Sanzioni a pacifisti: a Pisa la risposta nonviolenta sfida la repressione del dissenso.
Il 12 marzo 2026, intorno alle 18:00, la stazione ferroviaria di Pisa Centrale è stata teatro di un’azione coordinata da movimenti pacifisti e antimilitaristi del territorio. Decine di attiviste/i sono riuscite/i a dare un segnale concreto di opposizione alle guerre, bloccando un treno carico di mezzi e container militari che stava attraversando lo scalo.
Oggi quest’azione incontra un atteggiamento punitivo da parte delle autorità, traducendosi in decine di sanzioni amministrative da migliaia di euro per manifestazione non preavvisata. Una misura che non spaventa chi si sta attivando, ma conferma l’efficacia del blocco e del monitoraggio dal basso e la consapevolezza che un vasto movimento contro la guerra sul territorio non lascerà indietro nessuno e nessuna.
Quali ragioni hanno spinto la popolazione a scendere su quei binari?
Il territorio tra Piombino, Livorno, Pisa, Pontedera è sempre più lo snodo di operazioni militari: esercitazioni, movimentazioni logistiche, ricerche militari, attività industriali, operatività di basi e missioni. Per questo, la società civile ha cominciato a darsi strumenti di attivazione contro la guerra. Nella notte tra l’11 e il 12 marzo a Piombino vengono scaricati i mezzi militari: arrivano le segnalazioni da parte della comunità locale e viene indetto uno sciopero nelle ferrovie. A Livorno e Pontedera si organizzano presidi, con cittadini e lavoratori del porto. A Pisa decine e poi centinaia di persone occupano pacificamente e con determinazione i binari per fermare il transito del carico.
Dentro questa azione ci sono mille ragioni di un movimento per la pace sul nostro territorio. C’è il rifiuto dell’utilizzo di infrastrutture civili – binari, ponti, porti e aeroporti – per alimentare la guerra.
C’è il pericolo e la minaccia che materiale militare transiti in pieno giorno in una stazione affollata di pendolari. Ci sono i milioni di euro sperperati per la military mobility – la mobilità militare finanziata dall’Unione Europea, come nell’allargamento del binario 4 di Pontedera. Infine, il blocco ha rappresentato un gesto di solidarietà con le popolazioni che, dalla Palestina al Sudan, pagano con le proprie vite le operazioni di guerra che i Paesi occidentali, Italia inclusa, assecondano e sostengono.
Ma, soprattutto, in questa azione c’è un messaggio di lotta e speranza per tutte e tutti coloro che sui territori si chiedono: cosa possiamo fare per arginare l’escalation bellica? Possiamo organizzarci, fare rete, costruire alleanze. Reti che siano di monitoraggio effettivo delle attività belliche, di sostegno e coordinamento nell’azione di lotta; strumenti di inchiesta volti a scoprire e denunciare i flussi e le operazioni segrete della guerra, cooperando per costruire territori diversi, democratici, liberi dalla guerra, con impronta ecologica e di pace. Inceppare gli ingranaggi bellici è possibile con i corpi e una coscienza critica.
Questa capillarità dell’azione diventa cruciale se pensiamo che il quadrante geografico tra Pisa e Livorno ospita importanti presidi militari globali e hub logistici strategici per gli USA e la NATO, situati spesso a ridosso e all’interno di aree naturali protette. Non a caso la ripicca delle sanzioni per il blocco dei binari arriva in concomitanza con una vasta inchiesta giudiziaria contro il movimento per la Palestina di tutta la città di Pisa, con 54 indagati e 140 capi di accusa.
Le multe e le denunce hanno incontrato la coscienza di una terra che rifiuta la guerra e una convinzione ferma che vogliamo rilanciare per tutti gli altri territori: vale la pena rischiare qualcosa per un futuro in cui i popoli del mondo, compreso il nostro, non siano costretti a pagare tutto? Noi crediamo di sì.