Un progetto per cancellare la guerra dalla mente dell’uomo
Nel 1964, due psicoanalisti italiani, Franco Fornari e Luigi (Gino) Pagliarani, di fronte al rischio di un conflitto nucleare, oggi come allora abbastanza concreto, svilupparono un programma di studio e azione a favore della pace. Collaborando con altri psicologi e accademici italiani e svizzeri, diedero vita ad una esperienza ampia, di studio, ricerca e al tempo stesso di impegno civile diretto a una interessante riconfigurazione disciplinare del ruolo della psicologia e di impegno degli psicologi per prevenire le guerre.

Questa esperienza è stata raccontata nel pamphlet “Si può organizzare la speranza? (L’esperimento del Gruppo Anti H)”, editato nell’ottobre 1968 a firma di Luigi Pagliarani e apparso nel volume di Franco Fornari “Dissacrazione della Guerra. Dal pacifismo alla scienza dei conflitti”, Milano, Feltrinelli 1969.
Prima di loro, la psicologia, e la psicoanalisi in particolare, si erano già interessate alle cause psicologiche della guerra (su questo tema, vedi D. Miscioscia, 2023, Semiosi affettiva e cultura di pace: studi psicoanalitici sui conflitti, in “Educazione sentimentale” Rivista di psicosocioanalisi, n. 38, Angeli, Milano). La guerra è un evento sociale molto frequente nel corso della storia umana. Essa coinvolge anche cittadini che perlopiù possiedono una buona regolazione emotiva e affettiva, i quali, tuttavia, trascinati da meccanismi paranoici inconsci, si scoprono improvvisamente capaci di compiere atti violenti orrendi. La guerra, dunque, esce dallo scenario dei normali rapporti umani per scivolare nella psicopatologia. Lo psicoanalista israeliano Mariano Horenstein, in un recente e interessante articolo (cfr www.spiweb.Hornstein Freud a Gaza), osservava che tali meccanismi paranoici portano a uscire “fuori dalla scena” cosciente della normalità mentale e a precipitare in una dimensione “o-scena”, non più umana.
Fornari e Pagliarani, tuttavia, non si accontentarono di studiare i meccanismi psicopatologici che stanno dietro alla guerra: essi avevano l’ambizione di portare la loro ricerca anche sul versante della definizione dei meccanismi mentali che possono rafforzare una cultura di pace. Partendo da queste ricerche, Fornari negli anni Ottanta fondò l’Istituto Minotauro per sviluppare gli studi sulla “democrazia affettiva”, vista come un modello ideale di relazioni interne tra le diverse parti del Sé che rappresenta il riferimento intrapsichico di una cultura di pace. Nello stesso periodo Gino Pagliarani fondò Ariele, Istituto di Psicosocioanalisi, per proseguire tale ricerca con i suoi allievi a livello istituzionale.
Gli studi sulla democrazia affettiva, in particolare, raccolsero l’interesse delle Nazioni Unite che proposero a Fornari di aprire un’Università della Pace a Milano. Tale progetto, partito nel 1985, s’interruppe purtroppo molto presto per la prematura scomparsa di Fornari nello stesso anno e per la mancanza di finanziamenti specifici.
Il Gruppo Polis, nato nel 2022, a Milano e formato da psicologi, psicosocioanalisti, psicoterapeuti delle Associazioni Ariele, Minotauro, Philo, cui si sono aggiunti altri professionisti e accademici, ha ripreso questi studi sulle condizioni attuali per lo sviluppo di una cultura di pace. Esso è partito dalla definizione di un proprio manifesto rivolto a promuovere competenze concrete per prevenire le guerre (https://drive.google.com/file/d/1rQaKg0XLV8Hsrmk_wWpzsQPphYNaJ1Qq/view?usp=sharing). Nelle sue premesse, tale manifesto recita: “la condizione di pace non è uno stato di tranquillità e assenza di conflitti: è invece l’esito di un impegno continuo di ascolto reciproco, di confronto tra persone che hanno idee diverse, di mediazione e di compromesso, di ibridazioni tra culture e interpretazioni diverse per approdare a una sana e generativa elaborazione dei conflitti. Così una cultura di pace diventa anche una teoria e una prassi del benessere psicologico e sociale: da una cultura della “coesistenza” a una cultura della “convivenza”. È fondamentale sviluppare “saperi concreti” per acquisire consapevolezze e procedure che permettano alle persone e ai gruppi sociali di vivere creativamente i conflitti, rimanendo in un ambito di confronto e di scambio fertile e rifiutando le “culture di morte”.
Il gruppo Polis, fin dall’inizio si è dato obiettivi di studio e ricerca, ma anche d’impegno concreto per promuovere il rafforzamento delle competenze mentali della pace. Dal 2023, il gruppo ha cercato di coinvolgere tutti gli psicologi italiani. Nel giugno del 2023 ha incontrato gli psicologi della regione Lombardia e nel 2024 quelli del Piemonte e della Liguria.
Il progetto di fondo del gruppo Polis si base sull’idea di coinvolgere le istituzioni chiedendo loro un impegno concreto per la formazione e lo sviluppo delle competenze mentali della pace per tutti i cittadini, ma in particolare per tutti coloro, militari, politici e personale delle ambasciate, che più concretamente è impegnato a sviluppare relazioni con gli altri Stati. Gli studi più recenti della psicologia e delle neuroscienze, infatti, mostrano che uno sviluppo ottimale delle competenze della pace porta al superamento dei meccanismi paranoici. Per questo nel giugno del 2024 il gruppo Polis ha fatto partire una lettera aperta rivolta inizialmente a tutti gli psicologi e poi, una volta riformulato, a tutta la popolazione: Dieci tesi per una strategia di prevenzione della guerra. Obiettivo di questa lettera è di raccogliere un ampio consenso tra gli operatori della salute mentale per poi aprire un dibattito tra tutta la popolazione e per richiedere al governo un impegno specifico su questi temi. Al punto uno di questa lettera, infatti, si ricorda che L’art. 11 della Costituzione italiana, oltre ad affermare che “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” fa riferimento all’impegno dell’Italia per sviluppare un “ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”;
Come ricordiamo nei passaggi più importanti di questa lettera: “La pace non è, come si crede, una condizione di tranquillità e di assenza di conflitti. Al contrario, la pace è accoglienza della complessità e dell’irrequietezza della condizione umana; è soprattutto gestione non violenta delle diversità culturali, ideologiche e delle differenze di personalità tra le persone.
Il conflitto, gestito bene, in senso evolutivo è l’anima di tutti i buoni rapporti interpersonali e di tutte le vere democrazie.
L’acquisizione delle competenze psicologiche della pace non è semplicemente un esercizio di educazione alle buone maniere o al controllo degli impulsi antisociali. Tale acquisizione rappresenta invece la parte più nobile dello sviluppo della civiltà, in particolare, per ciò che riguarda la crescita interiore di nuove competenze mentali ed emotive capaci, in un futuro prossimo ma non necessariamente lontano, di consentirci di abbandonare la guerra come una rovina del passato, da dimenticare.
Consapevolezza di sé, empatia, gentilezza, compassione, resilienza, capacità di mediazione, superamento delle tendenze paranoiche – in altri termini: le fondamenta psicologiche di una cultura di pace – sono abilità naturali che, una volta sviluppate adeguatamente, finiranno per cancellare i circuiti mentali umani disfunzionali, quelle reazioni primitive e violente che sono alla base del conflitto violento e delle guerre.
Secondo la nostra proposta, un’idea scientifica di pace non rappresenta certo una forma di resa alle ragioni del più forte: le ragioni di tutti i contendenti in un conflitto possono essere riconosciute e integrate in un processo di mediazione e di trasformazione. Le vere competenze psicologiche della pace implicano un’idea di relazioni sociali aperte, autentiche, inclusive e solidali. Lo sviluppo di tali competenze potrà cancellare definitivamente la falsa idea di pace basata sul controllo reciproco, sulla minaccia dissuasiva, sulla distanza psicologica.
Ci rendiamo conto che questo possa essere definito come obiettivo utopico. Ma, come ebbe a dire Adriano Olivetti, “Spesso il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità o coraggio di fare. Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia a lavorarci. E allora può diventare qualcosa di infinitamente più grande”.


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