I vescovi della Metropolia di Bari contro gli F16 e la militarizzazione della Puglia

1. Chiamati come pastori a "vegliare nella notte, facendo la guardia al gregge" (Luca 2,6), e mossi dal dovere di legare la fede alla storia, la speranza alla vita, l'utopia al quotidiano, rompiamo ancora una volta il silenzio per esprimere il nostro sconcerto sulla crescente militarizzazione in terra di Bari. Sappiamo bene che le decisioni ultime spettano ai nostri governanti, verso i quali abbiamo il dovere del rispetto, della preghiera e della lealtà democratica.
La coscienza, però, del nostro pastorale, se da una parte ci vieta di entrare nel terreno delle scelte politiche concrete, per un altro verso ci obbliga a parlare con chiarezza ogni volta che sono minacciati gli orizzonti complessivi della pace, di cui dobbiamo essere, e non per mandato popolare ma in nome del Vangelo, solerti annunciatori.

2. Abbiamo appena finito di rallegrarci per i confortanti gesti di distensione internazionale, e stiamo ancora additando al popolo di Dio i "segni dei tempi" che, nell'ultima enciclica del Papa, preannunciando il sereno, e già una nuova grave foschia sembra oscurare il nostro cielo: l'ipotesi di stazionamento di 72 cacciabombardieri americani "F-16" nell'aeroporto di Gioia del Colle (Ba).
Sfrattati dalla Spagna, questi aviogetti d'attacco troverebbero appoggio logistico in Puglia, la cui posizione geografica a detta degli esperti, rappresenterebbe quanto di meglio si possa pensare per garantire la "difesa avanzata" nel fianco Sud della NATO.

Triste destino della nostra Terra!
Finora è stata la storia a ricacciarla indietro, in ruoli subalterni. Adesso è la geografia che la risospinge ancora più indietro, affidandole compiti di un perverso protagonismo: e non su ribalte di civiltà, ma su scenari di morte.
Contro questa logica eleviamo, ancora una volta, la nostra fiera e sofferta protesta!

3. È già pesante il pedaggio che la Puglia sta pagando, in fatto di servitù, ai programmi di riassetto militare.
Eppure il nostro popolo ha espresso più volte, in termini civili e democratici, il netto proposito di non lasciarsi defraudare del diritto di decidere sul suo presente.
E anche sul suo futuro, ha chiaramente manifestato di volergli imprimere concrete proiezioni di pace.
È questa la sua vocazione, che oggi si è amaramente costretti a veder compromessa da scelte di progetti offensivi, che passano, ancora una volta, sulla sua testa.

4. Vogliamo sottolineare, comunque, che a preoccuparci non sono soltanto le "ritorsioni" di cui divenuta punto nevralgico di così articolata strategia militare, la nostra terra costituirebbe il bersaglio numero uno. Sono anche le "distorsioni" ambientali e sociali a cui essa verrebbe inesorabile sottoposta.
L'arrivo degli F-16 a Gioia del Colle comporterà un'ondata di nuovi espropri, sia per favorire l'indispensabile ampliamento dell'aeroporto, sia per permettere l'ospitalità ad almeno cinquemila americani che vi stazioneranno in pianta stabile.
Non sono solo in gioco gli espropri dei terreni, già così duri nella provincia di Bari, da cui non è ancora del tutto scongiurata la prospettiva che altri diecimila ettari vengano destinati a megapoligoni di tiro.
Sono in gioco, soprattutto gli espropri culturali, per le funeste conseguenze sull'identità storica del territorio.
Non è più la terra, cioè, che viene sottratta alla gente. È la gente che viene sottratta alla terra. E per di più, con dinamiche che favoriscono inquietanti disaffezioni, processi di sradicamento psicologico, e illusori miraggi di tornaconti economici.

5. A questo punto, sentiamo l'obbligo di precisare che il nostro fermo rifiuto della logica legata all'operazione "F16 " non nasce solo da ragioni interne ai confini territoriali entro i quali noi vescovi svolgiamo la nostra particolare missione pastorale.
Ma deriva anche dalla condivisione del severo giudizio che Giovanni Paolo II, al n.20 della "Sollecitudo rei Socialis" ha espresso sulla politica dei blocchi:" l'esistenza e la contrapposizione dei blocchi non cessano di essere tuttora in fatto reale e preoccupante che continua a condizionare il quadro mondiale".
E deriva infine dalla convinzione che la sola minaccia delle armi atomiche, l'escalation della loro produzione, e ogni apparato bellico teso a favorire la deterrenza nucleare, sono già una colossale ingiustizia, se non proprio il preludio dell'olocausto del mondo.
Sia ben chiaro, quindi: qualsiasi altra collocazione geografica dei "falchi combattenti" non alleggerirà più che tanto le nostre preoccupazioni.

6. La speranza, comunque, non ci viene meno.
Grazie al cielo, siamo testimoni di una sempre più diffusa coscienza di popolo che riscopre nella parola di Dio il cuore della sua missione profetica di Pace.
Anzi, si va allargando il consenso di coloro che perfino al di fuori del Vangelo, indica nel superamento dell'ideologia del nemico i presupposti della convivenza tra i popoli.
Nell'impegno per la giustizia, la strada privilegiata di ogni liberazione. Nella forza delle trattative diplomatiche, la soluzione dei conflitti armati. Nella difesa popolare nonviolenta, i cardini della sicurezza nazionale. Nel dialogo e nella solidarietà l'unica alternativa alla logica dei "due blocchi di potenze armate ciascuna diffidente e timoroso del prevalere dell'altro" (SRS,20).
È chiaro che dobbiamo batterci, pregare, e protestare perché anche "dall'altra parte" si attui presto un disarmo parallelo. Ma sorridere in partenza sull'ingenuità di chi diffida della logica prudenziale, basata sull'equilibrio delle paure, significa, almeno per noi credenti, rinunciare e scommettere sulla forza profetica del Vangelo.

7. Non ci resta che invocare il Signore, "perché diriga i nostri passi sulla via della pace" e induca i governanti, più che a sfruttare strumentalmente le debolezze antiche della nostra storia o le lusinghe recenti della nostra geografia, a restituirci al ruolo che ci è congeniale: essere operatori di sintesi con le diverse civiltà.
Del resto, per rimanere al solo campo culturale, non è questo l'impegno ecumenico della Chiesa di Bari, divenuta da anni centro autorevole di raccordo con tutte le Chiese di Oriente?
E la nostra Università non è forse l'asse più prestigioso di collegamento e d'incontro tra le Università del Mediterraneo?
Se, pertanto, la nostra terra a buon diritto va fiera dell'ulivo quale simbolo della sua feracità, essa vuole andare ancora più fiera di agitarlo quale simbolo di una vocazione di Pace che a nessuno è lecito adulterare.
Oggi più che mai, infatti, la Puglia è chiamata dalla storia e dalla geografia, a protendersi nel suo mare come Arca di Pace e non a curvarsi minacciosamente come arco di guerra.

I vescovi della metropolia di Bari:
Mariano Magrassi, Arcivescovo di Bari
Giuseppe Carata, Arcivescovo di Trani
Giuseppe Lanave, Vescovo di Andria
Tarcisio Pisani, Vescovo di Gravina
Domenico Padovano, Vescovo di Conversano
Antonio Bello, Vescovo di Molfetta
Francesco Cacucci, Vescovo ausiliario di Bari

 

Bari, Giugno 1988