“Tornerai a Mar Musa”, mi dice Nouhad, che vive qui al monastero di Deir Mar Musa Al Bahashi, cioè San Mosè l’Abissino. Da questa terrazza del monastero immerso nel deserto siriano, guardando il cielo vedo la costellazione dello scorpione, con l’aiuto di Paolo, uno dei compagni di questa escursione in Siria con un gruppo organizzato.
Paolo insegna fisica e matematica, e alla domanda “che lavoro fai?” che gli avevo fatto a Damasco, nella stanza dove dormivamo, mi ha risposto, scherzando, “insegno educazione fisica”. Meno di un anno fa avevo comprato il libro di Francesca Peliti su Paolo Dall’Oglio e la comunità di Deir Mar Musa e avevo deciso di andarci. Avevo saputo della scomparsa di abuna Paolo nel 2013, e avevo comprato quel libro perché non immaginavo che dopo il suo rapimento la comunità che lui aveva fondato trent’anni prima, ristrutturando questo monastero abbandonato del IV secolo d. C., continuasse a vivere nonostante la sua assenza e soprattutto che fosse sopravvissuta alle incursioni dell’ISIS, e al rapimento di uno dei fondatori, padre Jacques, sequestrato nel 2015 per cinque mesi. Poi leggendolo avevo scoperto che ci sono monaci e monache che ci vivono ancora, cattolici e ortodossi, con una grande apertura all’Islam, tra l’altro uno dei libri di Dall’Oglio si intitola Innamorato dell’Islam, credente in Gesù. Però proprio pochi giorni prima di partire dall’Italia, vengo a sapere che tutta la comunità di Mar Musa sarà in Italia per celebrare la messa del decennale della scomparsa di padre Paolo, avvenuta il 29 luglio del 2013. Mi avevano etto che venire in Siria e a Mar Musa da solo in questo periodo non era facile, quindi mi sono ritrovato con il gruppo organizzato e una guida siriana che vive in Italia dall’inizio della guerra in Siria, cioè dal 2012, e che ci ha spiegato, fra un’escursione e un’altra, la storia e attualità del suo paese. “In Siria non c’è futuro fino a quando ci sarà l’embargo”, ha affermato in uno di questi suoi discorsi illustrativi delle condizioni economiche e politiche degli ultimi anni. A Bosra, prima città siriana dopo aver attraversato il confine con la Giordania, siamo passati nel tardo pomeriggio del 30 luglio arrivando da Amman (dove siamo atterrati e poi da lì abbiamo proseguito in autobus). Prima di ripartire per Damasco abbiamo visitato il teatro romano del II secolo d. C, “che ha resistito alle bombe che Assad scaricava contro i ribelli dell’Esercito Libero Siriano asserraggliati proprio qui vicino, ma per fortuna attorno al teatro c’è una Cittadella che lo ha protetto dalle esplosioni”, ci ha spiegato la guida. Tra queste bombe forse ce ne erano anche di chimiche, vietate dalla convenzione di Ginevra del 1991, Assad è stato accusato per questo tipo di crimini, come diremo più avanti. La guida (non riporto il nome per discrezione) ci ha raccontato di quando, nell’estate del 2012, era riuscito a partire l’ultima volta dalla Siria (”ero scappato praticamente”) perché dopo le prime manifestazioni di protesta popolare del 2011, il regime aveva risposto con una feroce repressione dei militanti e dei cittadini siriani che avevano preso parte alle manifestazioni pacifiche: arresti, torture, uccisioni. Questo aveva fatto sì che molti militanti si organizzassero in brigate di combattenti armati. La guida però ci spiega che nel giro di poco tempo fra i combattenti si erano infiltrati molti soggetti esterni provenienti dai paesi del Golfo, dalla Turchia e dal altri paesi, si parla di circa 90 000 combattenti arruolatisi nell’Esercito Libero Siriano, che passavano dalla Turchia o da Librano, ma anche dai paesi del Golfo Persico, tra cui il Qatar che finanzia il Free Army per colpire indirettamente il regime, mentre la Turchia faceva da base logistica. “Al Chek point dei ribelli ci hanno controllato i documenti, ma i due uomini con il mitra avevano la barba lunga e non sembravano siriani, hanno portato via otto alawiti e questo mi ha salvato, perché ho buttato sotto il sedile il portafogli dove c’erano i miei documenti in cui c’era scritto che collaboravo con l’Università, e siccome sono cristiano credo mi avessero portato via come hanno fatto con gli alawiti, considerati dai ribelli troppo vicini al regime, in quanto dal 1970 hanno assunto un potere rilevante in Siria grazie ad Hafiz al-Asad, anche lui alawita”. Poi ci fa una confidenza amara e molto poco evidente per noi occidentali e non siriani: “Uno degli effetti collaterali più tragici della guerra, che un occidentale non può immaginare, è la perdita delle minoranze religiose presenti in Siria da tempo immemore”. Ad Aleppo per esempio abbiamo alloggiato nella sede del vescovado della Chiesa cattolico greco melchita, la mattina dopo il nostro arrivo abbiamo visitato nel giro di poche decine di metri la cattedrale armena intitolata ai quaranta martiri e una chiesa maronita (non lontano da lì c’era anche una Chiesa Evangelista). Dalla mia finestra al terzo piano, al crepuscolo, mi è capitato di ascoltare la litania delle preghiere provenienti dalla moschea in filodiffusione mentre nella chiesa sotto la mia finestra si celebrava la messa con il rito greco melchita in cui le litanie cantate sono così presenti da sembrare un lunga messa cantata. I cristiani erano il 10% della popolazione siriana fino al 2012, oggi sono il 2%. Già padre Jo, gesuita che ci ha ospitato ad Amman, ci aveva illustrato un quadro geopolitico del medioriente, dicendoci che in Iraq, prima del 2003 i cristiani erano un milione e ducentocinquantamila, oggi sono meno di duecento cinquanta mila. Ci spiega anche, in modo oggettivo, visto che una di noi le fa una domanda pertinente, in che senso l’intervento della Nato in Iraq nel 2003 aveva distrutto un tessuto produttivo e sociale: “Saddam aveva mantenuto un ordine anche se con metodi brutali, tra l’altro aveva cacciato a un certo punto i gesuiti, non uccisi ma cacciati, eppure dopo l’intervento della Nato, che doveva facilitare un passaggio a un regime democratico, è andato tutto in fumo: molti stipendiati statali dal regime di Saddam, anche se pagati per lavorare poco, hanno perso il lavoro, così come hanno perso il lavoro molti militari e così come l’industria del petrolio è crollata”. In questo contesto si erano rinforzati quei gruppi di estremisti islamici che poi hanno dato vita al famigerato ISIS, Stato islamico dell’Iraq e del Levante. Ci dice anche, padre Jo, che 65 000 iracheni sono sfollati in Giordania, che molti di loro non vogliono tornare in Iraq perché non vedono futuro lì, ma non hanno più tante possibilità di emigrare altrove, anche perché Trump ha approvato una legge che restringe ulteriormente gli accessi da paesi considerati “nemici”, i cosiddetti Stati canaglia, tra cui anche l’Iraq e la Siria, perciò, ci spiega padre Jo, anche noi da dopo questo viaggio, se dovessimo andare negli USA avremo problemi burocratici quando dal nostro passaporto si vedrà che abbiamo soggiornato in Siria . A tal proposito ci ricorda che 600 mila siriani sono rifugiati attualmente in Giordania, e due milioni si trovano nei campi profughi del Libano. Nel nord dell’Iraq ci sono ancora molte mine antiuomo seppellite e pronte ad esplodere, e i turchi fanno stragi nel Kurdistan iracheno, di tutto ciò “non si parla tanto”, ci tiene a dire padre Jo. Recentemente ettari di boschi sono stati incendiati da bombe incendiarie dell’esercito turco, che continua a bombardare anche verso l’Iran, a Suylemanya, dove tra l’altro si trova una piccola comunità affiliata al monastero di Mar Musa. Padre Jo ci tiene a ricordarci che nel nostro immaginario il PKK e i palestinesi sono spesso associati ai terroristi, eppure nelle montagne del Sinjar, la terra degli azidi, il PKK ha combattuto strenuamente contro l’ISIS mentre anche i Peshmerga scappavano. Uno di noi chiede quando potremo visitare l’Iraq e padre Jo dice che per gli europei adesso è più facile, perché dal 2021 possono entrare senza visto. Il discorso dei curdi perseguitati dall’esercito turco lo ha ripreso anche la nostra guida in uno dei suoi discorsi sulla storia recente della Siria, ricordando che la Turchia negli ultimi venti anni ha ostacolato o comunque ha contribuito al crollo del sistema economico siriano: “Tra il 2008 e il 2011 il nostro paese stava crescendo”, ha spiegato la guida, “c’era un reddito medio di 1000 euro al mese, molto alto come media per un paese mediorientale. Era un mercato concorrenziale anche per la Turchia. Era un modello unico, ricco, con una istruzione alta”. AD Aleppo, lungo la strada Manara, per andare a visitare un centro culturale bombardato che stanno ricostruendo, un signore che incontriamo dice ad alcuni di noi con un’espressione di rabbia nel volto: “Assad è buono, Erdogan è un cane”. Dal 2011, tra l‘altro, come ci ricorda la guida, Erdogan faceva passare i jhiadisti per entrare in Siria a supportare l’esercito dei ribelli. “Oggi la Siria è un paese sgretolato, anche perché lo Stato Islamico si è rinforzato anche grazie all’embargo, contribuendo a mandare la Siria nell’abisso, perché ha distrutto le minoranze religiose che arricchivano il paese. E ha rinforzato anche il regime. In questo contesto ha operato Paolo Dall’Oglio, in una ricerca di dialogo con i musulmani, sfida già di per sè difficile ma ancora più ardua a partire dal 2012, anno in cui viene espulso dal regime di Assad per la sua vicinanza alle mobilitazioni pacifiche del popolo siriano del 2011, ma poi ha sostenuto anche l’esercito di liberazione siriano, come spiega bene il documento Paolo Dall’Oglio: l’autodifesa e la nonviolenza.di Riccardo Cristiano, autore del libro su Una mano sola non applaude, (http://www.settimananews.it/profili/dall-oglio-autodifesa-nonviolenza/).
“Posso dire che è attualissima - e da studiare - la sua visione di dialogo islamo-cristiano, posto che padre Paolo è stato, certamente, precursore di fatto del Documento sulla fraternità umana firmato, insieme, da Francesco e dall’imam dell’Università islamica di al-Azhar, Ahmad al Tayyib, nel 2019 ad Abu Dhabi”, così inizia il documento di cui riporto il testo integrale nel link e consiglio di leggere e rileggere.
Uno sguardo sull’esercito Libero siriano o Free Army
Nel libro Passsaggi in Siria, Samar Yazbek scrive: “Come avrei presto scoperto, benché possa fare pensare a una formazione militare, la sigla Free Army in realtà comprende una serie di gruppi estremamente diversificati, con caratteristiche e comportamenti che vanno dal crudele al compassionevole.. Questi combattenti sono persone normali, come quelli che si incontrano tutti i giorni per la strada; ciò che li differenzia è la posizione rispetto agli ideali rivoluzionari: certi aderiscono ai suoi principi morali, altri li hanno del tutto persi di vista, a tal punto che molti di questi gruppi sembrano aver ben poco in comune fra di loro. Per la notevole varietà che le contraddistingue, le brigate del Free Army o “brigate della resistenza popolare armata” - come forse bisognerebbe chiamarle -, sono copia conforme della vita reale in tutta la sua diversità. Soltanto che in Siria la morte fluttua in mezzo a loro con la leggerezza di una piuma”. Secondo la nostra guida, quasi da subito, cioè tra il giugno e l’agosto del 2012, l’Esercito Libero Siriano viene strumentalizzato da forze estranee, soprattutto di matrice islamista radicale. Ci spiega anche, la guida, che l’Occidente ha mitizzato questo esercito di combattenti popolari, mentre faceva finta di non vedere i soggetti realmente dominanti all’interno di quell’esercito popolare. Accusa l’Occidente di aver organizzato anche conferenze internazionali per esaltare il cosiddetto Free Army, ma al tempo stesso, sempre la guida, ci informa dell’esistenza di un Terzo Fronte, fatto di intellettuali siriani i quali proponevano soluzioni comprensibili e meno radicali (tipo il No alla caduta del regime di Assad ma alcune riforme, che forse era anche la posizione dei primi manifestanti pacifici), “posizioni per niente considerate dalla stampa europea e dalle agenzie internazionali”. Parla anche per esperienza diretta la guida, nel senso che ha conosciuto alcuni di questi intellettuali sriani, in quanto anche lui ha lavorato nell’ambiente accademico in Siria fino al 2012, e poi ricorda che anche alcunii di questi intellettuali adesso si trovano in Europa perché minacciati dal regime. Samar, nel libro Passaggi in Siria, scrive: “A Saraqeb, in quei giorni [agosto 2012] si diceva che solo diciannove dei circa 750 combattenti fossero mujaheddin arabi”. Anche lei ammette che già in certe manifestazioni pacifiche e in alcune postazioni dei ribelli c’erano striscioni con le scritte “Allah è l’unico vero Dio” e “Maometto è il suo messaggero”, poi Samar scrive anche una riflessione sulla forza morale dei combattenti, al di là di tutto: “Da dove traggono la forza quei combattenti? Chi è più estraneo al significato della vita - noi o loro? Chi è più vicino alla sua essenza? Coloro i quali vivono al cospetto della morte, ridendole in faccia?”. Ricordiamo che Assad è stato denunciato dalle Nazioni Unite per uso di armi chimiche contro i ribelli e quindi contro molti civili inermi, e che nel 2015 i combattenti popolari stavano per avere la meglio sull’esercito del regime, ma poi, come viene fuori dalle testimonianze raccolte dalla Yazbek nel libro sopra citato, “eravamo riusciti a sconfiggere l’esercito governativo sulla terra, è dal cielo che è arrivato l’attacco feroce e vigliacco del regime di Assad”. Dal cielo sono arrivati ordigni tra il 2013 e il 2018, al centro di indagini e accuse da parte dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac). A tal proposito si veda l’articolo di Avvenire di Camille Eid del 28 gennaio 2023, https://www.avvenire.it/mondo/pagine/siria-la-verita-sulla-strage-a-douma-dopo-5-anni
Paolo Dall’Oglio e noi, cattolici in cammino in Siria...con occhi e cuore poco aperti?
Nel libro Il mio testamento di Paolo Dall’Oglio, uscito in occasione del decennale del suo rapimento, ci sono due passaggi che ho scelto anche come stimoli alla riflessione per i componenti del gruppo con cui ho condiviso questo intenso percorso. “Non c’è obbedienza allo Spirito Santo senza l’esodo (hijra) dal familiare e dal conosciuto, l’emigrazione da ciò che è abituale, dalle consuetudini e dalle tradizioni”. Sia a Damasco che ad Aleppo, mi è capitato di uscire dal ristorante per fare due passi, in entrambe le occasioni ho dovuto invitare alcuni dei compagni di viaggio a fare altrettanto, pochissimi si sono schiodati dalla pigrizia, e i pochi che si sono fatti schiodare mi hanno ringraziato, è bastato allontanarsi dal “conosciuto e dal familiare” di poche decine di metri per incontrare uomini ospitali che mi (e poi ci) hanno fatto entrare in una ”House of hospitality”, come l’ha chiamata uno dei signori anziani che giocavano lì a carte e bevevano thè e caffè, era un piano terra di proprietà di uno di loro, armeno, che abbiamo scoperto essere anche il proprietario del ristorante Ararat dove eravamo noi a cena. Sempre Paolo, il fisico e matematico che mi ha fatto osservare il capricorno dalla terrazza di Mar Musa, ha osservato che il ristorante era dotato di aria condizionata e di tante luci mentre nelle vie intorno c’erano poche lampadine e alcune viuzze che ho esplorato da solo erano totalmente nel buio; ad Aleppo è capitata una cosa ancora più allucinante: mi sono messo a passeggiare e ho trovato, acanto alle scalinate per accedere alla cittadella, a meno di 100 metri dal ristorante dove stavamo pranzando, un gruppo di amici e parenti seduti a cerchio, che ascoltavano un vecchio signore del posto che suonava il ludh e cantava accompagnato da altre donne con il velo in testa che a volte facevano un suono con la lingua vibrante tipico di quei popoli, c’era anche un ragazzo che suonava il darbuha. Ho provato più volte a far schiodare alcuni dei meno refrattari all’uscita dalla bolla turistica, una sola di loro è venuta e mi ha ringraziato, chiedendosi come fosse possibile che il resto del gruppo rimanesse inchiodato a fumare narghilè dopo cena. Un altro passo del libro Il nuovo testamento dice così: “Ribellione è sinonimo di obbedienza! Uno obbedisce onorevolmente solo se è capace di ribellarsi e chi non non sa ribellarsi non sa obbedire”. Questo passo si addice bene a certi atteggiamenti di obbedienza acritica di molti partecipanti al viaggio, che pur trovando “molto fitto” il programma della guida che comportava spesso di stare fuori dalle 10 del mattino alle 19,00 di sera e a volte anche fino a ora di cena inoltrata, spesso rimanendo sotto il sole nelle ore di punta, e pur ammettendo nei discorsi tra pochi che sarebbe stato importante concedersi almeno un’ora di silenzio (spesso non c’è stato neanche il tempo di farsi una doccia), non ha avuto la forza che dovrebbe avere ogni persona adulta per esprimere una volontà di rielaborazione: stiamo parlando di un gruppo con una età media di 40 anni che negli ultimi giorni ha accusato sintomi di affaticamento e sfibramento tali da induurre almeno una di loro a rimanere a casa per intossicazione, almeno 5 a chiedere assistenza medica, una è svenuta al confine don la Giordania e poi di nuovo all’aeroporto di Amman per cui è stata soccorsa dall’equipe medica dell’aeroporto e portata in sedia a rotelle fin dentro l’aereo, almeno tre dopo il ritorno sono in situazione di degenza. Questo è un segnale preoccupante di eccesso di dipendenza, al punto che una partecipante di circa trent’anni mi ha quasi rimproverato perché non avevo chiesto il permesso alla guida prima di fare la passeggiata di poche decine di metri fuori dal ristorante Ararat di Damasco. Una congregazione cattolica importante è alla base dell’organizzazione di questo tipo di viaggi, però con tutte le preghiere al mattino e alla sera, le messe quasi quotidiane officiate dal frate che ci accompagna, si è creato un clima per certi versi surreale: blindatura di un gruppo che non ha quasi per niente incontrato gli abitanti del posto, per esempio a Krak Les chevalier, villaggio della valle dei Nazareni, dove abbiamo soggiornato 4 giorni, una delle partecipanti ha chiesto al secondo giorno, alla guida, se erano abitate le case intorno alla struttura abitativa in cui eravamo alloggiati, gestita da una parrocchia di una chiesa con un simbolo a forma di croce con la barra orizzontale a forma di freccia da un lato e dall’altro con una croce. Il tutto rosso su bianco. Quando la trentenne faceva questa domanda, io avevo già scoperto il mondo che ci circondava, entrando a casa di due abitanti del villaggio, uno dei quali mi aveva messo sotto carica la batteria del computer, perché nella nostra struttura la corrente elettrica era fornita da un generatore artigianale che funzionava solo per poche ore al giorno. Verrebbe da approfondire e scendere in alcuni dettagli significativi, cosa che non posso fare in questa sede e sto provando a fare un pò di più nel libro che sto scrivendo. Alcune voci si sono alzate per rompere la “bolla” (come la chiamava una delle partecipanti più anziane), durante i momenti di condivisione. Un’attrice che viaggiava con noi ha espresso la vergogna e lo schifo che sentiva vedendo in certe strade la miseria e i piedi nudi di alcuni bambini, “mi vergogno di essere cittadina di un paese che approva l’embargo che condanna questo popolo allo sfibramento”. La stessa attrice ha fatto notare che i discorsi dei momenti di condivisione tipici da gruppo parrocchiale, non vertevano quasi mai sull’incontro con il luogo e con la gente che avrebbero avuto storie da rcccontare e far conoscere, ma si fermavano ad atteggiamenti narcisistici o comunque intimisti, a volte con punte di commozione da parte di una giovane donna che, stranamente, diceva di lavorare con i migranti, eppure piangeva di commozione per i bambini che raccoglievano rifiuti per rivenderseli o che chiedevano elemosina con i piedi nudi e abiti laceri. Una di quelle più lucide, italiana ma di origine iraniana, faceva notare che in mezzo a queste macerie c’era più vitalità di quella che troviamo nei nostri paesi occidentali, “per lo meno qui hanno spesso il sorriso fra le labbra e una parola o un gesto di accoglienza”, che può sembrare retorica ma non lo è, se si pensa che questo gruppo “stranamente cattolico”, non solo ha perso un’occasione di conoscere un luogo e il popolo che lo abita, in un clima post bellico, ma ha incontrato in un centro frascescano di Aleppo dei ragazzi siriani laureati che vorrebbero partire per l’Europa, e invece di incoraggiarli, il gruppo o “delegazione di turisti italiani”, come è stato definito da un giornalista locale che li ha incontrati durante una cena in un ristorante di Aleppo, già prima della partenza si è “preparato” e poi ha davvero “eletto” un portavoce che ha praticamente dissuaso i tre laureati siriani a venire in Eurpoa, “spiegando le difficoltà di arrivare e vivere in Italia e in altri paesi europei”. C’è un che di surreale in tutto ciò, se non di grottesco, forse sufficiente a farci un piccolo romanzo antropologico, come c’è del surreale e del grottesco in derive di cautela paranoica come quella di una donna adulta (sulla quarantina) che parlando tra di noi diceva di non poter dire di essere laureata in scienze politiche (eravamo in tre o quattro ad ascoltarla!) “qui in Siria”, e men che meno di fare la giornalista (”devo dire che faccio l’impiegata”, così mi ha detto la guida). Attenzione: lei non faceva per niente la giornalista lì, perché insieme a tutti gli altri era nella bolla che si muovava a ritmo frenetico da non consentire spesso di farsi una doccia, figuriamoci se c’era il tempo di prendere due appunti che non fossero dati sterili e comunque non elaborati. Una o più di una giovane donna ha ammesso di non avere nemmeno il tempo di scrivere un diario un pò più personale ed elaborato di qualche pagina con appunti spesso rintracciabili anche su wikipedia! Per salvarmi da questa deriva distruttiva ho dovuto per tre giorni su dieci chiedere alla guida di rimanere a casa per scrivere reportage e libro, ma con tutto ciò fino alla fine, nonostante la guida mi avesse sempre dato la possibilità di farlo, molti mi hanno rivolto esplicitamente e parlando con altri non in mia presenza, di essere individualista e incapace di condividere, un clima che non mi capitava di respirare dai tempi dei campi scuola con i salesiani ai quali avevo partecipato da adolescente e che già mi stavano stretti superati i dodici anni di età! Forse in tutto ciò c’è una grave perdita di autonomia e di creatività subentrata negli ultimi decenni nel nostro occidente sempre più delirante, tra declino e decadenza antropologica. Ivan Illich già quarant’anni fa o forse più, faceva dei corsi per “decolonizzare l’immaginario occidentale”, soprattutto rivolgendosi a chi voleva andare in paesi del sud del mondo, per evitare di perpetrare un atteggiamento da colonialista camuffato da benefattore (anche la beneficienza rientra nelll’atteggiamento colonialista, anzi ne è l’aspetto più insidioso,secondo Illich); Alex Zanotelli invece, nel suo ultimo libro, raccomanda all’uomo bianco di convertirsi alla povertà volotntaria, all’ascolto dell’altro, alla convivialità mediterranea. Forse è anche vero quello che diceva già alcuni decenni fa Emile Cioran, morto nel 1995: “L’Occidente è un cadavere profumato”. Già gli enormi bagagli trascinati dietro da molti dei partecipanti di questo viaggio, solo al confronto con il Vangelo, che molti avevano a portata di mano, dovrebbero stonare un pò: “Andate e predicate e non portate neanche una doppia tunica, ma solo sandali e una bisaccia”. D’altronde, la consapevolezza della propria schiavitù è alla base della propria liberazione. Ammettere che l’occidente è un cadavere profumato vuol dire ammettere di essere morti interiormente, e da questa consapevolezza può rinascere la vita, può arrivare la resurrezione. Come nel caso di Paolo Dall’Oglio e di altri martiri gesuiti come lui, citati in un articolo che ho trovato nell’elenco dei link sul mio smartphone all’aeroporto di Amman, quando abbiamo ritrovato il wifi dopo giorni e giorni di “isolamento”...da disconnessione. La notizia che trovo si riferisce a padre Jacques Mourad, che ha condivisio quasi trent’anni di vita comunitaria a Mar Musa con abuna Paolo. Oggi Mourad è arcivescovo di Homs, e in questo articolo ricorda di essere stato rapito e tenuto prigioniero dall’ISIS nel 2015, e di essere riuscito a fuggire dopo cinque mesi. Ricorda anche il gesuita Frans Van der Lugt, assassinato nel suo giardino del suo convento, nel 2014. E di Paolo Dall’Oglio dice che “se raccogliessimo le lettere e i messaggi che ha ricevuto potremmo fare un’enciclopedia”. Chissà che ognuno di noi che volesse viaggiare in Siria non potrebbe iniziare da qui, dalla scrittura di un messaggio o di una lettera a padre Paolo, per chiedergli la grazia di incontrare il popolo siriano, senza paura di lasciare il familiare e il non conosciuto, con la consapevolezza che non c’è “obbedienza onorevole senza ribellione” e magari leggere se non un libro di padre Paolo almeno le poche pagine del documento sull’autodifesa e sulla noviolenza, ci auguriamo che questo possa succedere a tutti quelli che si mettono in viaggio per incontrare l’altro, nella quotidianità e nella “vacanza”, che dovrebbe significare fare vuoto dentro, fermarsi, liberarsi dal peso del “familiare e del conosciuto”, almeno per pochi giorni o anche solo per poche ore...