Cari amici, se lo scorso anno all’inizio di questo Augurio facevo riferimento al fatto che eravamo al secondo Natale vissuto in “in tempo di pandemia”, quest’anno non possiamo non tener conto che questa ricorrenza cade “in tempo di guerra” in Europa.

Una guerra che qualcuno – nonostante gli aggiornamenti su ciò che succede sul campo – rischia di dimenticare (a ben altro sono rivolte le attenzioni di tanti nel periodo delle feste) oppure di accettare come inevitabile (la vita politica europea, per prima, sembra avere altre priorità; sulla guerra sembra che l’unica iniziativa continui ad essere l’invio di armi e di sostegni collaterali). Papa Francesco, lo scorso anno, qualche giorno prima di Natale, aveva denunciato lo scandalo dell’aumento delle spese militari rispetto all’anno precedente (e “in tempo di pandemia”!).

Quest’anno, chi rimane a denunciare questa vergogna e a proporre vie alternative?

1. Natale: nascere. Ma anche rinascere. Un mondo che si apre ad una “vita nuova”, perché così, tra l’altro, si va solo verso l’autodistruzione, oltre che verso l’infelicità cronica. Questo il nostro sogno diuturno. Sembra di capire che fosse anche il sogno di quell’originale rabbi e profeta di nome Yeshu che a Natale qualcuno ricorda. “Rinascere andando al di là del capitalismo, origine dei mali odierni”, aveva scritto l’amico Adriano Sella nel suo ultimo libro (Nel domani del virus, San Paolo, 2020). Sì, fin che non facciamo i conti con questa “rivoluzione capitalista” che ha cambiato il volto della terra non potremo rinascere come singoli, come comunità, come Stati, come Natura. Il capitalismo ha dato – e ancora dà – forma alle nostre vite, ai nostri rapporti, alla modalità in cui stiamo nell’ambiente, non solo, dunque, condiziona i rapporti economici, di scambio o i rapporti fra gli Stati e “gli imperi”. Io credo che questo sia il primo pensiero – che sembra poco spirituale ed invece a me sembra altamente spirituale – che dovremo fare al mattino quando nasciamo dopo la notte: come posso essere oggi un po’ meno capitalista? Come posso essere più conviviale, più capace di condividere ciò che sono e che ho? Non è, in fin dei conti, il Natale la Festa che celebra un Dio che ci dimostra la sua totale condivisione con la nostra vita?

2. Natale: tornare alle origini. Per rinascere nuovi. Sempre. Joyce Salvadori aveva espresso un’idea interessante in L’olivo e l’innesto: “Oggi si parla molto di radici. Si scavano le radici della comunità e degli individui per rinsanguare le identità e ricercare i perché. Ma non ci sono solo le radici, ci sono anche gli innesti” (v. Silvia Ballestra, La Sibilla. Via di Joyce Lussu). Forse abbiamo bisogno, oggi, di qualche innesto in più per rinnovarci. Uscendo dalla nostra visione ombelicale, credo che ciò ci servirebbe per rimettere al centro l’uomo in quanto tale, qualunque sia il suo colore della pelle, la sua cultura o la sua credenza. L’uomo, cioè l’essere umano, appare a Natale: altri io non ne vedo. Francesco – quello di Assisi, in questo caso –, quando si inventò il presepe, lo fece perché guardassimo e vedessimo anzitutto “il bambino”, il Dio “fatto uomo”. Quando riusciremo a vedere ogni essere umano per quello che è, allora, sì, potremmo dire che Natale per noi è ogni giorno, ogni ora, ogni istante.

Con questi pensieri vi auguro un buon e vero Natale


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