Monaci di Tibhirine in Algeria: la terra dell’incontro.
Il terreno scende lentamente verso il villaggio di Tibhirine mentre dal monastero, a 950 metri di altitudine, lo sguardo domina la vallata che si apre nella catena dell’Atlante algerino. È su questa terra che si è costruito nel tempo l’incontro tra la comunità cristiana e musulmana, fecondato 30 anni fa dal sangue delle spoglie di sette monaci. Su questa terra continua oggi a germogliare l’incontro interreligioso, Tibhirine del resto in berbero significa “giardino”.
Rapiti il 27 marzo 1996 i sette monaci trappisti del monastero di Nostra Signora dell’Atlante a Tibhirine, a un centinaio di km da Algeri, vennero uccisi il successivo 21 maggio e di loro i terroristi fecero ritrovare qualche giorno più tardi solo le teste, tumulate poi nel cimitero del monastero. Sulla vicenda del rapimento e dell’uccisione si è innescata negli anni immediatamente successivi un’incresciosa polemica.
Fortunatamente l’edizione degli scritti dei monaci, in particolare del priore Christian de Chergé, il film di Xavier Beauvois Uomini di Dio (2010) e la loro beatificazione nel 2018 con altri 12 religiosi e religiose, uccisi insieme a decine di migliaia di musulmani durante gli anni Novanta del “decennio nero”, hanno riportato al centro la loro esperienza interreligiosa ridandole un significato più profondo.
Testamento spirituale
Si ricorda oggi la loro spiritualità a partire dal testamento spirituale di Christian de Chergé, scoperto dopo la sua morte ma scritto due anni prima. “Se mi arrivasse un giorno – e potrebbe essere oggi – di essere vittima del terrorismo … vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia, si ricordino che la mia vita era donata a Dio e a questo Paese”, scriveva per offrire poi il perdono a chi lo avesse colpito, dandogli appuntamento davanti al “Padre di entrambi”. Questa spiritualità non è pienamente comprensibile senza ricordare su che cosa è stata costruita, già prima dell’esperienza dei sette martiri.
I trappisti sono venuti in Algeria per formare una comunità di preghiera, ma la regola benedettina dell’“ora et labora” li proietta all’incontro.
La comunità si installa a Tibhirine nel 1938, luogo propizio alla meditazione ma anche all’agricoltura. Con l’arrivo di nuovi fratelli, dopo la guerra i legami con la popolazione locale si fanno più intensi.
Nella stagione della vendemmia non c’è tempo per fare la liturgia delle ore al monastero, i monaci indossano allora il loro abito e pregano sul posto; i braccianti musulmani li osservano, del resto anche loro hanno l’abitudine di pregare tra le vigne. Si consolida così col lavoro e la preghiera il rispetto reciproco.
Fratel Luc
Nel 1946 arriva fratel Luc, medico. Attrezza un dispensario che la popolazione apprezza perché è l’unico della regione al di fuori della città e il monaco visita gratis anche a domicilio. Tra i suoi assistiti ci sono anche famiglie ebraiche. In questo modo il monastero si conferma come punto di riferimento per la popolazione.
La lotta del Fronte di liberazione nazionale (FLN) per l’indipendenza irrompe nel novembre 1954. Le autorità coloniali protestano perché il monastero dà rifugio a qualche fuggitivo e fratel Luc cura chiunque. Nel luglio 1959 lo stesso fratel Luc e un monaco di origine italiana sono rapiti dai guerriglieri dell’FLN per ottenere la liberazione di un loro prigioniero. Uno dei partigiani algerini riconosce però il medico che l’aveva curato e i due monaci sono liberati.
All’indipendenza nel 1962, dopo che i terroristi dell’Algeria francese (OAS) hanno scavato un solco incolmabile tra la popolazione algerina e quella straniera, costringendo la quasi totalità dei coloni ad andarsene, si pone il problema se restare.
La comunità vorrebbe lasciare il Paese malgrado i rapporti col villaggio di Tibhirine rimangano buoni, vi si oppone da Algeri il futuro cardinale Duval. L’esperienza del monastero va avanti, gran parte del terreno è ceduto al fondo per la “rivoluzione agraria”, ma il lavoro nei campi continua. L’arrivo, nel 1971, di Christian de Chergé infonde un nuovo impulso. Nel 1979 insieme a Claude Raoult, futuro vescovo del Sahara, lancia un gruppo di condivisione spirituale, che più tardi chiameranno Ribât es Salam, o Legame della pace, che coinvolgerà musulmani e altri religiosi e religiose (tre di loro - oltre a de Chergé - saranno tra i 19 martiri). Si tratta di incontri di ascolto e di riflessione delle rispettive tradizioni religiose che si tengono due volte all’anno al monastero, per una conoscenza più profonda sul piano personale e spirituale che continua tuttavia a nutrirsi del lavoro comune sulla terra con i musulmani.
Christian de Chergé
Nel 1984 Christian de Chergé viene eletto priore e imprime tra le comunità un legame ancora più forte legato al lavoro, all’incontro e alla pace. Alla fine degli anni Ottanta mette a disposizione del vicinato, privo di moschea, una grande sala per la preghiera. Il lavoro insieme continua, anche se in forme diverse; soprattutto i giovani del villaggio sentono il bisogno di parlare con i monaci.
Le vicende successive a partire dal 1992, con l’offensiva del terrorismo islamico, metteranno a dura prova questi legami. Il priore rifiuta le misure più drastiche di protezione delle autorità perché significherebbe snaturare la relazione col vicinato. Alla vigilia di Natale 1993 un gruppo di terroristi visita il monastero in cerca di denaro e medicinali e chiedono che fratel Luc li segua sulla montagna per curare i feriti. Il priore rifiuta le richieste e ricorda che fratel Luc non è in condizione di seguirli ma cura e dà medicinali a chiunque ne abbia bisogno.
Raccontando l’episodio quasi tre anni dopo, Christian de Chergé ricorderà il pensiero che lo aveva attraversato davanti al capo dei terroristi: “Non posso chiedere al buon Dio: uccidilo. Ma posso chiedere: disarmalo. Poi mi sono detto: ho il diritto di chiedere: disarmalo, se non inizio chiedendo: disarmami e disarma noi comunità?”.
Come non riconoscere in queste parole quelle pronunciate da Leone XIV sulla “Pace disarmata e disarmante” al momento della sua elezione un anno fa e più volte ripetuta?
Tra il 1999 e il 2001 c’è il tentativo di ristabilire la comunità vengono piantati 2.000 meli, ma il progetto di mantenere la presenza trappista è abbandonato per le troppe difficoltà.
Un prete operaio, anzi contadino, Jean-Marie Lassausse assicura dal 2001 per 15 anni la cura del monastero, della terra, della relazione col villaggio e dell’accoglienza. Pur con tutte le ingiustificate restrizioni delle autorità, Tibhirine diventa un luogo di pellegrinaggio per gli stessi algerini, richiamati dalla potenza della memoria dei monaci.
La nuova comunità del Chemin Neuf si stabilisce nell’estate 2016 superando non poche difficoltà. La comunità di preghiera, composta oggi da 2 fratelli e 3 suore, mantiene la relazione con il villaggio, la coltivazione del frutteto e dell’orto, la manutenzione del monastero, l’accoglienza dei visitatori, l’organizzazione di attività comuni. Le modalità sono evolute ma Tibhirine rimane un’oasi di pace e di preghiera, un luogo dove sperimentare l’incontro.