È giusto parlare di un nuovo libro che ricorda le donne nella Resistenza. Vorrei sbagliare, ma se ne parla in questa recensione (vedi sotto) con un tono curioso, quasi pettegolo. Mi sembrano storicamente più sostanziose le storie raccolte e meditate da Anna Maria Bruzzone, Rachele Farina, Anna Bravo. E si dovrà studiare ancora, questo profilo della storia.

E vero che "i maschi dovettero scegliere tra la guerra con i nazisti o la prigionia in Germania", ciò che non toccò alle donne, ma tutta la Resistenza - come ricordava con insistenza Lidia Menapace - era di volontari, non era un esercito, non c'era obbligo di portare le armi, si collaborava in tanti modi alla causa della liberazione dal nazifascismo. Non si può ridurre la Resistenza alla lotta armata, per quanto evidente, perché essa conteneva e si fondava anche su una "resistenza popolare nonviolenta": questa può essere la sua eredità più duratura, nella necessità, oggi sempre più pressante, di emancipare la nostra umanità dall'arte di uccidere, cioè di far decidere la vita alla morte, il che è una sudditanza, una sconfitta. Come fa notare Ercole Ongaro, il fondamento della Resistenza fu la reazione morale largamente popolare al male radicale del fascismo, evidenziato dalla guerra: la guerra ne fu il frutto coerente, non l'errore, non l'incidente. Sono nato nel 1935 e ho ricordi chiari di questo risveglio civile, contro la guerra e il suo seme fascista, non solo nella mia famiglia antifascista, ma nella scuola e nelle scelte diffuse che potevo cogliere attorno, nella chiara semplicità di un bambino. Poiché niente è assicurato, e "la democrazia può anche suicidarsi" (Bobbio), dobbiamo rilevare oggi, anche proprio grazie alle donne, che la Resistenza non si identifica con la guerra (crimine soprattutto maschile), e può contribuire a liberare la lotta per la giustizia dall'idolo mortifero della guerra e delle armi. Alla guerra si potrà rispondere senza riprodurla, senza sottomettersi alla sua logica inumana, che è la vittoria della morte.

Enrico Peyretti (Centro Studi Sereno Regis)

Siam pronte alla vita l’Italia chiamò

di Simonetta Fiori in “la Repubblica” del 23 ottobre 2022
Sorridono sempre le ragazze che fanno la guerra alla guerra. Sorride Lenuccia, piccola e formosa, mentre fa il gesto di vittoria dopo l’insurrezione a Napoli. Sorride Luciana Nissim in gonna scozzese sulla neve, chissà quanto freddo le penetra addosso dal manto di ghiaccio. Sorride Carla Capponi con l’aria snob enfatizzata dalle sopracciglia arcuate: sa di essere diventata una leggenda per come trasporta le bombe dentro la borsetta. Sorridono tutte le donne della Resistenza, con i capelli al vento in bicicletta o coi polpacci grossi ben piantati sul terreno, sinuose nel vestitino a fiori che aderisce sul corpo o morbide nei pantaloni sformati dalla lotta, armate e disarmate, borghesi e proletarie, vezzosamente femminili o cowgirls che forse amano altre ragazze. Guardano fiduciose al futuro anche se la morte le attende alla fine della strada, a pochi passi dalla macchina fotografica. «Se non ci vediamo più, ci vediamo in Paradiso», è il motto con cui Maria saluta il suo compagno, ormai impalpabile il confine tra qui e l’altrove, la morte miniaturizzata in una parte della vita, non certo la più importante. «Ridere del ghiaccio, della neve, della pioggia, del buio, del coprifuoco» è il penultimo comandamento del “decalogo partigiano” vergato da Ida d’Este, una staffetta di Venezia che incontriamo a pagina novantuno de La Resistenza delle donne . Un’altra sua raccomandazione è «imparare a fare la faccia da scema». I libri hanno un potere salvifico, specie quando ti trasportano lontano, in una storia grande e terribile, elettrizzante e tragica insieme, che è alle radici della nostra formazione civile. Benedetta Tobagi è riuscita in questo piccolo miracolo, riuscendo a cogliere il vissuto delle innumerevoli resistenti con uno sguardo inedito, insofferente a perbenismi e tabù, e quasi animato da un’intimità amicale come se Ada, Teresa, Joyce e le altre fossero ancora tra noi, nelle nostre case, a raccontarci l’incanto e la disperazione delle loro vite partigiane e in fondo a darci un po’ di coraggio, in un’Italia che sembra aver smarrito la memoria. Sotto la guida salda delle studiose che sono venute prima – ancora molto viva la voce di Anna Bravo – e grazie alle meravigliose “fotografie parlanti” trovate negli archivi storici, l’album narrato di Tobagi fa luce su zone del femminile rimaste in penombra. E su quel dolore mai raccontato, all’indomani della Liberazione, quando esaurita l’adrenalina della lotta bisogna prendere atto dei propri morti. E nel contempo, zitte e buone, rientrare nei ranghi decisi dal patriarcato. Ebbero meriti morali superiori agli uomini, le ragazze della Resistenza. Perché furono tutte volontarie, nessuno le convocò, né le loro scelte furono condizionate dalla coscrizione che obbligava i maschi a scegliere tra la guerra con i nazisti o la prigionia in Germania. Potevano stare a guardare, le più fortunate fuggire in Svizzera, e invece diedero da mangiare agli affamati, i vestiti agli stracciati, gli alloggi agli sbandati dell’8 settembre, un nascondiglio ai partigiani – rischiando carcere e fucilazione - ma nel dopoguerra quasi tutte avrebbero sminuito: in fondo non abbiamo fatto nulla di importante. E ovviamente il ceto politico maschile non esitò ad assecondarle, escludendole da medaglie e riconoscimenti riservati alle azioni militari.

Al loro maternage collettivo in tanti dovettero la sopravvivenza, ma Tobagi mette in guardia dallo schiacciare le donne sul paradigma materno perché molte di loro si realizzarono in altro modo, prendendo le armi e guidando i reparti partigiani. «Noi odiavamo la morte ma eravamo pronte a impugnare le armi per avere la vita», dirà Tina Anselmi. È la “guerra alla guerra”, il paradigma che spazza via d’un colpo tutti gli inutili dibattiti di questi mesi sulla risposta armata dell’Ucraina, richiamando alla mente le bionde ragazze di Kiev - anche loro sorridenti con il mitra tra le mani. «Si sparava non per uccidere, ma per catturare i tedeschi e scambiarli con i nostri», racconta Matilde. Ma c’è anche chi come Elsa e Carla non esita a far secco il nemico, rovesciando il cliché della donna intrinsecamente estranea alla violenza. C’è spazio per tutte, nella guerra al nazifascismo, ciascuna con la propria sensibilità e inclinazione. Quasi per tutte la Resistenza fu una inedita guerra di liberazione personale, un’emancipazione dai modelli femminili di madre e massaia forgiati dal fascismo. «Finalmente mi sono sentita qualcuno», racconta la genovese Rosetta Biggi, dando voce alle tante donne che si sottraevano a un destino di sottomissione. Ovviamente anche dentro le formazioni partigiane si riverberava il cliché maschilista che vuole la femmina ai fornelli, ma nasce un nuova consapevolezza che induce la modenese Carlotta Buganza a rivoltarsi contro il suo comandante. «Sappi che tu hai bisogno di me come hai bisogno di tutto il movimento femminile. Perché voi, senza di noi, non fate niente». Chiara e definitiva. La guerra partigiana significò per molte anche la prima convivenza con il maschio, prossimità a una fisicità sconosciuta e perturbante a lungo negata da una retorica celebrativa tendente a desessualizzare i corpi della Resistenza.

«Si faceva o non si faceva all’amore? Si faceva l’amore, molto!», toccò a Bianca Guidetti Serra, l’avvocata delle donne, strappare il mito della presunta castità dentro la lotta al nazifascismo. Le ragazze vedevano nell’altro ciò che desideravano per sé: la consapevolezza politica, la sicurezza nelle decisioni. E in una perfetta chimica sentimentale la speranza pubblica si fondeva con il desiderio privato. Ma accanto agli amori partigiani, Tobagi apre il capitolo delle molestie, su cui sarebbe calata nel dopoguerra la cappa più fitta. «A me non è capitato di innamorarmi », racconta Marisa Ombra. «È capitato invece che un austero e famoso capo mi chiedesse un rapporto, motivato con l’urgenza sessuale. Ne fui scandalizzata. Ma qualcuno più esperto della vita mi dissuase dalla denuncia». Il silenzio più atroce riguardò le donne stuprate dai tedeschi, ridotte all’afasia da una società postbellica ancora sessuofobica e pruriginosa. Perfino le sentenze dei tribunali restituivano un diffuso sentire per il quale in fondo le ragazze violate se la sono cercata, o non si sono difese abbastanza. Era difficile trovare le parole per raccontare, anche con il proprio compagno. «Io ho fatto la mia guerra, tu la tua. Non ne voglio parlare mai più», così il marito raggelò le confidenze di A., costretta a tacere il suo dolore. Molte di loro erano state sottoposte a torture, scariche elettriche sui genitali, lamette sui capezzoli, bossoli sparati a un centimetro dalla testa. «Mi raccomando, fate vedere che sappiamo morire bene», dice Cleonice alle sue compagne a un passo dall’esecuzione. Alla fine di questo bellissimo libro viene da chiedersi che cosa penserebbero oggi Ida, Mirella, Giovanna e tutte le patriote democratiche – loro sì, autentiche patriote - di questa Italia che promuove a seconda carica dello Stato Ignazio Benito La Russa, fiero collezionatore di cimeli mussoliniani. Forse bastava osservare lo sguardo di un’altra splendida resistente, nel cui braccio è ancora scritta la violenza del nazifascismo: anche lei ha sorriso, Liliana Segre, nel cedere il più alto scranno del Senato all’ex militante del Movimento Sociale. Ma sembrava un sorriso stanco, ormai privo di speranza.


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