Le mani raccontano chi siamo. Anche quando digitano.
Aveva poco più di un mese il mio bambino, quando iniziò a muovere le mani in alto, davanti a sé, come un direttore d’orchestra. Dirigeva il mondo, ci dicevamo; ed effettivamente dirigeva la nostra vita, come esperto musicista, segnandone il ritmo. Poi iniziò l’osservazione delle mani: con gli occhi sgranati ne seguiva affascinato i movimenti, provando a portarsele alla bocca.
Sembrava non comprendere ancora che quelle mani erano parte del suo stesso corpo. Qualche volta, leggendo nella rete i post e i commenti che ne seguono, mi capita di pensare che in molti di noi accada il processo contrario rispetto a quello di un infante alla scoperta delle sue mani. Infatti, regrediamo fino a dimenticare che le nostre mani sono parte di noi e ciò che le dita digitano ci rappresenta.
Mani parlanti
Il nostro viaggio, alla scoperta del corpo nonviolento, ci porta a riflettere sulle mani.
Con le mani prendiamo contatto con il mondo. E quante cose ci permettono di fare le nostre mani: le mani costruiscono, aggiustano, curano; le mani sfiorano, accarezzano, feriscono; con le mani ci avviciniamo o respingiamo.
Probabilmente, le mani sono la parte del corpo più significativa per relazionare e conoscere il mondo. Il tatto dei polpastrelli ci permette di “sentire” ciò che è duro, bagnato, freddo o caldo, ciò che è morbido, ruvido o viscido. Forte il significato simbolico legato alle mani: una stretta di mano per sigillare un patto o più semplicemente per un saluto formale; un anello al dito per promettersi l’amore che dura. Battiamo le mani per approvare, o accompagnare il ritmo di una canzone, e con le mani giunte o aperte, preghiamo...
Le mani “parlano”: mani alzate per esprimere la resa, mani a pugno per la difesa o l’aggressione, mani in movimento per salutare. Ma le mani sanno anche “urlare” fino a offendere (le corna fuori dal finestrino di un’auto in corsa o il dito medio alzato contro il viso dell’altro).
Delle mille azioni che le nostre mani fanno, quotidianamente, vorrei qui concentrarmi sulla loro postura nel digitale. Con le dita sulla tastiera, vorrei riflettere sull’etica della comunicazione responsabile, che invita a educare anche le dita a “parlare” senza necessariamente “urlare” o offendere. E se prima era prerogativa di pochi, dei potenti della terra, spingere il bottone che avrebbe fatto esplodere il mondo con le sue armi letali, oggi corriamo il rischio che il nuovo potere di “opinionisti virali”, concesso alle nostre dita sulle piattaforme digitali, possa trasformare ogni contatto in uno scontro.
In rete
Certo, le dita nella rete non producono un’esplosione atomica, ma creano pericolosi inquinamenti distruttivi, che contaminano le relazioni e minano la salute della comunità. Infatti, la democratizzazione del potere distruttivo passa anche attraverso le dita sulla tastiera di ognuno e ognuna di noi. Prendere consapevolezza di questo nuovo modo di comunicare è il primo requisito per imparare a disarmare la nostra digitazione compulsiva.
È questa una delle nuove sfide della pratica nonviolenta, oggi, e riguarda tutti e tutte, anche chi da tempo ha acquisito una sensibilità pacifista sui grandi temi del riarmo, della guerra, della difesa nonviolenta alternativa, della pace.
Da qualche decennio ormai buona parte della comunicazione e dell’informazione si è spostata sulla rete. E noi con essa. Strano terreno è il web: da una parte ci obbliga a una comunicazione veloce, ci sollecita a reagire anche solo con un like, a condividere notizie e commenti, spesso senza verificare le fonti, in un’infinita catena di sant’Antonio; dall’altra ti fa precipitare nell’abisso del tempo sospeso, delle ore passate nello scorrere reels e stati.
Davvero un luogo insidioso il web, da questo punto di vista: ti fa sentire protagonista, ammiccando una comunicazione tutt’altro che passiva, concede visibilità e diritto di parola ai tuoi commenti digitati e, insieme, ti abitua alla passività, a diventare sempre più un soggetto che “consuma” i reels casuali che l’algoritmo della piattaforma propone. Un tempo, davanti alla TV, questo fenomeno si chiamava “zapping”.
Ora si ripropone con gli scroll di contenuti di altri, dove l’unica forma di comunicazione si riduce al like o a un emoji.
Tutto sulla rete rischia di diventare estremo, binario, senza sfumature, al punto da far sembrare difficile, se non impossibile, pensare a percorsi alternativi nel modo di abitare la rete. Chi siamo noi nel web? Siamo digitatori compulsivi, scrollatori seriali?
Il problema identitario si pone. I nostri post, le condivisioni ragionate o casuali, i reels che vediamo scrollando lo schermo sono il nostro biglietto da visita: questo dice di noi più di quanto vorremmo.
Nelle parole scritte rimangono tutte le nostre impronte digitali. Sempre. Anche quando scriviamo di altro con parole veloci, mentre commentiamo una notizia, uno stato, un post, le nostre mani parlano e parlano anche di noi.
Sulla tastiera
Le mani sulla tastiera sono come tende che dischiudono il nostro paesaggio interiore. E se dentro di noi c’è caos, sofferenza, chiasso, rabbia, tutto ciò apparirà. Il paradosso è che questo nuovo potere delle dita, sulle tastiere digitali, non ha solo la capacità di mostrare chi siamo anche quando non stiamo parlando direttamente di noi, ma addirittura quello di trasformarci fino a renderci irriconoscibili.
Vi è mai capitato di leggere in rete commenti di qualcuno che conoscete personalmente come persona pacata, empatica e che, invece nel web scoprite astiosa, persino violenta? A me è successo anche con chi stimo. Devo concludere che queste persone sono “doppie” e che rivelano in rete un aspetto che, in presenza, nascondono? oppure si può supporre che sia il mezzo a determinare la comunicazione, fino a trasformare persone gentili in soggetti fin troppo diretti?
Non possiamo sottrarci al mondo virtuale: sarebbe anacronistico, come scegliere di viaggiare in carrozza per non usare le autovetture che inquinano e causano tanti morti sulla strada.
Possiamo, però, cercare di capire meglio come funziona la comunicazione sul web. Sappiamo che qualcuno posta una notizia e, nel commentarla, ci viene chiesto di schierarci con o contro. Abbiamo capito le regole del gioco. E allora proviamo a trasgredirle, diventiamo disubbidienti e creativi per provare a cercare altre parole per comunicare, parole pacate, gentili, caute.
E, se è possibile, asteniamoci dai commenti non indispensabili. Non è necessario commentare tutto, ancor di più se, con la nostra riflessione, non aggiungiamo elementi nuovi al dibattito, ma amplifichiamo quanto è già stato detto.
La forma scritta, seppure veloce, richiede una grande disciplina nella comunicazione. Richiede distanziamento dalla reazione immediata, e oggi, nella bulimia di notizie, richiede la capacità di imparare a verificare le fonti. A questo aggiungiamo la vigilanza e la cura nel modo come ci esprimiamo. Non conosciamo tutto.
La realtà è complessa e può diventare una strategia nonviolenta riconoscerlo e ribadirlo. Per uscire dalla sindrome dell’opinionista selvaggio, parafrasando il Talmud, possiamo dire: impara a dire alle tue dita “non so”. Dietro le tecniche di resistenza nonviolenta c’è tanta intelligenza ed esercizio. Bisogna usare arguzia e furbizia per resistere, ma soprattutto lavorare su noi stessi, disciplinando il corpo e la mente per non trasformare la terra del web in un altro campo di contese violente.
Mi sovviene il primo versetto del salmo 144: “Benedetto sia il SIGNORE, la mia roccia, che addestra le mie mani al combattimento e le mie dita alla battaglia”.
Non me ne vogliano lettrici e lettori se, per riflettere sulle mani in azione nella rete, concludo con questa citazione biblica che potrebbe risultare inappropriata su una rivista che ha fatto della grammatica nonviolenta la propria identità più cara, Il combattimento richiesto alle mie dita, evocato dal Salmo, non si svolge sul web né nell’agorà pubblica, ma nel mio cuore.
È una battaglia educativa, non certo violenta. Mi ostino a pensare che sarà possibile disarmare le nostre piattaforme, piene di parole d’odio, se sapremo disarmare le nostre dita, addestrandole a combattere tutte quelle forme di violenza che deformano l’umanità, sia la nostra che quella dei nostri interlocutori.