Qualifica Autore: Pax Christi, parroco a Gallipoli

"Esorto i credenti a prendere in questo conflitto una sola parte: quella della pace; ma non a parole, con la preghiera, con la dedizione totale." (Udienza del 18 ottobre u.s.) Ancora una volta l'accorato appello di papa Francesco a vivere oggi 27 ottobre una giornata di penitenza e di preghiera per invocare la fine del sanguinoso conflitto tra israeliani e palestinesi in seguito all'orribile attentato terroristico dello scorso 7 ottobre.

"La guerra cancella il futuro. Tacciano le armi. Si ascolti Il grido dei poveri, della gente, dei bambini".
Stare dalla parte giusta, quella della pace. Che è poi quella di com/piangere ogni vita distrutta o ferita, ogni bambino e ogni malato, ogni donna e ogni uomo, ogni persona vittima della violenza, a qualsiasi popolo o gruppo appartenga.
Stare dalla parte della pace è voler accostare le diverse bandiere listate a lutto ma abbracciandole insieme in una bandiera più grande che ha i colori dell'arcobaleno.
Negli innumerevoli dibattiti sui social e nei logorroici talk show televisivi si chiede sempre di dichiarare da quale parte ci si vuole schierare, aggiungendo, come un mantra, che non bisogna mettere mai sullo stesso piano aggressore e aggredito.
Prima l'opzione era con l'Ucraina o con la Russia, adesso è con Israele o con la Palestina.
Questo modello di tifoseria manichea impedisce da una parte di comprendere la genesi e la complessità del dramma che si sta vivendo in Medioriente, dall'altra ne semplifica frettolosamente la soluzione, prevedendo solo la ragione della forza piuttosto che la forza della ragione.
Qui sorgono allora gli interrogativi più gravi: davvero alle armi micidiali del terrorismo e alle stragi di innocenti, si può reagire solo con il linguaggio delle stesse armi che moltiplicano morte e distruzione?
All' ingiustificabile e aberrante massacro compiuto da Hamas, si può rispondere solo con un altro massacro di popolazioni inermi - tantissimi bambini e adolescenti - con la distruzione di ospedali, scuole, case e luoghi di culto? Non sono tutti allo stesso modo mostruosi delitti di lesa umanità?
Cosi facendo si perpetua all' infinito la nefasta spirale dell'odio, del rancore e della vendetta.
Perché non cercare giustizia e soluzioni ragionevoli con gli strumenti del paziente dialogo, delle mediazioni diplomatiche, nel rispetto dei diritti umani di tutti e del diritto internazionale?
Purtroppo anche l'autorevolezza dell' ONU è ora ulteriormente indebolita da veti incrociati che respingono perfino una tregua umanitaria per Gaza.
Si rischia di incendiare aree del pianeta sempre più vaste e di innescare un' inarrestabile escalation dalle conseguenze catastrofiche globali senza precedenti.
Ad aggravare i pericoli si deve purtroppo considerare come la guerra, che pensavamo per sempre ripudiata non solo nella nostra Carta Costituzionale (art.11), ma anche nella cultura democratica occidentale dell'era atomica, sia ormai ritornata con piena legittimità nei tradizionali ranghi ideologici e lessicali che la definiscono prosecuzione della politica con altri mezzi. Anzi la stessa politica degli stati nazionali sembra essere una guerra permanente condotta con ogni mezzo.
E il mondo diventa così un grande campo di battaglia dove vige la sola legge della giungla, quella dell'homo homini lupus.
Davanti a questo scenario terrificante ecco allora il richiamo angosciato di Papa Francesco a non farci anestetizzare dalla propaganda bellica, a non rassegnarci alla logica delle armi.
È questo in fondo il senso più vero e più profondo della preghiera e del digiuno: liberarci dallo spirito di Caino, immergere nel silenzio il rumore assordante delle bombe, il sibilo terrificante dei razzi, le urla minacciose del nemico, per rigenerare pensieri e sogni diurni di pace, parole nuove di fratellanza e scelte inedite di riconciliazione.
La preghiera allora non è oppio che addormenta o scorciatoia di evasione, ma piuttosto sale che brucia e cura le ferite, fermento di amicizia e assunzione di responsabilità. È veglia di resistenza contro la feroce banalità del male, obiezione di coscienza contro la militarizzazione del cuore e della mente.
Nella preghiera si sostituisce il comandamento diabolico: "Armiamoci!" con quello di Dio: "Amiamoci!".
Si ascolta la Parola scritta nel vocabolario dell'Amore e incarnata nel volto di Gesù Crocifisso.
"Guardare a Gesù - ci ha detto in questi giorni il cardinale Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme - naturalmente non significa sentirsi esenti dal dovere di parlare, di denunciare, di gridare ma anche di consolare e incoraggiare. (...)
È nella croce che Gesù ha vinto, non con le armi, non con il potere politico. Ha vinto il mondo amandolo. Una pace così, un amore così richiedono un grande coraggio".
Il grande maestro di nonviolenza e venerato sognatore di pace don Tonino Bello - di cui ricorderemo nei prossimi giorni il quarantunesimo anniversario di ordinazione episcopale a Tricase - ci ha insegnato che "chi prega mette le mani sul timone della storia" e la orienta verso orizzonti di giustizia, di bellezza e di fraternità.
"In tempo di alluvione - ci diceva ancora - è necessario mettere in salvo la semente."
La semente della pace - oso pensare -
l'ha messa in salvo quella donna-ostaggio di 85 anni, Yocheved Lifshitz, che, appena liberata l'altro ieri dopo 17 giorni di prigionia, ha dato la mano al suo carceriere dicendogli: "Shalom, pace a te!"
"Shalom aleikem, sia pace anche a te!"

Articolo pubblicato sul Nuovo Quotidiano di Puglia, "Prendere parte piangendo ogni vita cancellata"


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