Cuba tra embargo, crisi interna e appelli delle Chiese: un popolo sotto pressione.

 

All’Avana i blackout scandiscono le giornate. Interruzioni di corrente che durano ore, trasporti pubblici ridotti per mancanza di carburante, farmacie prive di medicinali essenziali, inflazione che erode salari già fragili. Cuba attraversa una delle stagioni più difficili degli ultimi decenni, in un intreccio complesso di fattori interni e pressioni internazionali che stanno mettendo a dura prova la popolazione.

Crisi energetica

Secondo diversi reportage dell’agenzia Reuters, la crisi energetica ha effetti immediati sulla vita quotidiana. In un servizio dedicato alla capitale, un residente, José Ramón Cruz, racconta che nel suo quartiere i camion della raccolta rifiuti non passano da oltre dieci giorni a causa della mancanza di carburante. “È tutto fermo”, spiega, descrivendo cumuli di spazzatura lungo le strade. La carenza di diesel non colpisce solo i trasporti urbani, ma incide sulla distribuzione alimentare e sul funzionamento di servizi pubblici essenziali. Le difficoltà si riflettono anche nelle famiglie più vulnerabili.

In un reportage di Associated Press si dà conto dell’arrivo di aiuti alimentari destinati a sostenere anziani e bambini in condizioni di fragilità. Le immagini di pacchi viveri distribuiti nei quartieri popolari raccontano una realtà fatta di razionamenti e attese. “La situazione è molto dura”, riferisce una madre intervistata dall’agenzia, sottolineando come i prezzi siano aumentati ben oltre le possibilità di molte famiglie. Un’analisi pubblicata da El País raccoglie la voce di una giovane studentessa dell’Avana che descrive il clima sociale come “apocalittico”, parlando di incertezza per il futuro e di una quotidianità segnata dalla scarsità di beni primari.

L’emigrazione, intanto, continua a crescere: migliaia di cubani cercano opportunità altrove, spesso affidandosi alle rimesse dei parenti all’estero per sostenere chi rimane sull’isola.

L’embargo

L’embargo economico imposto dagli Stati Uniti nel 1962 e rafforzato negli anni attraverso successive normative, ha limitato l’accesso dell’isola ai mercati finanziari e a numerosi canali commerciali. Durante la presidenza di Barack Obama si era aperta una fase di parziale distensione: riapertura delle ambasciate, maggiore libertà di viaggio, alleggerimento di alcune restrizioni economiche. Un percorso che aveva suscitato speranze anche all’interno della società cubana e che aveva visto un ruolo di mediazione della Santa Sede nel favorire il dialogo tra Washington e L’Avana.

Con l’amministrazione Trump molte di quelle aperture sono state revocate o ridimensionate. Le restrizioni sulle transazioni finanziarie, sulle rimesse e sui rapporti commerciali con imprese legate allo Stato cubano sono state inasprite.

Secondo quanto riportato da diverse agenzie internazionali, le misure hanno avuto un impatto significativo sulla disponibilità di valuta estera e sulla capacità del Paese di importare carburante e beni essenziali. Washington giustifica le sanzioni come strumento di pressione per favorire il rispetto dei diritti umani e una transizione democratica. Il governo cubano, dal canto suo, attribuisce all’“accerchiamento economico” gran parte delle difficoltà attuali. Molti analisti osservano che le fragilità strutturali dell’economia pianificata e i ritardi nelle riforme interne si sommano agli effetti delle sanzioni, producendo una crisi che appare sistemica.

Di fatto, però, il “bloqueo” soffoca la vita dei cubani. Basta dare uno sguardo a letcubabreathe.org, la campagna di Acec – Agenzia di interscambio culturale ed economico con Cuba, per rendersene conto.

Le Chiese

In questo scenario, le Chiese hanno alzato la voce, con accenti diversi ma convergenti nel richiamare la centralità della persona umana. I vescovi cattolici cubani hanno più volte invitato al dialogo e alla riconciliazione, chiedendo riforme che rispondano alle attese della popolazione e sollecitando al contempo la rimozione di misure che aggravano le sofferenze materiali.

Nei loro messaggi pastorali emerge la preoccupazione per l’emigrazione crescente e per il peso che la crisi esercita sulle famiglie. Organismi ecumenici internazionali hanno espresso posizioni critiche verso l’inasprimento delle sanzioni. Il Consiglio Mondiale delle Chiese e diverse denominazioni protestanti nordamericane hanno sottolineato come le misure economiche colpiscano in primo luogo i più vulnerabili. Al tempo stesso, alcune Chiese riformate hanno evidenziato l’importanza del rispetto delle libertà fondamentali e della promozione dei diritti civili all’interno dell’isola, invitando le autorità cubane ad ascoltare le istanze della società. 

Lettura teologica

La questione non è solo geopolitica, ma profondamente morale. La dottrina sociale cattolica parla di bene comune, solidarietà e destinazione universale dei beni: principi che interrogano tanto le scelte della politica internazionale quanto le responsabilità dei governi nazionali. La tradizione riformata insiste sulla giustizia come criterio dell’azione pubblica e sulla responsabilità etica delle istituzioni. La domanda che emerge è semplice e radicale: può una strategia politica dirsi giusta se le sue conseguenze gravano sui più fragili? E, allo stesso tempo, può uno Stato sottrarsi al dovere di riformare strutture che generano inefficienza e disuguaglianza?

Intanto, sull’isola, la crisi ha il volto concreto delle persone. Anziani che attendono una pensione insufficiente, madri in fila per il pane, giovani che sognano un futuro altrove. Le Chiese parlano di ponti e non di muri, di dialogo e non di contrapposizione permanente.

Il futuro di Cuba resta incerto. Ma nel buio dei blackout e nelle strade segnate dalla scarsità, continua a risuonare un appello che è insieme politico e spirituale: rimettere al centro la dignità della persona, al di sopra di ogni logica di scontro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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