Sono passati circa cinquant’anni da quando nell’ottobre 1965 un gruppo internazionale di 20 donne, organizzate dalla comunità dell’Arca di Lanza del Vasto, discepolo cattolico di Gandhi, digiunò a Roma per dieci giorni affinché il Concilio si pronunciasse a favore della non violenza.

Il risultato fu la accettazione della frase da loro suggerita (ma un po’ modificata), che compare nella Gaudium et Spes n. 78: “Non possiamo non lodare coloro che, rinunciando alla violenza nella rivendicazione dei loro diritti, ricorrono a quei mezzi di difesa che sono, del resto, alla portata anche dei più deboli, purché…”
Era l’accettazione nella Chiesa di quanto prima appariva orientalista e strano. Certo questa concessione del diritto di cittadinanza nella Chiesa non era gratuita, la doppia negazione iniziale indicava che si trattava di una tensione, di un processo da iniziare; per di più, il “purché” finale precedeva dei paletti; e, giusto dopo, si elogiavano i militari. Poi il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 2306 ha ripetuto la stessa formula.
Successivamente, il magistero ha indicato il tema della non violenza saltuariamente e senza enfasi (a parte l’insegnamento e l’azione di dom Helder Camara e di don Tonino Bello), fino all’Angelus di Papa Benedetto XVIII del 18 febbraio 2006; per commentare l’ “Amate i vostri nemici” lo lega alle “Beatitudini”, che costituiscono “quasi un manifesto presentato a tutti, sul quale Egli chiede l’adesione dei suoi discepoli, proponendo loro in termini radicali il suo modello di vita”. “Giustamente questa pagina evangelica viene considerata la magna charta della nonviolenza cristiana, che non consiste nell’arrendersi al male – secondo una falsa interpretazione del ‘porgere l’altra guancia’ (cfr Lc 6,29) – ma nel rispondere al male con il bene (cfr Rm 12,17-21), spezzando in tal modo la catena dell’ingiustizia. Si comprende allora che la nonviolenza per i cristiani non è un mero comportamento tattico, bensì un modo di essere della persona, l’atteggiamento di chi è così convinto dell’amore di Dio e della sua potenza, che non ha paura di affrontare il male con le sole armi dell’amore e della verità. L’amore del nemico costituisce il nucleo della rivoluzione cristiana"… Ecco la novità del Vangelo, che cambia il mondo senza far rumore. Ecco l’eroismo dei "piccoli", che credono nell’amore di Dio e lo diffondono anche a costo della vita.
Sono tutti concetti indicati da Lanza del Vasto nella sua opera fondamentale (I quattro flagelli, SEI, Torino, 1996), scritta quasi cinquant’anni prima, nel 1959. Il Papa non poteva esprimere meglio la non violenza personale.
Recentemente il tema è stato ripreso con forza da un convegno promosso da Pax Christi Internazionale e dal Pontificio Consiglio Giustizia e pace, “Nonviolence and Just Peace”, tenutosi a Roma nell’aprile 2016: “Come cristiani impegnati per un mondo più giusto e pacifico siamo chiamati a prendere una posizione chiara a favore di una nonviolenza creativa e attiva e contro tutte le forme di violenza… È giunto il momento per la nostra Chiesa di essere una testimonianza vivente e di investire risorse umane e finanziarie molto maggiori nella promozione di una spiritualità e di una pratica della nonviolenza attiva e nella formazione e addestramento delle nostre comunità cattoliche a pratiche nonviolente efficaci. … Abbiamo bisogno di un nuovo quadro che sia coerente con la nonviolenza evangelica.… Noi proponiamo che la Chiesa cattolica sviluppi e prenda in considerazione il passaggio a un approccio di Pace giusta, basato sulla nonviolenza evangelica. … Ci rendiamo conto che la pace richiede giustizia e che la giustizia richiede di operare per la pace.”, Il convegno ha anche chiesto “ un’enciclica sulla nonviolenza e la Pace giusta…” e di “ promuovere pratiche e strategie nonviolente (ad esempio, resistenza non violenta, giustizia riparativa, risanamento del trauma, protezione civile non armata, trasformazione dei conflitti e strategie di costruzione della pace); di non utilizzare più o insegnare la teoria della guerra giusta; di continuare a sostenere l’abolizione della guerra e delle armi nucleari;… sostenere e difendere quegli attivisti nonviolenti il cui lavoro per la pace e la giustizia mette a rischio la loro vita”.
Il Papa ha risposto alla fine dell’agosto scorso annunciando il tema scelto per la prossima Giornata mondiale per la Pace: La non violenza: stile di una politica per la pace
Il tema è stato presentato così: “La violenza e la pace sono all’origine di due opposti modi di costruire la società…. La pace,… consente di realizzare un vero progresso….[per il quale] la non violenza potrà assumere un significato più ampio e nuovo: non solo aspirazione, afflato, rifiuto morale della violenza, delle barriere, degli impulsi distruttivi, ma anche metodo politico realistico, aperto alla speranza. Si tratta di un metodo politico fondato sul primato del diritto [che] può costituire una via realistica per superare i conflitti armati”.
Con questa giornata il Papa si è dichiarato. Finora molti lo tiravano per la giacchetta di qua e di là (Un moderato? Un improvvisatore? Teologo della Liberazione? Teologo del popolo?). Ora sappiamo che egli vuole esplorare una nuova via, quella della non violenza gandhiana, che lui ha conosciuto in Argentina dove era amico di Perez Esquivel, premio Nobel per la Pace, che ai suoi tempi era il responsabile degli Amici di Lanza del Vasto di quel Paese.
Con questa iniziativa il Papa chiama tutto il mondo cattolico a seguire una via relativamente nuova nel cattolicesimo. Ma ci sono state già stati cattolici che hanno vissuto eroicamente secondo non violenza: da Lanza del Vasto a Jean e Hildegard Goss, al Beato Franz Jagestaetter, Dorothy Day, Giorgio La Pira, Don Lorenzo Milani, Mons. Romero, Dom Helder Camara,… fino al rimpianto Mons. Antonio Bello, vescovo di Molfetta.
Ora il Papa dice di seguire l’esempio di questi profeti che hanno anticipato una nuova maniera di addirittura fare politica; cioè, cercare di costruire episodi di trasformazione sociale dal basso (e perciò senza l’integrismo di chi partecipa ad azioni pilotate dall’alto), quale l’episodio storico creato da Gandhi, il quale ha indirizzato il popolo indiano alla lotta per l’indipendenza dell’India dal massimo impero di tutti i tempi (e alla fine ha vinto).
Che cosa comporta la non violenza per un cristiano?
La stessa parola “non violenza” è gravida di novità. Essa non indica sicurezza psicologia sentimenti; non è una parola positiva, come quella tipica della appartenenza alla Chiesa del passato; “obbedienza” (ai dogmi e al magistero), e neanche come quella del Concilio, “agape”, che indica una appartenenza acquisita e senza conflitti.
La non violenza non è un comando (i comandi sono o affermativi: “Cammina!”, o negativi: “Non mangiare!”), ma è una doppia negazione ; che l’indicazione di un metodo per indirizzare il proprio agire senza violenza; quindi, riguardano le relazioni con gli altri, non le idee o gli atti da individuo separato.
Nel Vangelo Gesù è partito dal “Non uccidere” (altra doppia negazione, così come sono le successive “parole” del Decalogo) per invitare a “Non resistere al male [col male]”, per passare poi all’invito di “Reagite al male col bene” e quindi “Amate l’uomo che fa il male incoscientemente” e infine “Ama colui che [non è vero che] è tuo nemico”.
Ma, quando si riceve uno schiaffo, per agire non violentemente occorre avere padronanza di sé, conoscenza di sé ed empatia verso l’altro; tutte cose che si ottengono con una conversione alla vita interiore e con un esercizio assiduo su sé stessi (preghiera, meditazione, ecc.). Allora il lavoro su di sé diventa quello principale. Questa ricerca del proprio sé è la sapienza orientale che l’uomo occidentale, superattivista e lanciato in avventure mitiche, ha spesso dimenticato e che invece con la non violenza diventa fondamentale. È una nuova (ma anche vecchia, quella originaria) religiosità che è da ristabilire nella cattolicità.
Inoltre, la novità della non violenza è di prendere molto sul serio il “Non uccidere”, tanto da generalizzarlo ad un atteggiamento generale, verso la natura, verso tutti gli altri e in tutti i tempi. Quindi non accettare più la guerra giusta; ogni guerra non solo “è follia” ma “è peccato” (Papa Francesco, settembre 2015). Allora la risoluzione dei conflitti non è più un arginare dei mali quasi inevitabili, ma è la nuova attività di tutti, la quale vuole raggiunge con le soluzioni consensuali e cooperative il miglioramento personale e collettivo.
Tutto questo è rivoluzionario, comporta una riforma dell’etica. In passato essa, quando l’interesse del collettivo o della istituzione prevaleva. abituava la gente a compromessi che snaturavano ogni norma morale (ad es. l’uccidere in guerra). Con la non violenza invece l’etica vale non solo in tempo di pace ma anche in tempo di guerra; e non solo nelle trattative sindacali, ma anche nelle rivoluzioni (gran parte delle recenti rivoluzioni nel mondo sono state, per scelta dei popoli che le hanno fatte, non violente; e sono state le più efficaci, il doppio in percentuale, di quelle violente; vedasi il mio libro Ed. Nuova Cultura, Roma, 2010).
Le tre riforme suddette sono quelle che Gandhi ha compiuto nella sua religione; esse spiegano perché è riuscito a compiere dei miracoli storici.
Allora anche in politica non vale più la separazione tra etica e attività spregiudicata, finalizzata al potere personale o all’interesse del collettivo (“Meglio che muoia una persona sola piuttosto che ne soffra un popolo”) o della istituzione (La morale del Principe secondo Machiavelli). E’ una riforma della politica occidentale.
Ma per fare politica efficace occorrerà una analisi della situazione e della dinamica sociale. La dottrina sociale della chiesa non ha ancora raggiunto la completezza. D’altra parte la Teologia della Liberazione è stata solo una prima approssimazione, perché ha adottato una analisi sociale senza rielaborarla. Invece Lanza del Vasto, sempre nel libro citato, ha saputo analizzare come il male (violenza) cresca nella società: da quello del singolo (peccato originale) a quello comunitario, a quello sociale e a quello internazionale. Quattro sono i flagelli “fatti da mano d’uomo” che si abbattono sui popoli. La Teologia della Liberazione ha visto solo quelli della Miseria e della Servitù, creati dal Capitalismo. Ma ci sono anche quelli della Rivoluzione violenta e della Guerra. Inoltre oggi tutti i flagelli sono sostenuti dallo sviluppo sfrenato di Scienza e Tecnica occidentali, massime espressioni a livello intellettuale della tendenza allo sfruttamento (della natura, degli artifici, della gente) perché hanno il monopolio della Verità e il monopolio della innovazione della vita popolare.
Ma questo male enorme si può vincere. Le Beatitudini sono la Magna Charta della non violenza perché sono la garanzia, la cambiale firmata dallo Spirito Santo, che chi si oppone a queste violenze del mondo mediante la sofferenza (anche muta, ma ancor meglio con l’azione), vincerà. Gandhi ha dimostrato questa capacità in un caso di enorme difficoltà. Di fatto da due secoli è nato un ampio movimento per la giustizia (il solo tema della Teologia della Liberazione); e dal secolo scorso è nato un altro movimento, che vuole uno sviluppo alternativo a quello imposto dalle attuali Scienza e Tecnica e che progetta la vita sociale in villaggi-comunità. Qui ci sono due alternative dicotomiche. Le coppie di scelte su di esse vanno a fondare quattro modelli di sviluppo, il concetto fondamentale della politica nonviolenta, essenzialmente pluralista. Il modello della non violenza è quello verde-gandhiano.
Ora si attende che venga reso pubblico il messaggio che il Papa pronuncerà il 1° gennaio prossimo. Quanto di quanto indicato sopra il Papa vorrà indicare a tutti come meta da raggiungere rapidamente? Giustamente egli si atterrà ad un giudizio di opportunità, chiedendo quanto è adeguato al passo della cattolicità attuale. Ma quello che è sicuro è che il cammino collettivo verrà incominciato.
Con ciò si spanderà anche sulla Chiesa cattolica quella “ondata dello Spirito” che il famoso scrittore Romain Rolland (Prefazione di Jeune Inde, Stock, Partigi, 1924) ha visto in Gandhi.
Il resto dipenderà dalla capacità della cattolicità e della cristianità di fare la storia.