Nasci nella guerra, ogni secondo della tua vita è in pericolo, ciononostante cerchi di sopravvivere, di studiare affrontando ogni ostacolo, sognando un futuro diverso. A volte finendo gli studi capisci che non puoi realizzare quello che sognavi. Ma non puoi nemmeno rimanere.

Sei a un bivio: o cedere alle costrizioni dei talebani ad arruolarti con loro per uccidere quelli che chiamano infedeli, oppure scegliere la tua umanità e fuggire.
Devi allora fare un lunghissimo viaggio senza documenti e senza alcuna protezione, subendo ogni tipo di violenza, camminare per strade impervie di montagna, sotto la neve, la pioggia o l’arsura del sole, cercando di conservare come tesoro prezioso le scarpe.
Vedi una disumanità che non auguri a nessuno di incontrare, sopporti troppi ricatti da parte di chi cerca in tutto il viaggio di guadagnare sulla tua pelle. Spesso in inverno o tardo autunno l’acqua di una cisterna scende col contagocce perché dentro è quasi ghiacciata, ma tu ne hai bisogno per sentirti pulito, fare la doccia e conservare un minimo di dignità. Eppure la gente del villaggio intorno ti guarda in modo strano, e qualcuno mette un cartello sulla sua locanda con scritto, “vietato l’ingresso ai migranti” perché per loro puzzi lo stesso. Sei ormai in un paese balcanico, via necessaria e quasi unica oggi per arrivare nel cuore dell’Europa.
Qui incontri persone con divise militari, anche se non sono dell’esercito ufficiale, che ti accoltellano, ti rompono braccia e gambe, ti rovinano le scarpe per impenderti di proseguire e ti rimandano brutalmente indietro. Così finisci nei campi di raccolta dove fai la fila ore e ore per avere un po’ di cibo dai volontari per sopravvivere. Per dormire non c’è altro che qualche tenda tra ammalati con il rischio del contagio. Riprovi a superare più volte il confine, non ti riesce mai la prima volta. E così arrivi magari in Italia, ma qui non si risolve certo subito il tuo problema, perché diventi una pallina da pingpong, mandata da un ufficio all’altro. Rimani qui ore e ore in fila, magari arrivi finalmente davanti all’assistente sociale che ti chiede perché non hai con te documenti, senza sapere quali difficoltà inimmaginabili hai dovuto affrontare, dicendoti anche che i tuoi lineamenti sono orientaleggianti e che gli afghani portano la barba. Nemmeno ti crede quando spieghi che in Afghanistan sono presenti molti gruppi etnici diversi e ti guarda in modo prepotente e arrogante. Ti rispondono spesso che i centri sono pieni e che loro non possono farci niente. Così finisci per strada, senza magari neanche un posto per la notte. Dormi sotto i ponti o sotto un riparo con i denti che battono dal freddo, e vedi adesso le luci natalizie che lampeggiano e ti fanno ricordare anni bui della tua vita quando il cielo sopra la tua testa era illuminato da proiettili. L’unica differenza è che quelli facevano anche rumore. Diventi così fragile che ti scendono le lacrime che non riesci neanche a controllare, però riesci generalmente a conservare la tua dignità, senza finire nelle grinfie degli spacciatori e della criminalità. Un po' di sollievo te lo procura la società civile, attraverso alcuni volontari che senza nessun guadagno per loro ti accompagnano in un ufficio, al Distretto, in Questura, da un datore di lavoro, ti portano magari cibo e una bevanda calda a qualsiasi ora, anche di notte. Eppure questi volontari sono spesso guardati male, dal personale degli uffici, perché li sollecitano a risolvere i problemi e mettono in evidenza la poca umanità che invece dovrebbe essere molto più attiva in queste situazioni.
Per fortuna nelle società civile in tutta Italia ci sono molti volontari attenti e sensibili, in genere silenziosi. Vorrei solo dire: grazie per quello che fate, per fortuna ci siete!