Il 29 novembre di ogni anno l’Onu celebra la Giornata Mondiale di Solidarietà con il Popolo Palestinese , in virtù del mandato conferito dall’Assemblea generale il 2 dicembre 1977. In Italia la celebrazione della Giornata Onu è promossa da Società Civile Palestina, una rete di associazioni nata nel 2017 su iniziativa di Pax Christi Italia – Campagna Ponti e non Muri. Nel 2019 la Giornata si è tenuta a Milano domenica 1 dicembre.
Al termine dei lavori cui hanno partecipato autorevoli esponenti della società civile e politica palestinese è stato diffuso il seguente documento.

Anche quest’anno ci siamo ritrovati per celebrare la Giornata delle Nazioni Unite di solidarietà con il popolo palestinese, giunta alla 42° edizione, e alla vigilia del 71° anniversario della proclamazione in sede ONU della Dichiarazione universale dei diritti umani, che ricorre il prossimo 10 dicembre.
Talvolta ci chiediamo se queste iniziative abbiano ancora un senso, oltre alla sincera vicinanza al popolo palestinese, o non siano una sterile consolazione, occasioni in cui ripetiamo che noi non dimentichiamo i palestinesi, e in realtà assistiamo al lento oblio della loro causa.
Ma non possiamo permetterci il lusso dell’impotenza, e con lucidità e impegno continueremo a esprimere il diritto alla libertà del popolo palestinese.
Israele, con il sostegno del principale alleato, gli Usa, assume iniziative unilaterali e contrarie al diritto internazionale tentando di mantenere all’infinito un popolo soggiogato in un sistema di apartheid. Le risoluzioni di condanna delle Nazioni Unite, puntualmente disattese da Israele, sono ormai quasi 80 e si può affermare che tali inosservanze hanno contribuito alla perdita di autorevolezza dell’Onu stessa.
La crescita abnorme e invasiva delle colonie illegali israeliane in tutta la Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme est e le alture del Golan occupato, l’incontrollata e protetta violenza dei coloni nazionalisti vanno di pari passo con l’accelerazione delle devastazioni di proprietà palestinesi, l’espulsione dalle terre e la demolizione delle loro case, il tutto accompagnato da una durissima repressione e da arresti dei partecipanti alle proteste pacifiche della popolazione. Centinaia di uomini e donne palestinesi, compresi minorenni, sono detenuti nelle carceri israeliane, spesso senza imputazioni e senza processi.
La Striscia di Gaza è sotto assedio da oltre 12 anni, illegalmente sigillata da Israele con la complicità egiziana e nel silenzio internazionale. Dal 30 marzo 2018, inizio della Grande Marcia del Ritorno, sono state uccisi dall’esercito israeliano più di 300 civili e feriti oltre 30.000, di cui centinaia resi disabili a vita. Tra loro anche molti giornalisti e personale sanitario, pur riconoscibili.
Le iniziative dell’amministrazione Usa a favore di Israele e contro i palestinesi sono continue: dopo il riconoscimento della annessione di Gerusalemme est, lo spostamento da Tel Aviv della ambasciata, il taglio dei fondi alla agenzia Unrwa, il ritiro di Usaid dalla Palestina, creando migliaia di disoccupati e il tracollo economico, a giugno si è arrivati alla beffa di proporre, come parte del cosiddetto ”Accordo del secolo” (il piano con cui l’amministrazione Usa pensa di ridisegnare il Medio Oriente) 50 miliardi di dollari come ricompensa ai palestinesi per la svendita della loro autodeterminazione. Da ultimo, la recente dichiarazione dell’amministrazione Usa della “legalità” delle colonie israeliane, contravvenendo persino un parere legale del dipartimento di stato. Una mossa elettorale per ingraziarsi i cristiani sionisti evangelici, e insieme un appoggio all’amico Netanyahu, in crescente difficoltà.
L’involuzione nazionalista in Israele si fa sempre più forte: basti pensare che Il Parlamento israeliano, nel luglio 2018 ha votato la “legge-nazione”, che sancisce il diritto del solo popolo ebraico all’autodeterminazione nazionale, relegando la popolazione palestinese al livello di ospite abusivo sulla propria terra e costituendo di diritto un regime razzista di apartheid.
La Corte Suprema israeliana, dimostrando totale sudditanza alle scelte del governo, giunge ad avallare ogni forma di violazione dei diritti, compresa la distruzione di villaggi beduini e scuole come la “Scuola di Gomme” di Khan Al Ahmar (momentaneamente fermata dalla mobilitazione internazionale, che però non ha fermato le altre demolizioni) per perseguire la pulizia etnica di territori circostanti le colonie illegali.
SCP non può ignorare, nel contempo, il progressivo deterioramento della situazione politica e sociale della popolazione palestinese, schiacciata da una parte da una perdurante Nakba, ma vittima anche della divisione tra le forze politiche interne, che da anni non trovano un accordo che ripristini la vita democratica pur nel rispetto delle diverse visioni e sentimenti. I giovani e le donne palestinesi esprimono sempre più la loro insofferenza e protestano contro un sistema politico bloccato e un sistema sociale che li discrimina.
In modo particolare le giovani donne hanno manifestato dopo l’uccisione di una giovane palestinese per “motivi di onore” con lo slogan “Libere donne in libera Palestina”, unendo la lotta per la liberazione dall’occupazione militare alla lotta per la libertà femminile.
La stessa Grande Marcia del Ritorno a Gaza è nata da un movimento spontaneo, soprattutto giovanile, che esprime anche la grande rabbia per la mancanza di libertà, di prospettive e di futuro.
Con il cuore colmo di dolore e di preoccupazione SCP si è posta all’ascolto di rappresentanti politici e della società palestinesi e ha raccolto dai laboratori tematici riflessioni e proposte che contribuiranno, speriamo, a superare la sola denuncia delle violazioni dei diritti, per individuare e sostenere forme di resistenza popolare palestinese nonviolenta, di solidarietà e cooperazione internazionale, di boicottaggio, di gemellaggi e partenariato, di advocacy e di sensibilizzazione, da divulgare e promuovere come prassi e allo stesso tempo come obiettivi nelle proprie iniziative.
Chiediamo in modo pressante alle rappresentanze politiche, parlamentari e governative italiane il riconoscimento immediato dello stato di Palestina sui territori occupati del Sessantasette con Gerusalemme est capitale.
Chiediamo che nei confronti di Israele vengano applicate dall’Onu e dagli stati membri le sanzioni previste dagli ordinamenti nazionali e internazionali a carico degli stati inadempienti della violazione del diritto internazionale fino a quando non cesserà l’occupazione militare, come previsto dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza 242/1967, e saranno riconosciuti ai palestinesi il diritto al ritorno previsto anche dalla risoluzione dell’assemblea generale Onu 194/1948, nonché la parità di diritti civili, politici e umani di tutta la popolazione di Israele.
Chiediamo che i governi nazionali e gli organismi internazionali considerino l’urgenza di porre un limite all’uso eccessivo della forza dei governi di Israele istituendo missioni di peacekeeping internazionali, a comando Onu, che operino per la protezione delle popolazioni civili e, nel contempo, alla salvaguardia dei confini riconosciuti internazionalmente.
Prendiamo atto con soddisfazione della decisione della Corte di Giustizia dell’Ue che ha confermato che i prodotti alimentari delle colonie di Israele nei Territori occupati devono portare l’indicazione dell’area di origine ma insieme chiediamo al Governo italiano e agli organi della Unione Europea di impegnarsi per la sospensione dell’accordo di associazione Ue-Israele e di forniture e acquisto di sistemi d’arma e di sorveglianza militari e civili, come chiesto da numerose associazioni umanitarie e dei diritti civili.
Respingiamo con forza le accuse di antisemitismo contro attivisti e difensori dei diritti umani, volte a soffocare critiche allo stato d’Israele e difendiamo il diritto alla libertà di espressione.
Profondamente convinti del valore universale dell’umanesimo ebraico presente nella cultura e nella storia europee, siamo sdegnati e preoccupati per la crescita in Italia e in Europa di movimenti xenofobi, omofobici, razzisti, antisemiti e islamofobici, e dell’ondata crescente di violenze e di atti intimidatori contro le comunità ebraiche e le minoranze in genere.
Ci assumiamo l’impegno di svolgere un’informazione veritiera sulla questione israelo/palestinese nei confronti della pubblica opinione, basandoci sui dati di fatto relativi alla violazione dei diritti nella quotidianità dell’occupazione militare israeliana. Resisteremo alle censure e alla soggezione ideologica imposta da quanti strumentalizzano la tragedia storica della Shoah per imporre l’omertà sulla tragedia attuale dell’occupazione militare e della colonizzazione della Palestina.

Milano, 1 dicembre 2019