Viaggio nelle reti di donne che costruiscono e promuovono la pace, mediano i conflitti, rilanciano il dialogo.
“Le donne in tutto il mondo svolgono un ruolo fondamentale nella prevenzione dei conflitti, nella costruzione della pace e nell’aiutare i Paesi a riprendersi dalle crisi, spesso mettendo a rischio la propria vita. Ciononostante, rimangono in gran parte ai margini dei processi di pace formali e dei processi decisionali. Il nostro obiettivo è cambiare lo status quo ponendo le priorità e i diritti delle donne al centro dei processi di pace e politici e raggiungere la parità di genere nelle operazioni di mantenimento della pace”: l’impegno dell’ONU in questa direzione è stato costante nel tempo, nonostante le resistenze del mondo diplomatico.
Risoluzione 1325
Sul piano formale, è fondamentale la Risoluzione 1325 “Donne, Pace e Sicurezza”, approvata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza il 31 ottobre del 2000, seguita negli anni da altre 9 Risoluzioni più specifiche, di contrasto anche all’impunità in caso di violenze e stupri. L’approccio è stato definito delle tre P: Partecipazione, Protezione, Prevenzione, con la donna che da vittima “privilegiata” dei conflitti – anche di stupri come “arma di guerra” – deve diventare protagonista del loro superamento, agente attiva di pace e con un ruolo che le consente di prendere anche decisioni politiche.
Anche il Parlamento europeo ha prodotto una Risoluzione nel 2020 sottolineando con preoccupazione che le donne hanno rappresentato solo il 13% dei negoziatori nei principali processi di pace dal 1992 al 2018, il 4% dei firmatari e il 3% dei mediatori. Eppure, studi internazionali accreditati hanno dimostrato che “gli accordi di pace raggiunti con la partecipazione attiva delle donne hanno maggiori possibilità di essere sostenibili ed efficaci. Le società che pongono l’accento sul raggiungimento della parità di genere godono anche di una migliore salute, di una crescita economica più forte e di una maggiore sicurezza”. Tali accordi hanno anche statisticamente una maggiore durata: almeno 15 anni il 35%.
Approcci
Senza cadere nella retorica facile di una corrispondenza “naturale” o sociale tra donne e pace – smentita peraltro da diversi esempi odierni nel mondo politico –, è indubbio che sia spesso riscontrabile nelle donne un approccio più articolato al tema del conflitto, che deriva essenzialmente dalla priorità data al benessere collettivo: la comunità, oltre che la famiglia, è al centro della visione delle donne, che sulla loro pelle si rendono conto dell’inutilità e dell’assurdità dei massacri e fondano l’azione sui valori della solidarietà, della cura e dei diritti umani, cercando la riconciliazione.
Le donne tendono ad affrontare in modo nonviolento le tensioni, privilegiando il dialogo piuttosto che lo scontro a partire dai rapporti di forza, e impostano il processo di pace anche nell’ottica del community-building, la costruzione della comunità o anche la sua ricostruzione nella fase post-bellica. Facilmente assumono la funzione di ponte tra le parti e fra culture diverse, perché la comunanza di genere permette loro un incontro anche interpersonale positivo.
Del resto, le riflessioni femministe e anche quelle svolte nell’ambito delle teologie hanno sempre evidenziato il legame tra patriarcato e guerra, una connessione che contribuisce ad aggravare la subalternità delle donne e a esporle alla violenza.
Esperienze
La marginalità a cui la Storia, ma anche la comunicazione attuale, le condannano da sempre, oltre a ridurre di molto le potenzialità delle donne in ambiti ufficiali, oscura anche l’informazione sulle mille situazioni locali in cui invece hanno potuto agire efficacemente, in genere dal basso e senza appoggi istituzionali, ma a volte anche in percorsi più ufficiali.
La presenza di esperienze di peace-building ad opera di donne è in realtà estesissima anche se “sommersa”. Più noti, per la vicinanza geopolitica e per il valore altissimo della loro testimonianza, in un contesto che appare senza speranza, sono i percorsi di collaborazione e sorellanza di donne israeliane ebree e donne palestinesi o arabe israeliane.
Women Wage for Peace, nata nel 2014, ha oggi 50.000 iscritte ed è il più grande movimento pacifista del Paese: tra le fondatrici Vivian Silver, uccisa il 7 ottobre, i cui figli coerentemente con l’impostazione della madre hanno mantenuto una posizione nonviolenta dopo la sua morte. L’organizzazione lavora in molti modi, collaborando strettamente con l’associazione sorella palestinese Women of the Sun: “Noi, donne palestinesi e israeliane di ogni estrazione sociale, siamo unite nel desiderio umano di un futuro di pace, libertà, uguaglianza, diritti e sicurezza per i nostri figli e le generazioni future”.
Appellandosi alla società civile di entrambi i popoli e ai leader mondiali, tutte auspicano l’apertura di un processo di pace per il quale richiedono un ruolo ufficiale sulla base della Risoluzione ONU 1325. Con incontri, seminari, marce nonviolente, anche all’estero, in Europa e in altri continenti, svolgono un’attività di sensibilizzazione di estremo rilievo, dimostrando insieme che la pace è possibile.
Sostiene la rete la cantautrice e attivista Yael Deckelbaum, la cui canzone Prayer of the Mothers è diventata un inno pacifista. Anche nella terribile guerra nella ex-Jugoslavia, le donne sono state le prime a riaprire alla speranza: a Bratunac, nella stessa zona della strage etnica di Srebrenica, cinque anni dopo, in un contesto che sembrava irrimediabilmente lacerato dalla violenza, nel 2003 una decina di donne serbe e bosniache ha fondato, insieme, una cooperativa per la produzione e la lavorazione di fragole e frutti di bosco, dal nome significativo: “Insieme. Frutti di pace” e oggi dà lavoro a 500 famiglie.
E nell’area Ucraina – Russia – Bielorussia molte donne pacifiste e nonviolente sono attive e collegate tra loro, sfidando la repressione violenta dei regimi. Olga Karach, bielorussa, minacciata di morte dal suo governo, è oggi in Lituania dove svolge un incessante lavoro di rete a sostegno dell’obiezione di coscienza. Collegata ai movimenti europei, è stata più volte in Italia con Stop Rearm Europe.
Nel mondo
In moltissime altre aree geografiche si riscontrano reti di donne che tessono relazioni all’interno e tra le comunità per affermare la pace e la giustizia. L’AWAW, Sri Lanka War Affected Women, la Feminist peace Roadmap in Yemen, Together We Build It in Libia, molte associazioni in Asia Centrale – Kazakistan, Uzbeskistan, Turkmenista – e la RAWA, Revolutionary Association of the Women of Afghanistan, che opera clandestinamente, gruppi diffusi in America latina. La Women’s International League for Peace and Freedom (WILPF), fondata nel 1915, con sede a Ginevra, cerca di creare contatti e dare sostegno.
L’area di Pax Christi International ha in questa fase un focus sulla nonviolenza attiva delle donne nel peacebuilding, come è stato sottolineato nel recente 80th Anniversary World Gathering dal significativo titolo Building Bridges for Tomorrow (Costruire ponti per il domani) e in un Seminario a Roma. Tra le molte esperienze citate, alcune donne in Africa – ad esempio Elizabeth Kanini in Kenya e Sud Sudan – dopo una lunga catena di violenze, avviano processi di riconciliazione tra villaggi rivali o anche all’interno delle singole comunità, attraverso un lavoro paziente di dialogo e formazione. Stesso itinerario è stato seguito in altri ambiti nella zona del Turkana e dell’Emi Triangle, si tratta sempre di donne che per prime hanno detto “Basta sangue!”.
Negli Stati Uniti la tradizione del pacifismo cattolico è molto forte. Marie Dennis, già co-presidente di Pax Christi International e oggi coordinatrice dell’Istituto cattolico per la nonviolenza (cfr. articolo pagg. 6-7 di questo numero, ndr) è stata arrestata per qualche ora a Washington durante un presidio pacifico contro le violenze dell’ICE. Storicamente le suore francescane, tra cui Suor Rosemary Lynch, collegata al Cipax in Italia, hanno partecipato alle proteste contro il sito di test nucleari del Nevada. Ed è una donna, Dorothy Day, la fondatrice dell’importante movimento pacifista del Catholic Worker.