Qualifica Autore: docente di Teologia morale direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della CEI

Magnifica humanitas: la prima enciclica di papa Leone.

 

La prima enciclica di Leone XIV, Magnifica humanitas (MH), è una “lettera d’amore” (Luigino Bruni) all’umanità. L’aggettivo “magnifica” rimanda al fatto che l’umanità è resa grande dalla grazia e dal dono ricevuto dal Creatore.

Il documento si può dividere in due parti. I primi due capitoli sono il racconto di una storia che ci precede e di cui siamo parte.

Lo sviluppo del magistero sociale dalla Rerum novarum in poi ha sedimentato alcuni principi imprescindibili: il bene comune, la destinazione universale dei beni, la sussidiarietà, la solidarietà e la giustizia sociale.

Nell’epoca dell’intelligenza artificiale (IA) la dignità dell’uomo rischia di essere annebbiata da nuove forme di schiavitù. Rimanere umani è la sfida di ogni stagione, tanto più in tempo di guerre, mire espansionistiche, logiche autoritarie e respingimenti umani.

Il rischio di favorire la disumanità è più concreto che mai. L’appello esplicito è di sporcarsi le mani nel cantiere della vita, intraprendendo “la via di Neemia” e abbandonando “la sindrome di Babele” (MH 10).

Della sindrome sono affetti gli architetti della confusione e del potere, esperti di opacità che intorpidiscono le acque del pensiero e della fraternità. Neemia raccoglie intorno a sé, dopo il travagliato esilio, i lavoratori con differenti visioni per renderli costruttori di comunione.

La seconda parte di MH è un discernimento coraggioso. Tecnica e dominio nel tempo dell’IA chiedono di custodire la grandezza della persona.

Transumanesimo e postumanesimo promettono più di quello che riescono a mantenere. Il capitolo quarto concentra l’attenzione su verità, lavoro e libertà.

Ne esce un affresco critico verso la cultura della potenza, ma carico di speranza se si lascia spazio alla civiltà dell’amore, capace di generare fiducia e relazioni rinnovate.

Leone XIV non rinuncia a dettare le strade di un impegno serio davanti ai rischi derivanti dall’era digitale, dalle guerre e dalla realpolitik irresponsabile: disarmare le parole, costruire pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo, rilanciare il dialogo, percorrere i sentieri della diplomazia e del multilateralismo, pregare e sperare. C’è un mare di bene possibile che intende arruolare tutti. Nessuno escluso. 

Tre binomi

L’enciclica ruota attorno a tre binomi: opacità e trasparenza, armarsi e disarmarsi, la cultura della potenza e la civiltà dell’amore.

L’opacità degli algoritmi si manifesta quando “riproducono pregiudizi e discriminazioni” (MH 80). Il potere tende a farsi opaco nelle mani di pochi che decidono le sorti dell’umanità. L’IA può rendere opache le responsabilità, i processi economici e sociali decisi da élite che manipolano i popoli.

In direzione opposta si muove la cultura della trasparenza (MH 86), che richiede vigilanza e responsabilità. L’enciclica non rinuncia alla parresia e invoca un cambio di rotta. Per esempio, condanna tutte le nuove forme di schiavitù e di colonialismo, apparso con un volto inedito tecnologico. Chi possiede i dati può controllare o gestire informazioni, addestrare modelli predittivi e decidere chi escludere.

Tra armarsi e disarmarsi la richiesta è di camminare spediti verso la seconda direzione. “Disarmare l’IA significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. È la corsa all’algoritmo più performante e alla banca dati più vasta, al fine di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri.

Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano” (MH 110). Tale compito non coinvolge solo le dimensioni etica e tecnica, ma anche quella ecologica. L’IA è un ambiente in cui ci troviamo immersi e non è sufficiente tifare per una sua regolamentazione: “va disarmata e resa ospitale” (MH 110). È in gioco la cura per la Casa comune. Tutto ciò accresce la mentalità bellica che sembra prendere il sopravvento.

Se la politica pensa di risolvere i conflitti con le guerre e la deterrenza, l’industria bellica diventa sempre più il settore chiave dell’economia. Enormi interessi finanziari portano ad aumentare gli investimenti in armi e contribuiscono ad alimentare le tensioni in diverse parti del mondo.

La corsa agli armamenti appare come follia che rende la guerra sempre più vicina e praticabile, presentata come modus vivendi abituale.

Infine, la cultura della potenza e la civiltà dell’amore segnalano modelli antropologici contrapposti. La prima tende a espandersi grazie a polarizzazioni e violenze. Le logiche imperialiste, incapaci di mettersi in ascolto dei sogni dei popoli, promuovono i loro interessi fomentando guerre locali e internazionali.

Come suggerisce un proverbio africano, “quando due elefanti litigano, è sempre l’erba a rimanere schiacciata”. I più poveri pagano le conseguenze delle aspirazioni disumane dei potenti. C’è tuttavia una parte dell’umanità che non si rassegna al peggio e si adopera per edificare la civiltà dell’amore. Si tratta di “una costruzione più lenta, meno visibile e meno eclatante, che attende di essere meglio compresa e più coordinata, per diventare così l’impegno consapevole e articolato di ogni comunità, dalla famiglia al governo degli Stati e alle loro relazioni” (MH 185). Ecco il cantiere della speranza. La civiltà dell’amore promuove fraternità, perché pensa al destino di ciascuno indissolubilmente legato a quello di tutti.

Disarmata e disarmante

La cultura della potenza si insinua nelle relazioni sociali e istituisce relazioni di paura anziché di fiducia. MH ricorda che negli ultimi decenni il mondo è stato attraversato “da conflitti di una ferocia impressionante” (MH 189), sgretolando la convinzione che la guerra dovesse restare una “extrema ratio”. La proposta di una pace disarmata e disarmante passa anche dalla fenomenologia della guerra contemporanea, sempre più distruttiva e devastante. La sua riabilitazione come strumento di politica internazionale ha eroso la credibilità delle istituzioni e ha fatto perdere di vista la memoria degli orrori passati.

La pace più che dono da custodire è diventata l’intervallo precario tra le guerre. Esse sono preparate culturalmente da semplificazioni narrative, dalla logica amico-nemico, dalla paura dell’altro e dalla disinformazione iniettata nelle vene di una comunicazione drogata e violenta.

Perciò Leone afferma: “Oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della “guerra giusta”, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto” (MH 192).

Il testo lamenta in nota un’interpretazione troppo larga della difesa (mai chiamata guerra!), tanto da giustificare attacchi preventivi o azioni belliche sproporzionate. Insomma, la guerra va bandita perché l’umanità possiede strumenti più efficaci per affrontare i conflitti. L’utilizzo della violenza mostra una “povertà relazionale”.

Finisce per cronicizzare le guerre e per far pagare alle categorie più fragili costi altissimi sia dal punto di vista umano che ambientale. Come non rendersi conto che “è molto più semplice iniziare una guerra che fermarla” (MH 195)? Da qui la terapia, che consiste nella cura delle relazioni. Ricorda Prevost: “La cultura digitale moltiplica le connessioni e offre nuove possibilità di incontro; tuttavia, il cuore umano conserva un bisogno irrinunciabile di prossimità. Invito a custodire luoghi e tempi in cui la presenza fisica rimane decisiva: la tavola condivisa, la comunità cristiana che si raduna, la visita a chi è solo, il servizio ai poveri” (MH 239).

L’enciclica stigmatizza il falso realismo che pontifica circa l’inevitabilità della guerra come parte integrante della natura umana. Tale realpolitik “semina nelle coscienze e nella cultura la rassegnazione a una guerra ineluttabile, e qualifica la pace e il dialogo come posizioni utopiche o irrazionali, che ignorano i rischi in campo” (MH 205).

Non si deve neppure ignorare la pericolosità degli estremismi religiosi e dei fanatismi identitari docilmente alleati con il potere dell’informazione.

Di fronte a questa situazione, non resta che prendere posizione, soprattutto quando rimanere neutrali porta alla complicità: “Quando siamo davanti a bombardamenti su civili, ad attacchi contro ospedali, scuole o infrastrutture vitali, a violenze che colpiscono bambini, ci troviamo davanti a scandali che feriscono l’umanità stessa. Per questo non possiamo restare a livello di analisi astratte” (MH 216).

Occorre lasciarsi toccare dalla carne di chi soffre e accettare la vulnerabilità come valore. La magnifica umanità non coincide con la perfezione. Accoglie il limite e costruisce legami. Proprio perché magnifica, è pacifica.

 

 

 

 

 


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