A cura di Mauro Castagnaro e Tonio Dell’Olio

Che fine ha fatto la Teologia della Liberazione?

Quali forme assume oggi la Teologia della Liberazione? Quali nuove povertà la ispirano e quali percorsi di liberazione possibile individua?

In queste pagine, proponiamo un viaggio che rilegge la proposta teologica della liberazione, dalle sue origini ai nostri tempi, coniugandola negli ambiti di vita, riflessione e pastorale che attraversano la contemporaneità: la sfida climatica e ambientale, l’eco-femminismo, il pluralismo culturale e religioso, le nuove povertà e le violenze economiche.

 

 

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Qualifica Autore: teologo, presidente dell’Asociación de Teólogos Juan XXIII

Teologia latinoamericana della Liberazione: rivoluzione metodologica e sfide attuali.

 

Ostacoli

La costruzione della Teologia latinoamericana della Liberazione (d’ora in poi TdL) non è stata un cammino facile, quanto piuttosto un calvario o, se si preferisce, una corsa a ostacoli provenienti sia dall’interno dello stesso cristianesimo sia dall’esterno.

Gli ostacoli interni ebbero origine dall’alto magistero ecclesiastico e dalle gerarchie, da cui giunsero ammonizioni e condanne nei confronti di alcuni dei principali esponenti della Teologia della Liberazione. Ma gli ostacoli maggiori sono venuti dall’esterno. Fin dall’inizio del suo percorso, questa Teologia è stata oggetto di forti controlli ideologici e di una brutale persecuzione da parte delle dittature latinoamericane, a causa delle costanti denunce dell’autoritarismo, della corruzione e del colonialismo diffusi in tutta l’America Latina.

Il risultato di tale persecuzione sono stati i numerosi assassinii di vescovi, teologi e teologhe, religiosi e religiose, sacerdoti e leader di comunità impegnati nella difesa dei diritti umani.

La nascita

Nella nascita e nello sviluppo della TdL in America Latina intervennero diversi fenomeni esterni e interni. Tra quelli esterni più significativi, si possono segnalare: l’irruzione del Terzo Mondo sulla scena storica, le politiche di sviluppo, le dittature militari, la dottrina della Sicurezza Nazionale, il risveglio dell’identità culturale latinoamericana, la teoria della dipendenza, l’influenza del marxismo umanista e la pedagogia degli oppressi di Paulo Freire.

Qualifica Autore: teologa, direttrice generale dell’Istituto Bartolomé de Las Casas (Lima, Perù) docente all’Università Pontificia Cattolica del Perù

Teologia della Liberazione e dialogo interreligioso: le “piccole religioni” in Gustavo Gutiérrez. 

 

Il dialogo interreligioso è solitamente concepito come uno scambio tra le principali tradizioni religiose dell’umanità, in particolare l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam. Tuttavia, questo approccio trascura spesso altre espressioni religiose legate a popoli storicamente impoveriti, colonizzati e culturalmente delegittimati. In risposta a questa omissione, nell’opera postuma Vivere e pensare il Dio dei poveri, pubblicata nel 2025, Gustavo Gutiérrez solleva una domanda necessaria: “Quale posto occupano nel dialogo interreligioso le religioni dei popoli indigeni – le ‘piccole religioni’, come le chiama lui – presenti in America Latina e nei Caraibi, in Africa e in altre parti del mondo segnate dall’insignificanza sociale”? (p. 474).

Dal punto di vista della Teologia della Liberazione, questa domanda non è secondaria. Collocando la riflessione teologica nel e dal mondo della povertà, Gutiérrez propone un cambiamento di prospettiva da cui considerare sia la fede cristiana sia il dialogo con le altre religioni. In questo contesto, il nostro testo si chiede: “Qual è il contributo della Teologia della Liberazione di Gustavo Gutiérrez al dialogo interreligioso quando viene affrontato a partire dalla realtà delle piccole religioni situate in contesti di povertà ed esclusione”?

L’ipotesi che guida questa riflessione è che la Teologia della Liberazione offra un quadro fecondo per ripensare il dialogo interreligioso, evidenziando le piccole religioni come portatrici di tradizioni che sfidano e arricchiscono la riflessione teologica cristiana e come interlocutrici chiave nella lotta per la giustizia sociale. Da questa prospettiva, il dialogo interreligioso richiede di collegare in modo inscindibile apertura alla religiosità dei popoli esclusi e impegno per la giustizia.

Qualifica Autore: teologa cattolica ecofemminista messicana

La teologia ecofemminista e il suo impatto politico sul femminicidio e l’ecocidio.

 

Scrivo partendo dal dolore e dalla paura che provo vivendo in un paese in cui si è sviluppata una cultura femminicida, e dall’angoscia di far parte della generazione che ha contribuito alla devastazione delle foreste pluviali e allo scioglimento dell’Antartide.

Tutto rimanda allo stesso responsabile: il patriarcato, espresso nel sistema capitalista neoliberista alleato coi sistemi religiosi conservatori, poiché entrambi mantengono la logica del dominio sui corpi abietti o scartati, quelli della terra e delle donne, ma anche quelli considerati diversi a causa della loro sessualità, del colore della pelle o della povertà.

ECOFEMMINISMO

La teologia ecofemminista evidenzia le connessioni tra tutte le forme di violenza, dall’oppressione delle donne all’interno della famiglia alla distruzione del pianeta. Quella latinoamericana riconosce un legame politico-ideologico tra il dominio sulle donne e sulla natura. Il corpo della donna e quello della terra sono, infatti, territori contesi, poiché entrambi concepiti come oggetti di proprietà, eredità o possesso da parte del patriarcato, attraverso i quali si manifesta il potere maschile.

In questo modo, la teologia ecofemminista mira a mostrare come la saggezza divina sia radicata in tutta la creazione (panenteismo). 

La Teologia della Liberazione nelle Chiese asiatiche. Intervista a Gerardo Alminaza.

  

Gerardo Alminaza è un vescovo cattolico filippino, nella diocesi di San Carlos dal 2013, noto soprattutto per il suo impegno pastorale e sociale, in particolare sui temi della giustizia sociale, pace ed ecologia integrale.

 

Alla luce della sua esperienza pastorale, ritiene che la Teologia della Liberazione abbia oltrepassato i confini dell’America Latina e possa offrire spunti anche alle Chiese asiatiche, e in particolare alla Chiesa nelle Filippine?

La Teologia della Liberazione è nata in un contesto storico e geografico particolare, ma la sua intuizione più profonda – la convinzione che Dio si rivela nella Storia, specialmente nella sofferenza e nelle lotte dei poveri – appartiene al cuore stesso del Vangelo. Per questo non è mai rimasta confinata all’America Latina.

In Asia, e in particolare nelle Filippine, la Teologia della Liberazione ha assunto caratteristiche proprie. Le nostre realtà sono segnate da una povertà diffusa, dalla violenza politica, dalla distruzione ecologica, dalle eredità del colonialismo e da una profonda religiosità popolare. Qui la liberazione non è solo una questione economica o politica; è anche culturale, ecologica e spirituale. I poveri non sono semplicemente destinatari di aiuto, ma portatori di fede, di resilienza e di sapienza.

Nel contesto filippino, la Teologia della Liberazione si è espressa attraverso le Comunità ecclesiali di base, approcci pastorali centrati sul popolo, l’impegno per i diritti umani e i processi di pace, e la costante presa di posizione della Chiesa contro l’ingiustizia strutturale e la corruzione. Anche se il linguaggio può differire dalle sue origini latinoamericane, la sostanza rimane: una fede che rifiuta di restare neutrale di fronte alla sofferenza e che insiste sul fatto che la salvezza deve toccare le realtà storiche concrete.

Così, la Teologia della Liberazione non ha attraversato le frontiere come un modello importato; piuttosto, è stata nuovamente radicata, inculturata e riformulata nel suolo asiatico. 

La Teologia della Liberazione nella prospettiva economico-politica contemporanea.

 

La crisi contemporanea che attraversa le società periferiche e centrali non può essere intesa soltanto come una successione di fallimenti economici, deficit di governance o squilibri distributivi. Si tratta, piuttosto, di una crisi più profonda della razionalità, nella quale l’economia di mercato, specialmente nella sua forma finanziarizzata e globalizzata, assume lo statuto di criterio ultimo di organizzazione della vita sociale.

Assolutizzando l’efficienza, la crescita e la valorizzazione del capitale, questa razionalità sposta la domanda etica fondamentale sulla vita e sulle sue condizioni di possibilità nel campo della strumentalizzazione tecnica, naturalizzando disuguaglianze, esclusioni e distruzione socio-ambientale.

È in questo orizzonte che la relazione tra teologia ed economia politica si rivela intrinsecamente interdisciplinare: non come giustapposizione di campi autonomi, ma come disputa sul criterio ultimo che orienta la vita in comune. A partire dalla Teologia della Liberazione e dal dialogo critico con l’economia politica del Sud globale, questo articolo sostiene che l’assolutizzazione del mercato si configura come una forma storica di idolatria, la cui razionalità esige sacrifici umani ed ecologici, e propone il criterio della vita concreta – specialmente quella dei poveri – come chiave teologica e politica per il discernimento economico.


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