“Eppure chissà,
là dove qualcuno resiste senza speranza, è forse là che inizia
la storia umana, come la chiamiamo, e la bellezza dell’uomo.” (Ghiannis Ritsos, Quarta dimensione)

Cari, care,
quante volte ci chiediamo, soprattutto in questo tempo di sconfitte e di sconforti, quanto e come possiamo resistere. Ottanta anni fa la lotta al nazifascismo risultò storicamente vittoriosa, per un insieme di cause e di motivi.

Essa, ricordiamolo, non si ridusse - né va ricondotta, come talora avviene ancora nelle Commemorazioni - all’attività strettamente partigiana, la quale fu solo una delle espressioni della ribellione alla violenza del Fascismo e del Nazismo. Essa nacque da una coscienza morale, personale e collettiva, che si assumeva la responsabilità del male in atto per porvi rimedio. Essa nasceva, in particolare, da uomini e donne che sognavano e lavoravano per un mondo nuovo dopo la tragedia delle due Guerre mondiali, strettamente connesse, che si ebbero in Europa nel Novecento. In una parola, si trattava allora - ma si tratta ancora oggi, poiché il male della violenza si ripresenta sempre, sotto antiche e nuove forme - di voler “rinascere”.
Così ha scritto, ripercorrendo la vicenda dell’eroe omerico Ulisse, un autore contemporaneo: “Per esistere bisogna imparare a resistere, che per me significa molto di più che resistere agli ostacoli, significa ri-esistere, imparare a nascere. (…) la resistenza è ri-esistenza: esistenza rinnovata, nuova uscita, ri-nascita” (Alessandro D’Avenia, Resisti, cuore. L’Odissea e l’arte di essere mortali, Mondadori, 2023, p. 15 e 93). E ancora: “Ulisse dice che resisterà perché ha nel petto un cuore capace di patire i dolori della vita. Ulisse è l’eroe del cuore resistente: l’uomo che sceglie la vita così com’è senza per questo rinunciare a farne un’opera nuova” (idem, p. 154).
Questa “ri-esistenza”, questa “opera nuova” da intraprendere, si specifica e si concretizza
secondo quanto segue, e ciò, credo, vale anche per noi, oggi:
“Ulisse deve letteralmente morire e rinascere (…). Ma quale forma deve gradualmente morire in Ulisse e quale progressivamente incarnarsi? Proprio la forma del guerriero, che aveva consentito all’uomo greco di diventare immortale perché ricordati da tutti, nella fama. Nella discesa gli inferi Ulisse infatti incontrerà Achille, che metterà in dubbio la propria scelta di immortalità. Intravediamo un uomo nuovo, iniziato e compiuto in Ulisse attraverso questa immersione nel labirinto del mare: muore il vecchio Ulisse e nasce uno nuovo, la cui identità si costruirà su basi diverse, non il riconoscimento militare ma quello relazionale. Un io in relazione ben diverso dall’io in guerra, l’uomo che torna a Itaca e non quello che assedia la città di Troia” (idem, p. 206).
Sono convinto anch’io che senza rinascita, senza, cioè, l’abbandono dell’identità guerresca
che tutti ci abita e la conversione alla nonviolenza, non potremo essere dei veri resistenti e svolgere la lotta, alla radice e nel profondo, al male che ci attraversa.
Diceva Piero Gobetti: “Nessun cambiamento può avvenire se non parte dal basso, se non nasce nelle coscienze come autonoma e creatrice volontà di rinnovarsi e rinnovare”.
Buona Festa!

Maurizio Mazzetto

“Davvero sappiamo vivere solo dopo la sconfitta, / le amicizie si fanno più profonde, / l’amore solleva attento il capo. / Perfino le cose diventano pure. / I rondoni danzano nell’aria, / a loro agio nell’abisso. / Tremano le foglie dei pioppi, / solo il vento è immoto. / Le sagome cupe dei nemici si stagliano / sullo sfondo chiaro della speranza. Cresce / il coraggio. Loro, diciamo parlando di loro, noi, di noi, / tu, di me. Il tè amaro ha il sapore / di profezie bibliche. Purché / non ci sorprenda la vittoria”.
Adam Zagajewski, La sconfitta

 


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