Impedire il suicidio dell’Europa, fare pace col “nemico”
Noi cittadini e figli d’Europa lanciamo un vivo allarme perché i governanti europei adottando politiche errate stanno votando l’Europa al suicidio, mentre in nostro nome hanno portato l’Ucraina al sacrificio con la pretesa di salvarla, e per contro non mettono a frutto le straordinarie risorse della nostra tradizione civile per una soluzione diplomatica dei conflitti e la istituzione della pace nel mondo.
Le attuali politiche europee
“L’Europa è a rischio”: è questa la sentenza lapidaria in base alla quale la Presidente della Commissione Europea il 16 ottobre 2025 ha dettato tutte le politiche, interne e internazionali, che l’Unione Europea dovrebbe eseguire da qui al 2030, per andare in quell’anno alla guerra con la Russia e contro altri eventuali nemici. A tale guerra essa dovrebbe predisporsi avendo gli Stati membri investito centinaia di miliardi di dollari per produrre armi “alla velocità e nella quantità richiesta”, per predisporre “la difesa navale e terrestre, il combattimento aereo, l’allarme rapido basato sulla tecnologia spaziale e la cybersicurezza” e avendo provveduto a “incrementare la mobilità militare, la costituzione di scorte e il dispiegamento rapido di truppe e mezzi militari in tutta l’Unione Europea”; né l’Europa dovrebbe attendere passivamente di venire attaccata, o limitarsi ad essere pronta a rispondere a tale evenienza, ma deve disporre della “capacità di prevenzione e anticipazione di fronte ai rischi chimici, biologici. radiologici e nucleari”, in ciò rispecchiando l’ultima dottrina strategica americana secondo cui “la migliore difesa è una buona offesa”.
L’Europa così immaginata pronta alla lotta, non è però un’Europa materialista, che crede solo alle armi, perché anzi si preoccupa di educare le coscienze: dal governo europeo è stata infatti “svelata la nuova strategia” di sicurezza interna, chiamata “Protect Eu”, che prevede un “cambiamento culturale”, addirittura un “cambiamento di mentalità”, cioè del modo di pensare e dei principi ispiratori dell’agire, che coinvolga “l’intera società, i cittadini, le imprese, i ricercatori, la società civile”, e perciò, è da credere, quei veicoli di cultura e di pensiero che sono la scuola e le università.
Sul piano della repressione e delle statuizioni giuridiche sono contemplati poi il potenziamento dei Servizi segreti e dello scambio di informazioni tra loro, un nuovo sistema di comunicazione transfrontaliera tra i diversi poteri, uno strumentario giuridico più incisivo, volto a “inasprire le norme in materia di indagini”, nonché “le norme contro la criminalità organizzata”; è anche previsto di incrementare il metodo di “seguire il denaro”, finora tutelato dal segreto bancario, di adottare una nuova strategia contro la droga, e di promuovere nel contempo “lo sviluppo di EUROPOL in una forza di polizia autenticamente operativa”. Infine è preannunciato il prossimo varo di uno “scudo europeo sulla democrazia”, evidentemente considerata bisognevole di restauri decisi in sede comunitaria.
In questo quadro la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha illustrato una “tabella di marcia” che per quanto riguarda il riarmo (ReArm Europe) prevede quattro stadi: la difesa con i droni, il “muro di droni” sul fianco orientale della NATO, lo scudo aereo e lo scudo spaziale europeo, affermando che ciò andrà a vantaggio delle industrie europee della difesa e manterrà “il sostegno di lunga data all'Ucraina", che pertanto viene preconizzata come in guerra ancora per cinque anni. Sulla base di questa complessa strumentazione del futuro, si ipotizza per il 2030 un’Europa “pronta” alla guerra, (Readiness 2030), una “prontezza” tuttavia anche teoricamente impossibile perché nessuna società non suicida può essere rassegnata e proclive al “flagello della guerra”, invece che fare di tutto per evitarla. Né si comprende perché la Russia dovrebbe attendere che l’Europa sia pronta per invaderla. Entro il 2029, data di scadenza dell’attuale Commissione europea, dovrebbe intanto trovare attuazione l’intero programma di governo che sembra prefigurare un’Europa militarizzata nell’ordine internazionale, un’Europa di polizia nell’ordine interno, e un’Europa conforme al modello prussiano nell’ordine della cultura e della vita civile. Si tratterebbe di un passaggio dalla democrazia, pur sempre esaltata, alla post-democrazia, vissuta come inevitabile per garantire prontezza e un più coattivo potere.
Il quadro internazionale e gli assassinii di Gaza
Questa nuova identità dell’Europa si inquadra in una politica internazionale interpretata dagli Stati Uniti come una “competizione strategica”, militare, economica e politica, la cui posta è la supremazia nel contesto mondiale. In tale prospettiva, fatta propria dall’intero Occidente, le prime Potenze antagoniste da soggiogare sono da tempo identificate nella Russia e quale obiettivo finale nella Cina, come appare già nel documento sulla Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti della prima amministrazione Trump del dicembre 2017, ben prima dell’invasione russa dell’Ucraina. Nel momento in cui il Trump di oggi cambia strategia e adotta una seconda e nuova politica nei confronti di Mosca, l’Europa rimane legata all’eredità della prima: di qui la sua insistenza sulla guerra contro la Russia, il perseguimento della sua sconfitta e l’incitamento all’Ucraina a combattere fino alla vittoria sotto la direzione di un vero e proprio gabinetto di guerra formato dai capi di Stato e di governo dei più volenterosi tra gli Stati europei in stretta unità col presidente Zelensky. Anche l’Italia sta sul piede di guerra: il Consiglio Supremo di Difesa riunitosi il 17 novembre ha fissato la politica estera del governo in un quadro complessivo che va dall’Europa al Medio Oriente, alla Libia, al Sahel, al Sudan, allo spazio; sulla guerra in Ucraina si è rimesso alle decisioni dell’Unione Europea e della NATO ai fini della difesa di Kiev, imputando alla Russia obiettivi di “annessione territoriale ad ogni costo”: un “casus belli” che ovviamente si riferisce ai territori a popolazione mista contesi in Ucraina, ma che sembra far propria l’iperbole giornalistica di un’invasione russa dei Paesi baltici e dell’Europa fino al Portogallo, che sarebbe come minacciare una guerra contro gli Stati Uniti per difendere il Canada, la Groenlandia e magari il Messico e il Venezuela contro l’annessione prospettata da Trump. In tal modo l’Europa ignora il pericolo di una conflagrazione mondiale e, al di là del suo suicidio, mette a rischio di genocidio altri popoli nel “resto del mondo”, come l’Occidente chiama il complesso dei Paesi che non gli sono assoggettati. Tanto maggiore è il pericolo e lo sgomento in quanto siamo reduci dai feroci attentati, dagli infanticidi e dagli assassinii di massa di Gaza.
Tutto questo non sarebbe possibile se i popoli sovrani, come sono riconosciuti da molte Costituzioni democratiche, fossero coscienti del pericolo e decisi a sventarlo prendendo in mano il proprio destino.
La democrazia e l’Europa come stato sovrano
Purtroppo, non resta molto tempo per farlo. Diventa perciò vitale ed urgente contrastare il deperimento della democrazia nella nostra Patria europea, e riprendere su nuove basi la costruzione della sua agognata unità. Avanzare sul cammino dell’unità, fare “più Europa”, non consiste però nel portarla ad assimilarsi sempre più alla forma dello Stato moderno, inteso come l’unità di tutti in un’unica persona, capace di reprimere l’innata violenza che sarebbe insita nel corpo sociale. Oggi esso è concepito come titolare del diritto alla guerra e depositario di tutta la forza e la potenza necessarie, partecipando così della stessa violenza che intende negare. È questa l’idea dello Stato sovrano che pur con tutte le sue riforme e rivoluzioni abbiamo ereditato, incapace di vera eguaglianza e pluralismo, tanto da essere stato definito in sede teorica come “il Dio mortale” o come lo “Stato della moderna polizia”, e in sede politica configurato come Stato di nazioni esclusive, di etnie identitarie, e di inalienabili terre ristrette in sacri confini, per “ogni centimetro” delle quali, come minaccia la NATO, sarebbe sacrosanto dovere uccidere terrorizzare e morire. È questa la concezione dello Stato che fa della guerra la sua Costituzione materiale, sua madre o congiunta mai veramente ripudiata, e definisce imbelli o narcotizzati i suoi cittadini che abbiano goduto un lungo periodo di pace.
L’idea di Europa che alla fine dello scorso millennio intendevamo costruire a partire dalla feconda elaborazione antifascista del manifesto di Ventotene, era a questo modello e a questa pratica del tutto alternativa e ancora attende di essere attuata, nell’armonia e nel concerto della comunità internazionale.
La pervasività del “nemico”
Tra gli “idoli del regno” da abbattere per realizzare questi obiettivi c’è la figura istituzionale del Nemico. Non c’è alcuna ragione per non prendere sul serio il mandato che, nel momento culminante della tragedia di Gaza, ha voluto trasmetterci Papa Leone, di “riscoprire che l’altro non è un nemico”, e che la riconciliazione è possibile, parola che ha la stessa forza di verità dell’altra, indirizzata poco più tardi ai movimenti popolari, secondo cui “la terra, la casa e il lavoro sono diritti sacri per cui vale la pena lottare” e per i quali il Papa vuole che gli sentiamo dire “Ci sto”, “sono con voi”: guerra e iniquità sociale sono infatti due facce della stessa medaglia.
L’ “intelligenza con il nemico” è peraltro uno dei reati più gravemente puniti dai codici penali; tuttavia se finalizzato alla pace anziché alla guerra, è proprio questo il compito più alto dei popoli. L’Italia non ha avuto nemici più detestabili dei Tedeschi, dalle stragi delle valli di Marzabotto alle Fosse Ardeatine alla deportazione degli Ebrei, eppure oggi siamo tutt’uno con loro, dal Sud Tirolo all’Unione Europea.
La riconciliazione
In effetti, oggi tra genocidi, aggressioni e popoli traditi dai loro stessi governanti, a nulla servirebbero tregue, più o meno oltraggiose, se non si risolvessero in processi di autentica riconciliazione, a cominciare da quella tra Israeliani e Palestinesi: sarebbe anzi questo un grande evento, quasi un sacramento, perché se si riconciliano Ebrei e Palestinesi in Palestina vuol dire che tutti si possono riconciliare.
Per celebrare e assicurare tali riconciliazioni ben potrebbero lietamente riprendere il mare nuove flottiglie o muoversi carovane e cortei sulle strade d’Europa, da Parigi a Varsavia a Mosca, includendo in essa, come vogliono la geografia e la storia, anche la Russia di Putin e di Tolstoj, di Leningrado e di san Pietroburgo.
Comitati di liberazione dalla guerra e dal nemico
Tutto ciò non potrà realizzarsi che attraverso l’azione di cittadini e popoli insieme, tornando a politiche di equità e di giustizia, istituendo forme di garanzia per l’attuazione dei diritti umani e della sicurezza sociale, e con il rovesciamento delle culture di destra e di guerra secondo le quali la guerra sarebbe secondo natura e la pace invece un artificio.
Nel fare appello ad assumerci tutti insieme queste responsabilità prioritarie, invitiamo i cittadini a intraprendere tutte le iniziative possibili, con fantasia e determinazione, ciascuno con le sue idee e motivazioni, anche se contrastanti tra loro. Perciò proponiamo che si costituiscano ovunque Comitati di Liberazione dal Nemico e dalla Guerra, e Associazioni popolari di amicizia con la Russia, con il popolo ebraico, con i Palestinesi, con la Cina, e naturalmente tra i popoli d’Europa e d’America. Tali Comitati possono essere di nuova formazione ovvero costituiti o riconosciuti a partire da ogni aggregazione di qualsiasi natura esistente, partiti, sindacati, Chiese, sedi pacifiste, fino ai club sportivi o ai condomini: l’importante è che si crei un vasto movimento di base e levi la sua voce la società civile. Siamo convinti che se la società civile e le avanguardie dei popoli si volgeranno a queste prospettive e daranno mano a realizzarle perché la storia continui e siano messe al riparo la natura e la vita del mondo, il potere seguirà.
Le cinque urgenze:
1. Chiedersi il perché della guerra
Riformulare la diagnosi che determina l’intera prognosi sul futuro dell’Europa e del mondo. Tutto nella attuale governance europea è fondato sull’idea espressa per la prima volta nel documento sulla strategia della sicurezza nazionale della Casa Bianca dell’ottobre 2022 e poi sempre ripetuta, che la guerra della Russia contro l’Ucraina sia “brutale e immotivata”. Che sia brutale non c’è dubbio, come sono tutte le guerre, di offesa o di difesa che siano, ma che sia immotivata è inverosimile perché nessuno Stato, e tanto meno una grande Potenza che viene da una lunga esperienza e da tragiche prove come la Russia, fa una guerra senza motivi. Di conseguenza la prima e determinante cosa da fare, è di identificare questi motivi, e discuterli, e semmai studiare come porvi rimedio con altri mezzi invece che con la guerra. Questo dovrebbe essere il compito dell’Europa, come madre sia della Russia che dell’Ucraina: l’Europa che è un soggetto che pretendeva di essere nuovo e di nuova e più alta ispirazione nella politica internazionale. Ciò per la vita stessa dell’Europa, perché considerare che non ci sia altra strada che la guerra con la Russia, da preparare per il 2030, va ritenuto e scongiurato come il suicidio dell’Europa e dell’Italia e come l’innesco della più grande guerra mai combattuta nel mondo.
2. Liberarsi dall’idea del nemico
Trarre il bene dal male di questa crisi starebbe nel procedere ad un radicale cambiamento della concezione del Nemico quale è presente nella cultura e nella storia dell’Occidente, ed è assunta nella istituzionalizzazione della figura del Nemico nei codici penali di pace e di guerra. Non si deve respingere pertanto senza discutere l’opzione di papa Leone XIV secondo la quale occorre riscoprire che l’altro non è un nemico, ma un fratello e che la riconciliazione è possibile
3. Parlare con la Russia
Di conseguenza aprire colloqui e negoziati con la Russia, con il suo Presidente e le sue istituzioni, ai fini del ristabilimento della pace in Europa, dello scambio di garanzie per la reciproca sicurezza e di una amicizia da istaurare come modalità di rapporto tra tutti i popoli d’Europa, da Lisbona a Vladivostok.
4. Non fare dell’Europa uno stato leviatano
Riprendere il cammino dell’unificazione europea ma non ai fini dell’implementazione di un modello di Stato in tutto identificato con l’ideologia e le forme dello Stato sovrano e incondizionato moderno, ma nelle forme di una comunità democratica interdipendente e interconnessa con le altre figure internazionali, un assetto statuale duttile e aperto nella correlazione tra i vari ordinamenti interni, pluralistico nelle sue lingue, culture, religioni e modi di vita, e geloso custode delle conquiste democratiche sociali ed economiche che fanno parte dell’acquis comunitario e che si vorrebbero diffuse e garantite in tutto il mondo.
5. Decrescita delle armi
Mettere un calmiere alla produzione e al commercio delle armi, promuovere un graduale e concordato disarmo, costruire un mondo multipolare e spodestare la guerra dal suo trono ancestrale di “re e padre di tutte le cose”. L’Islam nella Sura 5 versetto 32 dice: colui che uccide un innocente uccide l'umanità intera, ma chi salva un uomo salva l'umanità intera. È un concetto che troviamo anche nella Bibbia. È quanto dichiara l’insegnamento rabbinico: «Chi fa perire un solo uomo è come se facesse perire il mondo intero. Ciò vale anche riguardo a Caino che uccise Abele, suo fratello, secondo quanto è scritto: “La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo” (Genesi 4,10). Sebbene versò il sangue (ebraico: dam) di una sola persona, il testo usa il plurale (damaym). Ciò vuol dire che il sangue dei figli di Abele, quello dei suoi nipoti e di tutti i discendenti che sarebbero nati da lui sino alla fine dei tempi, gridavano davanti al Santo, Benedetto sia. Dunque la vita di un solo uomo equivale all’opera di tutta la creazione» (Avoth di Rabbi Nathan, 31, 1).רבי נחמיה.
Chi vuol contribuire alla discussione e all’azione su quanto detto, può scrivere a: www.smips.org
Firmatari
Adolfo Perez Esquivel (Premio Nobel per la pace 1980), Padre Raffaele Nogaro (già vescovo di Caserta), “Prima loro” con Raniero La Valle e Francesco Capizzi, “Scienza Medicina Istituzioni Politica Società”, Domenico Gallo con “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”, Francesco Di Matteo con i Comitati Dossetti per la Costituzione, Adriano Prosperi (Pisa), Antonio Malorni, Tecla Mazzarese, Giovanni Russo Spena, Roma; Giovanni De Plato, Bologna; Anna Corsi, Pisa; Federico Licastro, Bologna; Franco Nanni, Bologna; Roberto De Vogli, Padova; Vincenzo Balzani, Bologna; Elena Roberta Astore, Medicina; Marta Bettini, Modena; Maurizio Guermandi, Bologna; Eugenio Santoro, Roma; Duccio Campagnoli, Bologna; Valentina Prosperi, Pisa; Pasqualino Masciarelli, Pisa; Marilena Prosperi, Pisa; Maria Sabatino, Bologna; Giuseppe Vinci, Bologna; Antonino Arcoraci, Treviso; Massimo Famularo, Carmignano; Morena Gubellini, San Lazzaro-Bologna; Claudia Boni, Bologna; Rudi Fallaci, Bologna; MariaTeresa Cacciari, Bologna; Daniele Barbieri, Imola; Enrico Peyretti, Torino;