Le donne che tengono viva la pace.
In un mondo segnato da conflitti prolungati e crisi umanitarie dimenticate, il Sudan rappresenta oggi uno degli scenari più drammatici e complessi. La guerra esplosa nell’aprile 2023 ha causato milioni di sfollamenti, la distruzione di infrastrutture essenziali e una profonda frattura del tessuto sociale. Dietro i numeri si trovano vite spezzate, ma anche storie di resilienza, solidarietà e cura comunitaria.
In questo contesto, Pax Christi International ha portato la testimonianza del Sudan alla Conferenza Internazionale per l’Armonia Mondiale, tenutasi il 9–10 marzo 2026 presso l’UNESCO a Parigi, dedicata al ruolo delle donne nella promozione della pace.
La dott.ssa Mawa Abdelbagi Osman Mohamed, membro del gruppo di lavoro di Pax Christi International sul Sudan, ha offerto una lettura del Paese non solo come teatro di guerra, ma anche come spazio in cui le donne continuano a generare pratiche quotidiane di pace, mediazione e resilienza civile. Il contributo è stato reso possibile grazie al lavoro di rappresentanza per Pax Christi International all’UNESCO di Bérengère Savelieff.
La guerra
Dal 15 aprile 2023, il Sudan vive una guerra che ha aggravato una situazione già segnata da instabilità politica e fragilità economica. Milioni di persone hanno perso la casa e l’accesso ai servizi essenziali, mentre intere comunità affrontano condizioni di estrema vulnerabilità.
La crisi non è soltanto umanitaria, è anche una crisi profonda della convivenza, della fiducia sociale e della coesione comunitaria, definita dal Segretario generale delle Nazioni Unite come la “più grande crisi umanitaria al mondo”.
In questo contesto, la ricostruzione del tessuto sociale diventa una condizione essenziale per qualsiasi prospettiva di pace, intesa non come semplice assenza di conflitto, ma come processo continuo di trasformazione delle relazioni e delle condizioni di giustizia.
I processi di riconciliazione sostenibile dipendono dalla capacità di attivare forme di leadership multilivello, in cui attori istituzionali e comunitari interagiscono attraverso reti di fiducia e mediazione. In questa prospettiva, la pace si costruisce dal basso, attraverso la ricomposizione dei legami sociali e il rafforzamento delle reti comunitarie nei territori colpiti dal conflitto.
Le donne sono tra le più colpite dalla guerra, ma anche tra i principali attori della resilienza sociale. Le evidenze delle Nazioni Unite e delle organizzazioni umanitarie indicano un forte aumento della violenza di genere in Sudan dall’inizio del conflitto, incluso l’uso della violenza sessuale come strumento di intimidazione e controllo in un contesto di insicurezza diffusa.
Queste dinamiche si inseriscono in una realtà in cui la sopravvivenza quotidiana espone l’intera popolazione civile a rischi costanti.
In particolare, gli spostamenti verso spazi essenziali come pozzi d’acqua e mercati avvengono in condizioni di elevata esposizione e scarsa protezione, rendendo la vita quotidiana intrinsecamente fragile.
Le donne
La partecipazione delle donne nei processi di pace non può essere ridotta a una semplice risposta all’emergenza o a ruoli prestabiliti, ma va compresa come espressione di protagonismo sociale e politico. In molti contesti, le donne contribuiscono alla costruzione della pace grazie a competenze relazionali, capacità di mediazione e reti sociali consolidate nel tempo, che permettono di mantenere coesione e fiducia anche in situazioni di forte frammentazione.
Il nesso tra donne e pace non va quindi inteso in senso essenzialista, ma come risultato di pratiche sociali e posizionamenti concreti nei contesti di crisi.
In questo senso, “donne e pace” indica un campo di azione e partecipazione attraverso cui si esprimono forme di leadership relazionale fondate su fiducia, prossimità e continuità dell’impegno, che contribuiscono alla prevenzione dei conflitti, alla gestione delle crisi e alla ricostruzione sociale.
In un contesto caratterizzato da pluralità religiosa e culturale, la religione agisce sia come possibile fattore di divisione sia come elemento di coesione sociale.
In molte comunità sudanesi, le appartenenze religiose funzionano come un collante sociale che sostiene reti di solidarietà e protezione nei momenti di crisi estrema, diventando uno spazio in cui si costruiscono fiducia e riconoscimento reciproco. Questa dimensione può, inoltre, essere reinterpretata dalle donne in chiave inclusiva, trasformandosi in uno strumento di riconciliazione piuttosto che di divisione.
L’esperienza sudanese mostra infine che la pace non si costruisce solo attraverso accordi politici, ma soprattutto nei territori e nelle pratiche quotidiane di convivenza. Nei campi per sfollati, nei quartieri e nelle reti comunitarie, la ricostruzione dei legami sociali avviene attraverso interazioni continue che mantengono vivi spazi minimi ma essenziali di dialogo tra gruppi diversi.
Questo rende evidente l’importanza dell’ascolto nei processi di pace, poiché le comunità direttamente colpite dai conflitti sono spesso escluse dalle decisioni che le riguardano. Escludere queste voci indebolisce la possibilità stessa di una pace sostenibile.
La conferenza UNESCO ha rappresentato un’importante occasione per riportare l’attenzione internazionale sulla crisi sudanese e sul ruolo delle donne nei processi di pace. La loro testimonianza ricorda che la pace non è soltanto un obiettivo politico, ma una pratica sociale quotidiana fondata su solidarietà, responsabilità condivisa e trasformazione delle relazioni.
Anche nei contesti più devastati dalla guerra, le donne continuano a essere portatrici di una speranza concreta: una pace che si costruisce nelle comunità e si alimenta attraverso la cura delle relazioni umane.
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Sudan, una guerra dimenticata
Dal 15 aprile 2023 il Sudan è devastato dal conflitto tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF). La guerra ha provocato decine di migliaia di vittime e costretto oltre 14 milioni di persone ad abbandonare le proprie case, dando origine a una delle più gravi crisi umanitarie al mondo. Carestia, epidemie e attacchi contro i civili continuano ad aggravare una situazione che resta ai margini dell’attenzione internazionale.