La violenza e la guerra ci obbligano alla violenza e alla guerra?

Alle 18, oggi 10 marzo, vado in duomo alla preghiera per la pace guidata dal vescovo Roberto Repole. Ieri, nella preghiera quindicinale di comunità, abbiamo ricordato anche la guerra, come sempre: quelli che la vogliono, quelli che ci speculano orribilmente, e i tanti che nella guerra muoiono e soffrono. E viene il pensiero anche al dilemma morale che soffriamo: dobbiamo accettare o no che si diano armi al Paese aggredito, per difendersi? Dare armi alimenta la guerra. Non dare armi riduce l'opposizione militare, e lascia che l'aggressore ingiustamente invada e violenti il Paese. A volte nella vita si è di fronte a due vie drammatiche: di qua c'è qualcosa di giusto e qualcosa di male; anche di là c'è qualcosa di giusto e qualcosa di male. Allora dobbiamo scegliere, col timore di sbagliare, il male minore. Ma a volte non sappiamo vedere, o non sappiamo creare, una terza via con minor male delle altre, o non siamo stati capaci di preparare in anticipo una possibilità di uscire dalla scelta obbligata tra due mali.

Chi parla di nonviolenza non vuole la resa del debole davanti al forte, che sarebbe viltà e abbandono di tante vittime. Ci sono tante esperienze storiche (anch'io posso darne documentazione), che la storia ufficiale dimentica o non valorizza, esperienze di popoli che si sono difesi da dominatori, da aggressori e invasori, non con le armi omicide (o non solo con le armi), ma con la resistenza dell'unità popolare, con la disobbedienza, col boicottaggio, con la solidarietà internazionale. La Resistenza italiana al nazifascismo, e all'occupazione tedesca, non è stata soltanto armata, ma è stata anzitutto un fondamentale risveglio civile degli italiani e il rifiuto morale di sottomettersi, obbedire, collaborare al dominio: per esempio salvando molti ebrei dallo sterminio nazista. Tante vite sono state salvate così, non soltanto con le armi. L'esperienza di Gandhi in India sotto il dominio e lo sfruttamento coloniale inglese, è stata una esemplare liberazione senza uso di violenza, e col rifiuto di azioni violente spontanee. Tanti altri casi simili fanno sperare che, se i popoli e i governi imparassero e si organizzassero per tempo a resistere ai violenti senza imitarli (e così confermarli), potrebbero essere evitati tanti casi di guerra e di immensi dolori.

La violenza e la guerra ci obbligano alla violenza e alla guerra? Oggi dobbiamo tutti ridurre al minimo l'approvazione della difesa armata, per sviluppare le altre reali capacità dei popoli, di non farsi riproduttori della violenza, ma di sconfessarla con l'energia di ampie relazioni pacifiche, culturali, artistiche, sportive, personali. Anche i governi e tutte le rappresentanze degli altri popoli, delle istituzioni internazionali, dell'Europa, dovrebbero non lasciare che il conflitto si svolga con le armi mortali, non assistere passivi o armare ancor più le parti, ma intervenire con l'assistenza umanitaria, l'interposizione civile, l'autorità morale, il dialogo culturale, le relazioni ecumeniche tra le religioni, anche le relazioni economiche e turistiche, per smentire la barbarie che affida all'omicidio militare una questione o tensione tra stati, e che demonizza un altro popolo per una questione che la ragione e la buona volontà potrebbero risolvere. Le questioni territoriali potrebbero essere risolte come è stata risolta la questione dell'Alto Adige-Sudtirolo, con intelligenza e saggezza politica, e la buona salute pubblica. Certo, la cosa principale è che gli stati più grandi non abbiano e non coltivino pretese imperiali, di vasta influenza, di superiorità nazionalistica, di monopolarismo, di sfruttamento economico, di stupide ambizioni personali, sostenute dall'immenso spreco della gigantesca industria delle armi, che una volta fabbricate devono venire consumate, e sono orribile causa di guerre. Saremo capaci, come umanità ormai legata ad una sorte unica, indivisibile, di rovina o di salvezza, di uscire dalla stoltezza criminale della falsa e orrenda soluzione militare delle controversie? Non preghiamo per una soluzione miracolistica, ma invochiamo lo Spirito di Cristo che ci animi ad essere giustizia e pace. L'Italia è impegnata dalla nostra grande Costituzione, a camminare su questa via di evoluzione umana, spronata dalla volontà democratica giusta e pacifica dei cittadini, di tutti noi, di ognuno di noi.


(articolo pubblicato su La Voce e il Tempo, 19 marzo 2023)


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