La pandemia da Covid 19, come sempre avviene nelle situazioni di crisi, ha messo a nudo i problemi irrisolti delle società che ne sono state colpite. Riguardo la scuola italiana, le sue difficoltà sono principalmente dovute ai danni inferti da pluriennali tagli ai finanziamenti e da una macelleria sociale eufemisticamente chiamata " dimensionamento " che ha comportato nel tempo il passaggio da una scuola di prossimità a strutture dalle dimensioni gigantesche, all'interno delle quali accatastare alunni in deroga a precise norme di sicurezza oltre che al buon senso.
Ci siamo opposti invano alla sciagurata introduzione nella scuola di criteri aziendali che ne hanno progressivamente deformato la natura comunitaria e democratica, accentuando nei suoi organi di governo un tratto manageriale estraneo alla sua identità e funzione come descritte nella carta costituzionale e praticate dalla migliore tradizione pedagogica italiana.
Abbiamo lottato contro la riduzione del tempo scuola, la sparizione di discipline, la privatizzazione di servizi, l'asservimento a progetti e relative cordate di enti privati presso i quali elemosinare risorse che lo stato sottrae sistematicamente alla formazione per destinarle a settori, come quello degli armamenti, considerati durante la pandemia essenziali mentre le scuole restavano chiuse.
Abbiamo temuto e poi osservato la riduzione della progettualità degli istituti a contenitore di iniziative altrui e la trasformazione degli studenti da artefici del loro apprendimento a destinatari di percorsi promozionali, pensati da soggetti con interessi di fondo spesso non coincidenti con quelli delle istituzioni scolastiche.
Abbiamo visto con preoccupazione l'alternanza scuola-lavoro oscillare tra il lavoro gratuito - con gravi conseguenze in diversi settori - e l'attribuzione alle imprese di un ruolo formativo fondato su presupposti diversi da quelli scolastici, sui quali si è preferito sorvolare.
Ci sono state continuamente sottratte in questi anni risorse per l'inclusione degli alunni più fragili, in cambio della somministrazione di lezioncine da parte di ministri, manager, ispettori, promotori finanziari, giornalisti, funzionari, che cianciavano di merito e di premi servendosi di slides e richiedendo un feedback al termine di qualche maledetto focus, nella pausa del quale i docenti sognavano di dare alle fiamme il videoproiettore e sostituire il successivo brain storming con la proclamazione di uno sciopero insurrezionale a motivo del miserabile salario che lo stato gli riserva da decenni e della pesante condizione di precariato cronico che moltissimi di loro subiscono.
In questa cornice non propriamente idilliaca, la cosiddetta didattica a distanza, attivata e praticata per la buona volontà e la collaborazione di docenti e studenti , ha rivelato tutti i suoi limiti, la sua natura succedanea rispetto alla relazione educativa - che è tale solo in presenza di corpi - nonché la peculiare proprietà di aumentare le diseguaglianze, dal momento che essa presuppone una situazione abitativa, familiare, economica tale da escludere decine di migliaia di alunni.
Dopo gli irreparabili danni subiti dal comparto scuola, tocca assistere con sgomento alla beffa: esponenti politici, direttamente responsabili della demolizione del settore in ragione del ruolo ricoperto in passato, ora invocano, con candore poco plausibile, la priorità dell’istruzione per il bene del paese.
D’altra parte la lettura delle linee - guida della ministra Azzolina, e più ancora l’ascolto della sua presentazione pubblica delle medesime, inducono a guardare con grande preoccupazione al futuro della scuola in Italia.
Il numero di alunni per classe inizierà a scendere piano piano, vale a dire in maniera insignificante, come ben sa il personale che lavora alla determinazione degli organici; se si vuole davvero rianimare la scuola e prevenire ulteriori contagi, è necessario portare a 10-15 il numero di alunni per classe, raddoppiare il numero di docenti e personale, ringiovanire con nuove assunzioni l'età media degli insegnanti, approntare spazi dedicati con un investimento che è almeno cinque volte superiore a quello annunciato: altro che software per calcolare lo spazio disponibile pro-capite e altri videogiochi che tanto piacciono ai nuovi tecnocrati.
Davvero umiliante poi ascoltare gli inviti della ministra a portare gli alunni al cinema, accompagnare i bambini al parco, valorizzare le attività di laboratorio. Viene da chiedersi in quale universo parallelo abbia vissuto e lavorato, e se ritenga davvero che il mondo della scuola attendesse trepidante indicazioni educative che si praticano da decenni.
Quanto all’annunciato aumento del salario dei docenti, sappiano il Ministero e i sindacati tentati dal collaborazionismo, che, per quanto ben accetto - com’è ovvio - esso dovrà rappresentare un primo, insufficiente tassello da inquadrare in un assai più ampio e complessivo disegno di valorizzazione e riforma della scuola, e non un misero e dovuto piatto di lenticchie da scambiare con il silenzio su un cambiamento che non arriva.
Non staremo a guardare la ripresa del calcio, lo svolgersi tranquillo dei mercatini rionali, la riproposizione delle sagre paesane, l'assalto della folla ai treni diretti verso il mare, la riapertura di qualsivoglia attività - dalla toelettatura dei cani alla tatuazione - mentre alla scuola sono imposti protocolli grotteschi e inattuabili o la sua degradazione a surrogato digitale. In tal caso la risposta del mondo della scuola dovrà essere all’altezza e in nessun caso, “ a distanza “. A settembre la campana suonerà per tutti.
Aureliano Buendia - Istituto Professionale di Macondo