L’insensata e ignominiosa guerra di aggressione della Russia all’Ucraina da due mesi si insinua anche nelle nostre vite, addensa preoccupazioni sul nostro futuro, ci sconvolge per le efferatezze disumane e orribili, nonostante queste siano il corollario di ogni guerra.

Perché la guerra è in sé tragedia: distruzione di vite umane e animali, devastazione della natura, avvelenamento delle menti e dei cuori, incubatrice di tutti i generi di crimine, produttrice di orrori, annientamento di ciò che è umano nell’uomo. Lo scienziato Albert Einstein, una quindicina d’anni dopo la fine della prima guerra mondiale, aveva scritto lapidariamente: “La guerra non si può umanizzare. Si può solo abolire”.
Spegnere l’umano nell’uomo è il crimine più grave, perché “non c’è nulla di più sublime dell’umano nell’uomo”, come ha raccontato lo scrittore sovietico, di origine ucraina, Vasilij Grossman (1905-1964), testimone delle atrocità naziste della seconda guerra mondiale e dei delitti dello stalinismo sovietico. 

La ricorrenza del 25 aprile, festa della Liberazione dal nazifascismo, è occasione per riflettere sulla scelta che gli uomini e le donne della Resistenza hanno fatto per impedire che la violenza, la negazione della libertà, l’offesa alla dignità umana continuassero a dominare e condizionare le loro vite e il futuro dei loro figli. 


Spesso si è identificata la Resistenza con la lotta armata delle brigate partigiane, e quindi si è valorizzato soltanto la partecipazione di chi aveva fatto la scelta armata contro il nazifascismo, eclissando l’apporto determinante dei cittadini che hanno compiuto scelte pericolose di disobbedienza dei diktat nazifascisti: la stessa lotta partigiana è stata possibile grazie al sostegno della popolazione. L’aiuto della popolazione ai partigiani è stato ben più efficace e determinante dei lanci di armi degli Alleati.
La dimensione militare della Resistenza non è ciò che la caratterizza. Chi nella Resistenza ha combattuto con le armi non amava la violenza e ha accettato l’uso delle armi soltanto per metter fine alla guerra. La Resistenza è stata “altra” dalla guerra: la Resistenza si proponeva prioritariamente di salvare vite, la guerra esigeva che se ne annientasse il più possibile; la Resistenza educava i giovani partigiani ai valori democratici, la guerra esigeva cieca obbedienza al dittatore; la Resistenza può essere nonviolenta, la guerra è violenza e barbarie. L’essenza della Resistenza è stato scegliere di “restare umani” in un tempo di disumanità. Lo hanno testimoniato molti resistenti nei loro scritti autobiografici: la scelta di “restare umani” era essenziale per resistere e nel fatto stesso di resistere hanno riscoperto il senso del loro vivere. 

Non basta essere vivi, è necessario essere e restare umani.  Per creare le condizioni di un vivere e convivere da umani la nostra Costituzione, figlia della Resistenza, ha posto tra i principi fondamentali il ripudio della guerra. Ma per rendere effettivo tale ripudio, è necessario anzitutto fermare la corsa al riarmo: non fare del complesso industriale-militare (fabbricazione e commercio di armi) uno dei settori trainanti dell’economia nazionale e internazionale.
Nei mesi scorsi è rimasta inascoltata dai governi la proposta di oltre cinquanta premi Nobel e presidenti di Accademie della Scienza nazionali di negoziare un accordo globale per una riduzione pluriennale delle spese militari, così da avere risorse per affrontare i problemi enormi del nostro tempo, come epidemie, riscaldamento globale e povertà estrema. 

La guerra non può essere la soluzione dei conflitti tra Stati, neppure nel caso specifico della guerra in corso, che non è configurabile solo come guerra di autodifesa, se si considera lo scenario di conflittualità tra NATO e Russia. Soltanto rinunciando alla guerra o fermandola si può avviare una soluzione dei conflitti. Purtroppo però è più difficile finire una guerra che iniziarla.

(pubblicato su “Il Cittadino”, Lodi, 25.04.2022, pp. 1,7)


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