Abbiamo approfondito nel numero di Mosaico di pace di novembre 2020 in “Corpi non armati”, la nascita e la storia dei Corpi civili di pace. Vediamo ora un esempio concreto di come queste organizzazioni operano sul campo.
I Corpi civili di pace per quanto possano differire in normativa interna, zone in cui operano e regole di partecipazione vi è indiscutibilmente un principio cardine che li accomuna tutti: l’adesione al principio della nonviolenza, condizione sine qua non per collaborare o partire con questa recente istituzione.

Operazione Colomba è uno dei tanti Corpi civili italiani che operano in zone di conflitto, di povertà, di abusi e aggressioni e di violazioni di diritti umani. Nata del 1992 da alcuni membri e obiettori di coscienza della Comunità Papa Giovanni XXIII (associazione ecclesiastica riconosciuta anche come ONG dal ministero degli affari esteri), ha mosso i primi passi nei territori dell’ex Jugoslavia in cui allora imperversavano odio, discriminazione e guerra. La proposta alternativa, ma allo stesso tempo semplice, era quella di restare accanto alle vittime promuovendo spazi di dialogo tra le parti in causa e condividendo insieme a loro le condizioni disumane che il conflitto inevitabilmente portava.
Da quell’esperienza nata quasi per caso, frutto del coraggio e della voglia di non stare seduti a guardare il mondo mentre rotola, a distanza di quasi trent’anni, Operazione Colomba è diventata oggi, una struttura organizzata, un corpo civile di pace che continua ad operare con gli stessi valori con cui ha mosso i primi passi.
“Noi volevamo vedere se fosse possibile trovare qualcosa di più estremo della violenza, qualcosa di più forte, di più definitivo. All’inizio siamo stati accettati con un po’ di sorpresa. Noi siamo all’ interno di un movimento di civili che chiedono di espellere la guerra dalla Storia. Fino agli anni Novanta i civili scappavano dalle guerre o erano delle vittime. Il fatto che qualcuno, proprio perché c’era la guerra, chiedeva di stare con quelle persone era visto un po’ con stupore ma anche con gioia” ha affermato in un’intervista a Khorakhané RTV San Marino, un volontario di operazione colomba partito per i territori in guerra dell’ex Jugoslavia. Condivisione, nonviolenza, equivicinanza e partecipazione popolare sono i principi fondanti con cui il corpo civile di pace di Operazione Colomba ha sempre lavorato e continua tutt’oggi a lavorare in territori di conflitto.
Dopo l’esperienza in ex Iugoslavia, Operazione Colomba si è impegnata in numerosi campi e zone conflittuali del mondo, attualmente non più attive. Dalla Cecenia al Kosovo, dalla Repubblica del Congo al Sudan sino a toccare territori come l’Indonesia. Non solo territori lontani ma anche vicini come Castel Volturno a fianco dei migranti in un territorio permeato di violenza e con fortissime infiltrazioni camorristiche in ogni campo della società, oppure in Grecia dove gruppi di estrema destra opprimevano famiglie migranti costrette alla povertà e alla costante paura di un ritorno a casa.

Ad oggi, sono tre i progetti attivi.
La Colombia dove la causa del conflitto è data dall’esercito di liberazione nazionale (ELN) che come le FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) sono guerriglieri che terrorizzano la popolazione rurale inevitabilmente vittima principale del conflitto tra gruppi armati rivoluzionari e forze governative. Operazione Colomba è presente nella Comunità di Pace di “San Josè de Apartadò” del Municipio di Apartadó, Regione dell’Urabá. Questa zona umanitaria rifiuta ogni tipo di violenza e coinvolgimento nel conflitto, proibisce l’intromissione di armi e denuncia pubblicamente le continue e sistematiche violazioni dei diritti umani da parte dei gruppi ribelli. I volontari di Operazione Colomba si impegnano a garantire la tutela dei membri della comunità, formata da poco più di 500 abitanti, l’accompagnamento degli sfollati intenzionati ad entrare nei propri terreni coltivabili e a raccogliere informazioni utili per l’attività di advocacy e denuncia dei soprusi ricevuti.
Il libano, presenza aperta nel 2013. I profughi siriani del campo profughi di Tel Abbas vivono in condizioni precarie, non solo da un punto di vista materiale ma anche psicologico, dato il costante timore di possibili infiltrazioni dell’ISIS nella zona. Distante solo cinque chilometri dal confine siriano, nel campo di Tel Abbas I volontari di Operazione Colomba vivono in una tenda insieme ai profughi, condividendo le stesse condizioni di instabilità e insicurezza, oltre che di estrema povertà. Ciò ha permesso, non solo di far crescere la fiducia delle famiglie del campo ma anche la comprensione del conflitto, narrata da chi che la guerra la subisce in prima persona e in tutta la sua violenza e crudeltà. Uno degli obiettivi principali della presenza è quello di aiutare le persone in difficoltà nei loro bisogni più immediati grazie anche al network di organizzazioni internazionali presenti nell’area che collaborano insieme a Operazione Colomba (UNHCR, ONG, Municipalità locale), ma soprattutto costruire ponti di dialogo tra i siriani e popolazione libanese spesso insofferente alla presenza di profughi sul territorio. Operazione Colomba ha recentemente scritto una proposta di pace insieme a coloro che non per loro colpa vengono chiamati profughi.
Palestina e Israele è attualmente la presenza più lunga di Operazione Colomba. Dopo una prima presenza nella striscia di Gaza nel 2002, le attività del corpo civile di si sono spostate in Cisgiordania nei territori occupati, più precisamente nei villaggi delle colline a sud di Hebron a sostegno del comitato popolare palestinese di resistenza.
A seguito degli accordi di OSLO del 1993, quelle zone insieme a molte altre, sparse a macchia di leopardo su tutto il territorio palestinese, sono state classificate come Area C, ovvero totale controllo civile e militare israeliano. Ciò comporta innumerevoli violazioni dei più basilari diritti umani da parte delle forze occupanti israeliane. Numerose sono infatti le demolizioni di proprietà palestinesi da parte della DCO (District Coordination Office), l’organismo facente parte dell’esercito israeliano che coordina gli affari civili. Come facile intuire la situazione sfocia nel paradosso dato che le famiglie palestinesi per avere una casa in cui vivere dovrebbero chiedere il permesso alle forze dell’ordine israeliane.

Un'altra attività cardine è l’accompagnamento di pastori e contadini nelle loro terre. A causa dei numerosi e violenti attacchi da parte di coloni israeliani (persone ultra-estremiste che invadono e risiedono illegalmente nel territorio palestinese dal 1967), i volontari e le volontarie di Operazione Colomba scortano gli uomini e le donne dei villaggi palestinesi muniti di videocamere, pronti a riprendere e documentare ogni eventuale sopruso e violazione. L’obiettivo dei coloni è infatti quello di spingere gli uomini e le donne dei villaggi palestinesi limitrofi ad abbandonare le proprie terre così da impossessarsene. Dopo cinque anni di inattività, Israele si aggiudica di diritto il pezzo di terreno facendolo diventare “State Land”. Le colonie (illegali per il diritto israeliano) così come gli avamposti (illegali sia per il diritto israeliano che per quello internazionale) sorgono vicini a villaggi palestinesi dai quali spesso copiano il nome ebraicizzandolo.
I coloni sono sovente i protagonisti di feroci attacchi persino nei confronti dei più piccoli: bambini e bambine palestinesi che percorrendo il tragitto che li porta verso scuola passano inesorabilmente tra colonie avamposti israeliani. Dal 2004 l’autoproclamato stato ebraico ha disposto una scorta militare che dovrebbe proteggere gli studenti palestinesi dagli attacchi dei coloni. I volontari del corpo civile di pace si impegnano a verificare che i soldati si presentino e adempiano al loro lavoro di protezione.
Ogni dato di ogni violazione raccolto sottoforma di video e foto sul campo viene inviato alla ONG di riferimento accreditata all’ONU che in uno speech di qualche minuto prova a dar voce a chi non ha voce.
Grazie al supporto che la semplice presenza di Operazione Colomba fornisce ai locali, ma soprattutto al coraggio del comitato di resistenza popolare, delle famiglie del villaggio e della resistenza nonviolenta, la situazione è in continuo miglioramento. I pastori escono a pascolare sempre più spesso percorrendo tragitti prima ostacolati dagli attacchi dei coloni, interi villaggi si mobilitano per fronteggiare qualsiasi emergenza, come un accesso alla terra negato, piuttosto che la confisca di un mezzo o la demolizione di una casa, iniziative di protesta pacifica vengono organizzate radunando e unendo i molti villaggi rurali limitrofi. Il tutto in maniera non violenta e pacifica. “Una strategia che è molto più sottile, una strada che è molto più complicata, molto più insidiosa dove i risultati si vedono in un tempo che è molto più lungo” ammette in un’intervista un volontario di Operazione Colomba attivo in Palestina che poi continua “Se questa scelta si riuscirà a farla entrare anche nel resto in altri contesti con altri comitati, se diventerà abbastanza forte, forse sarà l’unica via possibile.
. Principi cardine di una neonata istituzione, quella dei corpi civili di pace, creata dal popolo per il popolo e che mira a dare un’alternativa lungimirante ed equa alla guerra e alle sue conseguenze.