Intelligenza artificiale, educazione alla pace e Chiesa. In dialogo con don Davide Imeneo.

  

Nel 2024, il tema della Giornata mondiale della pace scelto da papa Francesco era riservato all’“Intelligenza artificiale e pace”. Gli abbiamo dedicato un intero numero della nostra rivista (gennaio 2024), mettendo insieme tante voci diverse, sguardi e prospettive di un mondo tecnologico che progredisce a gran velocità, offrendo opportunità e lasciando intravedere rischi.

Dell’Intelligenza artificiale, scriveva il Papa nel messaggio, “ad oggi, non esiste una definizione univoca nel mondo della scienza e della tecnologia. Il termine stesso, ormai entrato nel linguaggio comune, abbraccia una varietà di scienze, teorie e tecniche volte a far sì che le macchine riproducano o imitino, nel loro funzionamento, le capacità cognitive degli esseri umani.

Parlare al plurale di ‘forme di intelligenza’ può aiutare a sottolineare soprattutto il divario incolmabile che esiste tra questi sistemi, per quanto sorprendenti e potenti, e la persona umana”. E continuava: “Il loro impatto, al di là della tecnologia di base, dipende non solo dalla progettazione, ma anche dagli obiettivi e dagli interessi di chi li possiede e di chi li sviluppa, nonché dalle situazioni in cui vengono impiegati”.

Oggi programmi di Intelligenza artificiale sono a nostra disposizione per velocizzare il reperimento di informazioni, per accelerare il lavoro e, anche, per aprire nuovi sentieri di educazione alla pace.

Abbiamo intervistato don Davide Imeneo, che si occupa di Comunicazione, Giornalismo e Intelligenza artificiale, direttore di Avvenire di Calabria. La Chiesa si apre alle nuove tecnologie, anche come strumento di evangelizzazione. I suoi progetti sono accolti e sostenuti anche dalla Chiesa cattolica, con l’8x1000.

Don Davide, lei è promotore e ideatore di un’apposita piattaforma che propone l’IA al servizio dell’educazione e dell’evangelizzazione: www.acutisai.it. Come nasce il progetto e in cosa consiste?

Il progetto Acutis Ai nasce dalla convinzione (fondata, però, sull’esperienza e non solo su principi) che i media ecclesiali locali non esistono solo per informare, ma svolgono la loro missione anche attraverso una funzione pedagogica attiva. Tutto è partito dal basso, all’interno del progetto di formazione al giornalismo “Aula G”, promosso da Avvenire di Calabria.

Insieme ai ragazzi della Scuola Media Maria Ausiliatrice di Reggio Calabria, ci siamo chiesti come “abitare” questi nuovi ambienti digitali: non volevamo subire la tecnologia, ma governarla. Siamo stati il primo giornale italiano a pubblicare un GPTs (un’App GPT) sullo store di OpenAI, ma il vero salto di qualità è stato coinvolgere gli studenti nella creazione di assistenti virtuali (GPTs) tematici, affidando loro una parte del machine learning. Acutis Ai è il frutto di questo percorso: una piattaforma che utilizza l’intelligenza artificiale per educare, intitolata al santo Carlo Acutis, patrono di Internet.

È un esempio concreto di come un medium diocesano possa diventare un agente di formazione sul territorio, aiutando a far crescere il tessuto sociale ed educativo della propria comunità di riferimento.

In un mondo in guerra, l’IA sta rivoluzionando il settore militare. Quale idea di persona e di sviluppo c’è, di fatto, dietro i grandi motori di ricerca e piattaforme IA?

Spesso dietro i grandi player tecnologici c’è un’antropologia riduzionista, che vede l’essere umano come un insieme di dati da profilare per scopi commerciali o, peggio, come un ingranaggio in sistemi di efficienza e controllo. Il mio lavoro di ricerca si concentra proprio sulla necessità di recuperare una visione etico-filosofica integrata con la Dottrina Sociale della Chiesa e applicata alle nuove tecnologie, in particolare alle intelligenze artificiali. Lo sviluppo attuale rischia di essere guidato solo dalla logica del “si può fare, quindi si fa”… al contrario, dovremmo proporre il concetto di “virtù digitale”: la tecnologia non è neutra, e il suo sviluppo deve avere al centro la dignità della persona umana, non il profitto o la supremazia militare. Dobbiamo passare dall’essere utenti passivi a soggetti capaci di esercitare virtù anche nell’ambiente digitale.

L’IA può essere compatibile con una visione evangelica della pace? Quanto riflette le intenzioni, il contesto economico-finanziario, di chi la progetta e la usa?

L’IA è uno specchio: riflette i dati con cui viene addestrata e le intenzioni di chi la progetta, replicandone tutti i pregiudizi e le intenzionalità. Se il contesto è puramente economico, l’IA amplificherà le disuguaglianze perché tenderà a “ragionare” secondo la logica di massimizzazione dei profitti. Tuttavia, credo fermamente che l’IA possa essere compatibile con il Vangelo se viene “battezzata” da un’etica della responsabilità: nel nostro piccolo, con Acutis Ai, abbiamo dimostrato che questi strumenti possono formare alla virtù e al pensiero critico. La sfida per la Chiesa è abitare questo spazio non come “apocalittici”, ma come “integrati” che portano una visione umanistica. Personalmente non accetto l’approccio di chi demonizza lo strumento, preferisco piuttosto orientarne il fine: l’IA deve servire a unire i popoli e facilitare la conoscenza, non a perfezionare le armi o polarizzare le opinioni.

L’IA può favorire un reale dialogo tra culture e popoli, o rischia di rafforzare stereotipi, colonialismi digitali e nuove asimmetrie di potere?

Il rischio di un “colonialismo digitale” è reale: gli algoritmi tendono a standardizzare il pensiero su modelli culturali dominanti (spesso occidentali e anglofoni), appiattendo le differenze. Per questo, ritengo fondamentale il ruolo dei media locali e delle comunità territoriali nell’educazione all’uso virtuoso dell’IA: la prossimità e il legame fiduciario col territorio sono gli antidoti all’omologazione. Un’IA decentralizzata, o utilizzata con sapienza locale, può valorizzare le specificità culturali invece di cancellarle. Il dialogo vero nasce quando c’è rispetto delle diversità, e l’IA deve essere programmata e utilizzata per tradurre e connettere, non per sovrascrivere le identità locali. 

L’utilizzo crescente della IA, anche dai giovanissimi, può influire sulla capacità di pensare criticamente e di scegliere responsabilmente?

Assolutamente sì ed è un’arma a doppio taglio. Se usata come scorciatoia per evitare la fatica del pensare, l’IA atrofizza la coscienza critica, attuando una sorta di sostituzione intellettuale che atrofizza il pensiero. Ma se usata come “tutor” o compagno di viaggio – sempre con la supervisione umana – può potenziare le nostre facoltà. Per questo non basta insegnare come usare l’IA tecnicamente (competenze digitali), bisogna educare al senso del suo utilizzo (sapienza digitale). Dobbiamo educare i giovani a mantenere il controllo, a verificare le fonti e a porsi domande etiche: l’obiettivo è che l’IA ci aiuti a essere più umani, non a delegare la nostra umanità a una macchina.

Quale ruolo possono avere le comunità, le Chiese e la società civile nella promozione dell’uso dell’IA a servizio della pace e della nonviolenza?

Le comunità non devono essere solo spettatrici. La Chiesa e la società civile possono diventare “laboratori di futuro”. Il progetto che sto studiando e proponendo è quello di una Chiesa locale che non si limita a produrre documenti sull’IA o proporre corsi di alfabetizzazione digitale, ma crea strumenti pratici, educativi e replicabili. Le parrocchie, le scuole cattoliche e i media diocesani possono diventare presìdi di educazione all’algoretica (Studio dei problemi e dei risvolti etici connessi all’applicazione degli algoritmi) possiamo promuovere la pace “disarmando” il linguaggio digitale dall’odio e usando l’IA per costruire ponti (anche tra le generazioni). Come dimostra il caso di Avvenire di Calabria, anche una realtà locale può sedersi al tavolo dell’innovazione e proporre un modello alternativo, basato sulla relazione e sulla cura, piuttosto che sul profitto.

 

 

 

 

 


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