che guida la rivolta di un intero quartiere contro la speculazione edilizia; una lotta dura che la politica dei palazzi e dei palazzinari cerca di corrompere con uno scranno in Parlamento, senza riuscire a piegare la forza sincera e coerente di una ribelle. Il secondo film è Caccia tragica di Giuseppe De Santis, dove si racconta la vicenda dell’assalto, nelle campagne dell’Emilia Romagna, di un camion che trasportava le paghe di una cooperativa di lavoratori da parte di ex collaborazionisti fascisti. La canzone più cantata era C’è un uomo in mezzo al mare, interpretata da Natalino Otto, che era potuto tornare in Italia dopo l’ostracismo del regime fascista.

Prendeva corpo così una nuova fase storica dove uno dei punti centrali era il grande valore riconosciuto alla cultura del lavoro; a quella dimensione del lavoro che trova la propria sostanza nella capacità di contribuire alla definizione della personalità. Si tratta di una dimensione valoriale, sancita, appunto, dalla Costituzione, che, in quanto tale, non può essere tradotta in merce, in mero fattore produttivo perché è consustanziale al pieno godimento dei diritti, della libertà e della uguaglianza reale.

Non può quindi prescindere dalla dignità dei lavoratori e delle lavoratrici, dalla loro libera scelta di riservare una parte della loro esistenza allo svolgimento di una attività che ha un carattere profondamente sociale in termini individuali e collettivi. Ma se il lavoro è un elemento culturale della persona, allora non avrebbe avuto più senso parlare di mercato del lavoro come luogo dello scambio tra personalità e mercificazione di tale personalità.

Questa avvertenza si sarebbe rivelata fondamentale nella successiva Storia italiana, dove il modello economico, a partire dagli anni Ottanta si sarebbe fondato proprio sulla svalorizzazione del lavoro, ritenuta il presupposto per procedere a una costante riduzione della sua retribuzione.

Disuguaglianze

La globalizzazione ha consentito la delocalizzazione produttiva, concepita per attribuire al lavoro il valore che gli veniva assegnato: un vero e proprio sfruttamento, e per smembrare qualsiasi luogo dove esistesse la possibilità di una organizzazione politica e sociale del lavoro.

Da allora, ogni strumento normativo è stato utilizzato per indebolire le prerogative contrattuali e per rendere la precarietà l’oggetto di una narrazione vincente. Il risultato è stato un Paese dove i salari reali sono oggi inferiori rispetto a 25 anni fa, più bassi della media europea, dove circa il 15% dei lavoratori e delle lavoratrici, pur lavorando, sono poveri, dove la moltiplicazione delle filiere degli appalti ha contribuito ad abbattere il costo medio del lavoro e a favorire la strage delle morti sul lavoro.

Un Paese che ha perso la domanda interna, per effetto di questa contrazione salariale, e che ha conosciuto una terziarizzazione selvaggia, dove il lavoro si è tradotto in una sequenza di pratiche spesso alienanti. Tutto ciò non è coerente con il dettato costituzionale originario che conteneva in sé, invece, l’idea tanto cara a Paolo Sylos Labini, della “frusta salariale”, della capacità del lavoro di stimolare un vero miglioramento, in termini culturali e sociali prima ancora che economici, di un Paese altrimenti prigioniero della rendita politica e finanziaria.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Il secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione, a cui diede un contributo decisivo Lelio Basso, sostenuto da un “costituente ombra” come Massimo Severo Giannini, chiarisce bene questa impostazione. La lotta contro le disuguaglianze, a cominciare da quelle sociali ed economiche, è un dovere della Repubblica che rende impossibili le forzature di tale ispirazione fondamentale e, al contempo, impone una lettura costituzionale sempre organicamente complessiva.

Da più parti si è motivato l’inserimento del termine “merito” nella definizione del Ministero dell’Istruzione con il richiamo all’articolo 34 della Costituzione. Forse, quell’articolo riflette fin troppo una visione dell’istruzione e dell’istituzione scolastica dominante in quel tempo. Si tratta di una visione sostanzialmente elitaria, come del resto dimostrano il dibattito in seno alla Costituente e le varie stesure dell’articolo, dove era comparsa persino l’espressione “idonei” per indicare coloro che avrebbero potuto accedere alle scuole superiori.

La partecipazione scolastica era considerata ancora un privilegio da rimuovere per quanto riguarda l’istruzione elementare, includendo anche i più “poveri”, ma che doveva essere assai misurata per quanto riguarda i passaggi successivi. Era neppure troppo velata nei Costituenti l’idea che, dopo la necessaria affermazione di una “democratica” alfabetizzazione di base, attraverso la scuola dell’obbligo di 8 anni, si aprisse un percorso dove chi era sprovvisto di mezzi finanziari venisse sostenuto nella misura in cui era “capace e meritevole”, rappresentando una sorta di eccezione rispetto al resto dei suoi coetanei “poveri”.

I numeri allora dicevano quello; ma da allora, le prospettive sociali, culturali, normative sono profondamente cambiate, quindi, citare un articolo della Costituzione estremamente datato per motivare una scelta lessicale completamente fuori dal tempo e duramente classista non è certo una scelta convincente, soprattutto perché una simile lettura contrasta con il citato, e decisivo, articolo 3.

La Costituzione

Del resto, modificare la Costituzione è un’opera complessa. Lo dicono spesso i giuristi che cambiare anche solo un articolo crea difficoltà nella tenuta complessiva del testo. La modifica del titolo V ha persino lasciato dei “vuoti” normativi importanti. Ora si discute di Autonomia Differenziata e di presidenzialismo con l’introduzione di un mutamento davvero radicale nell’organizzazione del nostro ordinamento.

L’effetto, inevitabile, sarebbe quello di una necessaria opera di riscrittura di vaste parti con conseguenze sull’intero impianto della Carta che andrebbe “aggiustato” in modo coerente, e difficile. L’ impressione è che, in realtà, chi pensa all’attuale riforma costituzionale – come del resto avvenuto in passato – non intende modificarla quanto punta a renderla, di fatto, inservibile. In altre parole, si introducono norme che alterano il quadro complessivo rendendolo inutilizzabile.

In tal modo viene rimossa la centralità della Costituzione, e del suo “spirito”, per approdare a un mondo nuovo, post-costituzionale, dove il potere si esercita senza un vero cardine da cui non si può prescindere. È naturale che così un esecutivo autoritario costruito su un plebiscitarismo antiparlamentare avrebbe largo spazio. In questo senso, l’autonomia differenziata, ben diversa dal decentramento di cui parla l’articolo 5 della Costituzione, può significare, data la struttura del sistema fiscale italiano, il preludio di una secessione sotto mentite spoglie che torna in auge.

È quasi naturale che, in simili condizioni, il rafforzamento del Presidente della Repubblica, attraverso l’elezione diretta, diventi l’unico modo per mantenere in vita un simulacro di unità nazionale non più in capo al Parlamento ma, appunto, pressoché esclusivamente al “super presidente”.

Cosa c’entra tutto ciò con lo spirito della Costituzione è difficile dirlo. Tuttavia, in questo modo, la cervellotica riforma del Titolo V produrrà lo stravolgimento anche dalla prima parte della Carta fondamentale.

È interessante sottolineare, alla luce di ciò, che il termine Nazione compare nella Costituzione italiana soltanto in tre articoli; nell’articolo 9 in riferimento alla tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico, nell’articolo 98 per indicare che gli impiegati pubblici sono al servizio della Nazione e nell’articolo 67 che recita: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Si tratta, dunque, di un utilizzo assai morigerato di un termine tanto centrale nel vocabolario storico e politico.

Le ragioni di tale accurata parsimonia sono molteplici e hanno a che fare con la volontà di rimuovere l’abuso strumentale fattone dal fascismo e, soprattutto, di conferire all’idea di Nazione il massimo valore per la prerogativa pressoché esclusiva di rappresentare l’intera comunità italiana, nel suo passato, nel suo presente e nel suo futuro. Nel già ricordato articolo 67 il richiamo alla Nazione si colloca proprio in tal senso e conferisce, insieme all’assenza di vincolo di mandato, ai parlamentari un’enorme responsabilità che non può in alcun modo trasformarsi in arbitrio.

     In ogni momento dovrebbero ricordarsi di essere “rappresentanti della Nazione”; per i padri costituenti, pur nelle profonde differenze, doveva sempre prevalere una dimensione unitaria in termini etici e civili nelle scelte di politica interna come in quelle di politica internazionale. In questo senso, motivare l’aumento delle spese militari facendo appello all’articolo 52 della Costituzione rappresenta un’evidente forzatura.

Tale articolo, come ben dimostra la discussione svolta in seno all’Assemblea costituente, contiene un’idea di difesa della patria fondata sul coinvolgimento della popolazione nell’ambito di strutture democratiche; è una definizione formale di una tradizione che dalla Rivoluzione francese passa per il Risorgimento e arriva alla Resistenza.

Si tratta del popolo in armi che ambisce alla pace, ripudia i conflitti e che risulta del tutto estraneo ad ogni velleità di riarmo. La decisione di portare al 2% del Pil la spesa militare per ragioni di “sicurezza nazionale”, in previsione di futuribili attacchi da ogni dove, non ha molto a che fare con il dettato di questo articolo che Aldo Moro riteneva espressione di una esplicita volontà pacifista.

L’esercito “patriottico” con la leva obbligatoria si inseriva nella visione di un sistema di relazioni internazionali da cui la guerra veniva bandita e non legittimata come strumento di risoluzione delle controversie.

La difesa della patria era un sacro dovere civile che, per i Costituenti, spettava al popolo impegnato, al tempo stesso, nella costruzione di un mondo senza aggressioni. Non è certo un caso che l’articolo 11, quando fa riferimento alle organizzazioni internazionali, allude chiaramente a quelle legate alla promozione della pace.

 

 

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Didascalia foto: Il capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola , alla presenza di Alcide de Gasperi e Umberto Terracini, firma il testo della Costituzione Italiana, approvata il 27 dicembre 1947.

 

 

 


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