La pace come pratica concreta: la Comunità di San José de Apartadó.
Verrebbe da chiedersi perché soffermarsi su un processo comunitario come quello della Comunità di Pace di San José de Apartadó, fortemente radicato in una realtà le cui dinamiche sembrano appartenere esclusivamente alla Colombia.
Ci troviamo in un momento storico segnato dal susseguirsi di conflitti e guerre regionali, che rischiano di diffondersi a livello globale, e da un disordine che mette in difficoltà quanti hanno fatto del diritto internazionale un indicatore di direzione.
Perché, dunque, rivolgere lo sguardo verso un’esperienza piuttosto nota, almeno tra coloro che si occupano di diritti umani, e che coinvolge alcune centinaia di contadini che vivono in una delle zone più impervie della Colombia?
Al di là del legame affettivo che mi lega alla Comunità, va riconosciuto in generale che la Colombia continua a rappresentare un punto di osservazione privilegiato per esaminare l’andamento di questioni di grande attualità che vanno oltre i confini del Paese.
Permette, infatti, di interrogarsi su possibilità e limiti della costruzione della pace, sul riconfigurarsi della violenza, sul riproporsi della guerra e, non da ultimo, sulla tenuta delle prospettive democratiche che implicano sfide cruciali, come quella di una giustizia non riducibile alla sola dimensione penalistica.
La Colombia vanta una lunga tradizione di sforzi e aspirazioni di pace, promossi non solo a livello istituzionale prima e dopo il 2016, anno dell’accordo tra il governo dell’allora presidente Juan Manuel Santos e le Farc, ma anche da ampi settori della società civile, con il sostegno di diverse associazioni internazionali.
L’accordo ha posto l’accento su questioni cruciali quali i diritti umani e le vittime, l’inclusione sociale, la riforma rurale, la partecipazione politica e la lotta al narcotraffico. Queste condizioni sono state ostinatamente mantenute nel tempo dalle realtà sociali colombiane come punti irrinunciabili per la democrazia sostanziale e, non da meno, come rimedio alla tendenza di fare ricorso alla violenza dei gruppi armati.
La comunità
La Comunità si inserisce in questo contesto. Ben prima della sua formalizzazione nell’ambito dell’accordo, il principio della pace con giustizia sociale era già stato sperimentato in modo concreto e quotidiano da esperienze comunitarie e associative che si trovavano esposte alla violenza del conflitto armato e sociopolitico.
Nel caso della Comunità, la scelta di dichiararsi neutrale, rivendicando la propria estraneità al conflitto in quanto popolazione civile, è stata formulata nel marzo 1997 in risposta alla violenza esercitata dai gruppi paramilitari, forze armate statali e guerriglie che si contendevano il controllo di un’area ancora oggi di grande interesse economico.
Non sorprende, dunque, che la Commissione per la verità colombiana abbia indicato l’Urabá antioqueño (nord ovest del Paese) come un modello di repressione poi riprodotto in altre regioni, con differenze ascrivibili alle dinamiche territoriali del conflitto e agli attori coinvolti.
La sovrapposizione tra la storia della Comunità e quella dell’Urabá assume oggi un senso di una tragica anticipazione della verità che la Commissione ha contribuito a rivelare.
La Comunità è un concentrato di tutte le dinamiche di repressione che hanno interessato la regione almeno a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, dallo sfollamento forzato allo sterminio, e testimonia il rafforzamento e l’espansione del paramilitarismo a scapito del movimento operaio e contadino e a vantaggio di grandi colossi economici, in particolare del settore agroalimentare.
Il coraggio
La scelta della Comunità di autodeterminarsi ha avuto conseguenze drammatiche. Il rifiuto di ogni collaborazione con gli attori armati, l’autogoverno e le pratiche di nonviolenza attiva, tra cui rientra la documentazione costante degli abusi e la denuncia dei responsabili, hanno provocato, come risposta da parte dei principali attori nell’area, oltre trecento vittime e più di quattromila violazioni dei diritti umani. Un susseguirsi di azioni non casuali, ma intenzionalmente reiterate con l’obiettivo di acabar con la Comunida de Paz, un’espressione che gruppi paramilitari e illegali hanno utilizzato prima e dopo la commissione dei numerosi abusi di cui la Comunità è stata vittima.
Ciò che continua a destare ammirazione tra chi, come me, accompagna la Comunità da tempo, è il suo atteggiamento profondamente dignitoso dinanzi alla violenza.
A seguito di uno dei massacri più noti, quello del 21 febbraio 2005, la Comunità ha scelto di rispondere costruendo un’Aldea de Paz, un villaggio di pace sorto proprio nel luogo in cui Luis Eduardo Guerra e altri membri, tra cui due minori, hanno perso la vita.
All’omicidio di Nallelly Sepúlveda e di Edison David, avvenuta il 19 marzo 2024, pochi giorni prima del ventisettesimo compleanno della Comunità, si è scelta ancora una volta la via della pace con una marcia verso i luoghi di sepoltura.
Ero presente in quei giorni, testimone dei drammatici momenti del recupero e della sepoltura dei corpi, nonché della decisione collettiva di rispondere alla morte violenta con la celebrazione della vita.
Il significato di questa esperienza va letto anche nel momento attuale. La persistenza della violenza, le continue minacce, gli attacchi alla vita e ai mezzi di sussistenza, nonché i numerosi tentativi di delegittimazione sono espressione delle contraddizioni di una transizione complessa e solo parzialmente realizzata.
Se messe a confronto con gli ostacoli strutturali che lo Stato deve affrontare, le garanzie per la protezione della popolazione civile appaiono fragili, anche rispetto alle iniziative orientate verso la pace totale (le negoziazioni con il Clan del Golfo, dall’esito incerto, per esempio) e la pacificazione territoriale dell’Urabá, segnato dalla riformulazione di vecchie logiche di conflitto legate alla diffusione del narcotraffico, alle attività minerarie illegali, nonché al progetto di ampliamento del porto di Turbo e alla costruzione di una rete infrastrutturale a sostegno dell’esportazione in aumento.
In questo contesto, le strategie di protezione civile nonviolenta costituiscono i pochi strumenti esistenti in condizioni di fragilità statale e di violenza strutturale.
Occorre ricordare che dalla sua istituzione la Comunità ha costruito una densa rete di solidarietà che ha svolto un ruolo cruciale per la sua sopravvivenza.
In questa rete sono presenti programmi di accompagnamento internazionale e reti europee di advocacy, con una significativa presenza di associazioni e Comuni italiani come Colombia Vive!, Operazione Colomba (Corpo Nonviolento di Pace dell’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII) e la città di Narni, impegnati in attività di accompagnamento civile, cooperazione decentrata e gemellaggi.
Tali reti hanno contribuito a fornire una forma di protezione indiretta e a esercitare pressione politica a livello nazionale e internazionale.
Il dialogo
Dal punto di vista giuridico, la Comunità è riuscita a instaurare un dialogo con le istituzioni, ricorrendo in particolare al sistema interamericano, grazie al quale è stato possibile stipulare di recente un accordo con lo Stato colombiano. L’accordo ha previsto un atto di richiesta di perdono tenutosi nel palazzo presidenziale il 5 giugno 2025, volto a riconoscere i crimini contro l’umanità di cui la Comunità è stata vittima.
Le parole del presidente Gustavo Petro, “Perdón, Comunidad de Paz”, pronunciate al termine del suo lungo discorso, hanno commosso tutti i presenti per la loro forza liberatoria, capace di rompere il lungo silenzio e la negazione della verità che hanno alimentato il dolore della Comunità.
La partecipazione di tutti i bambini della Comunità all’evento ha rappresentato il segno più eloquente di un desiderio di futuro che interpella il presente, richiamando la necessità di risposte che vadano oltre la dimensione simbolica e si traducano in garanzie concrete di tutela e riconciliazione duratura.
L’esperienza di San José de Apartadó ci insegna che, anche in contesti profondamente segnati dalla violenza, la responsabilità statale, la pratica della pace da parte dei civili e la tutela internazionale dei diritti umani sono strettamente intrecciate.
Riconoscere questa realtà significa comprendere che la costruzione di pace non è mai solo un atto istituzionale, ma un processo multilivello in cui i popoli, le istituzioni e il diritto internazionale interagiscono per trasformare il conflitto in prospettive di giustizia e protezione reale.
Non è un caso se i membri della Comunità abbiano scelto di indossare, il giorno dell’atto, una maglia a sostegno del diritto alla vita del popolo palestinese, per una pace che va oltre i confini e che disegna ponti tra i popoli.