In due spazi suggestivi e di grande raccoglimento si è svolto il convegno dal titolo “Quel che muore, quel che nasce”, il 12 e il 13 luglio, esattamente nel decimo anniversario della morte di Arturo Paoli, nato a Lucca nel 1912 e morto il 12 luglio del 2015 nella stessa città, dopo aver attraversato più di un continente, soprattutto quello sudamericano.

La prima testimonianza che apre il convegno, nella sala della Casa diocesana di Arliano gremita a tal punto che alcuni partecipanti rimangono nel corridoio, è quella di fratel Benedetto, dell’Eremo di Calomini. Benedetto è un frate cistercense che ha incontrato Arturo Paoli nei suoi numerosi libri e nelle testimonianze di chi lo ha conosciuto. Inizia il suo intervento dicendo che il fatto di non averlo incontrato gli permette di avere un distacco “di cui spesso c’è bisogno per essere oggettivi”. Benedetto dice di aver letto Camminando s’apre cammino di Arturo Paoli, ma anche altri suoi libri, “non tutti perché ne ha scritti circa cinquanta”, dice sorridendo per giustificarsi e per sottolineare la prolificità di fratel Arturo.

“Esulteranno le ossa che hai spezzato, è il salmo 50 ed è l’epitaffio che Arturo ha voluto che fosse scritto sulla sua tomba. Ciò esprime una gioia di bambino da parte di Arturo, la gioia essenziale insita nella meraviglia si essere, percepita da uno spirito contemplativo come era il suo”, spiega il frate cistercense, e continua: “Una gioia pasquale, ma una gioia che passa dalla prova, non una gioia spensierata, facile, a buon mercato, una gioia drammatica che si nutre della gratuità”. Parole che annunciano il prosieguo del convegno che, iniziato nel pomeriggio del sabato, dopo la testimonianza di fratel Tommaso Bogliacino, piccolo fratello del Vangelo e quella di Tommaso Centoni che ha raccontato la sua frequentazione di San Martino in Vignale dal 2009 al 2015, si sposta nello scenario del centro di Lucca, al Palazzo delle Esposizioni in piazza San Martino. Il filo conduttore sono forse le parole di Artuto riportate da fratel Benedetto nel suo intervento: “Questa società non mi piace, la voglio cambiare, il mio metodo di cambiamento non è politico ma profetico”. Dove per profezia, sempre riprendendo il discorso di Benedetto, si intende un atteggiamento contestativo, una profezia non solo denunciante ma anche creativa, “come un canto”.

Le canzoni arriveranno in due intermezzi, nella chiusura prima di cena del 12 nella mattina del 13, le canta chi scrive: “Camminando s’apre cammino” (che dà al titolo all’album in cui sono registrate) e “Grazie nudità”, entrambe citano Arturo Paoli in una strofa. Il discorso “profetico” di Arturo Paoli viene sviluppato negli interventi della mattina e del pomeriggio nella sala a forma di anfiteatro del Palazzo delle Esposizioni. Silvia Pettiti, nella mattina della domenica, spiega alcuni passaggi cruciali del percorso “doloroso e che ha aperto nuovi orizzonti ad Arturo Paoli”. Nel 1954 Arturo Paoli era presidente della GIAC (Gioventù Italiana Azione Cattolica) e viene allontanato da quell’incarico per un articolo che aveva pubblicato il 2 gennaio di quell’anno sul giornale “L’Europeo”, intitolato “Questi cattolici vogliono cieli nuovi e terra nuova”. Le gerarchie giudicarono inadatte certe posizioni di Arturo, anche o soprattutto le aperture “ai lontani”. Nel 1959 un ulteriore allontanamento determina la sua partenza per l’Argentina: si imbarca in una nave con gli emigranti italiani con l’incarico di cappellano di bordo. Durante il viaggio incontra Juan Xafores, un piccolo fratello di Gesù, nel giro di poco sceglie di diventare anche lui piccolo fratello, secondo l’ispirazione del “fratello universale” Charles De Foucald. Arturo, negli anni, chiederà più volte di tornare a Lucca e in generale in Italia, mantenendo contatti epistolari con mons. Montini (successivamente Paolo VI), con don Primo Mazzolari, con Mario Rossi, allora presidente dell’Azione Cattolica. Soffrirà molto per questa lontananza e per la perdita della possibilità di tornare a curare la formazione dei giovani cattolici italiani. Negli interventi della domenica, Mariangela Maraviglia, Bruna Bocchini e Lorenzo Maffei, inquadrano la figura di Arturo Paoli nel contesto dei protagonisti del cattolicesimo post conciliare in Italia (Maraviglia) e in particolare nei rapporti con la Chiesa italiana (Bocchini) e con i vescovi di Lucca (Maffei). La Maraviglia, curatrice, tra l’altro, di una biografia di padre David Maria Turoldo, racconta che padre Turoldo descriveva Arturo Paoli come una caravella partita per il Sud America che “ogni tanto torna in Italia per rievangelizzare un Occidente stanco e sfibrato”. Si riferisce alle numerose conferenze e testimonianze di fratel Arturo in Italia nel corso dei decenni fino al 2006, quando ritorna definitivamente e il vescovo di Lucca gli affida una Casa a San martino Vignale che diventa una casa sempre aperta e di cui ha raccontato Tommaso Centoni nel suo intervento del sabato pomeriggio. A tal proposito Agnese Mascetti, di Oreundici, racconta dell’incontro di don Mario De Maio con Arturo Paoli avvenuto in Argentina dove don Mario era andato espressamente per incontrare Arturo. Da lì un’amicizia che alimenta l’esperienza di Oreundici, oggi rivista cartacea di cui Silvia Pettiti è curatrice. Ma è anche una piccola comunità sulle orme di Arturo Paoli dove abitano Agnese, Lidia e Fransiska, tutte e tre presenti al convegno di Lucca. C’era anche don Mario fino alla sua morte sopraggiunta a novembre dell’anno scorso. Agnese racconta di quando Arturo Paoli arrivava in Italia ed era ospite a casa loro e ogni tanto indossava indumenti di don Mario perché viaggiava come un vero viandante francescano, cioè “con un solo cambio”. Gli interventi del pomeriggio sono stati introdotti dal saluto dell’arcivescovo di Lucca mons. Paolo Giulietti, che poi ha celebrato la messa conclusiva, per chi è potuto rimanere. Nel pomeriggio della domenica ci sono state le testimonianze in video conferenza di Silvana Forti, figlia di Nelly Sousa, amica di Arturo Paoli e desaparecida durante la dittatura militare in Argentina e di altri testimoni dal Sud America.

Forse, anche per queste amicizie, Arturo è stato minacciato pubblicamente e poi costretto a lasciare l’Argentina negli anni della dittatura militare. È in quel periodo, precisamente nel 1978, come è stato raccontato in uno degli interventi, che Arturo chiede di poter tornare a Lucca per un anno sabbatico, “in una parrocchietta dove poter vivere con lo spirito di Charles de Foucauld”, ma nessuna risposta gli arriva dall’Italia. D’altronde, come ha testimoniato fratel Benedetto, ci sono ancora oggi preti ai quali viene sconsigliato di leggere i libri di Arturo. Infatti, basta prendere in mano il libro Prendete e mangiate (edizioni La Meridiana, 2005), e leggere una frase del libro riportata in copertina, per capire l’attualità e la vivacità di fratel Arturo, quando scrive: “L’Eucarestia non deve consolare ma trasformare la storia umana con una dinamica di amore e liberazione. E, invece, è stata congelata in un rito da ripetere per devozione”. Per quanto riguarda il termine “liberazione”, bisogna dire che ricorre spesso nei discorsi e anche nei titoli dei libri di Arturo Paoli. Camminando s’apre cammino recentemente è stato ristampato con il titolo Liberare la relazione umana. Ovviamente si è parlato anche di Arturo Paoli come teologo della liberazione. Qualcuno dei relatori ha fatto notare che uno dei vescovi amici di Arturo lo ha “scagionato” dicendo che la sua era una filosofia non marxista ma profetica. Di fatto, al di là delle ideologie, sia nel libro Svegliate Dio! che in Camminando s’apre cammino, Arturo rimanda all’importanza delle lettere e alle testimonianze di detenuti politici nelle carceri del Sud America nel periodo delle dittature militari e le cita come espressioni di “gioia che nasce dalla lotta e dalla sofferenza”. Interessante, a tal proposito, la presenza di Armando e Matteo della Casa del popolo di Lucca, che hanno portato la loro testimonianza per quanto riguarda le attività di aiuto concreto alle fasce della popolazione più deboli del territorio. Testimonianza riportata nella serata del dopo cena del sabato, prevista dal programma per raccontare le esperienze di varie realtà di Lucca che potrebbero o che fanno già “rete in cammino”.

Un esponente della Caritas di Lucca, per esempio, ha citato l’esperienza del LOL, Laboratorio Orchestrale Lucchese, che si propone di insegnare ai ragazzi a suonare uno strumento musicale in modo non accademico, cioè “praticando” prima e a prescindere dalla teoria e dal solfeggio. Molti gli interventi dal pubblico. Da segnalare quello di Massimiliano Filippelli di Lucca, amico di Arturo che ha dedicato alla sua figura una sua tesi di laurea in teologia. Massimiliano ha fatto notare, a proposito del distinguo che vorrebbe Arturo Paoli “non marxista”, che al di là di un discorso ideologico, in un’intervista con Francesco Comina, Arturo aveva riconosciuto che “quello che ha mosso Che Guevara alla lotta in Bolivia era certamente l’esigenza di difendere i contadini, i poveri”. Come tutte le figure di grande respiro, ovviamente, Arturo Paoli sfugge ai tentativi di incasellarlo e, come spesso avviene per le celebrazioni come questa per il decimo anniversario della sua morte, bisogna stare attenti al rischio di mitizzare e di perdere di vista elementi di approfondimento e di contestualizzazione, che sono stati forniti in abbondanza durante i due giorni, così come erano disponibili molti libri di Arturo e su Arturo, la cui vendita, come è stato ripetuto durante i due giorni, andrà a sostenere un progetto di sostegno a una realtà della Palestina, nello spirito della Rete Radié Resch, esperienza fondata da Ettore Masina e Paul Gautier, piccolo fratello “carpentiere” che viveva a Nazareth negli anni ’60. Arturo era molto vicino alla Rete Radié Resch, di questo e di altri amici di Arturo ha parlato Mariangela Maraviglia, quindi di Adriana Zarri che, come Arturo, scriveva sulla rivista Rocca, quindicinale della Pro Civitate Cristiana di Assisi (altre figure citate da Mariangela Maravaglia sono padre Giovanni Vannucci e . Forse è anche da ascoltare l’impressione di Giuseppe, di Brescia ma abitante da molti anni a Lucca e frequentatore dell’Eremo di Calomini. “C’è da stare attenti al fatto che molti che partecipano a questi incontri ammirano sì figure come Arturo Paoli, però tendono a tenerlo lontano perché la sua potenza di interrogare le nostre coscienze è scomoda”. La chiusura del convegno è stata affidata a don Severino Diarich, teologo, il quale ha ricordato il contesto in cui è cresciuto e ha operato Arturo Paoli, cioè il passaggio dal Concilio Vaticano I in cui si proponeva di “credere a ciò che Dio ci rivela” al Concilio Vaticano II durante il quale si affermava che “Dio ci parla come amico”. Essere amici di Dio come ha saputo farlo Arturo Paoli comporta, forse, essere portatori di profezia e, quindi, portatori di sogni e di vento che spazza via certezze acquisite e consolidate ma anche ristagnanti, il prezzo da pagare è alto, ma, come recita il titolo del libro di Silvia Pettiti, scritto insieme ad Arturo: Ne valeva la pena. Nella retrocopertina del libro è riportato un aneddoto di Arturo che poi troviamo, forse espresso in modo più ampio, anche nella copertina di Qui la meta è partire, scritto con Francesco Comina: «Il mio professore di filosofia un giorno, guardandomi negli occhi, mi disse: “Tu sei questo uomo cosmico”. Solo dopo compresi il senso. Ecco perché io non mi sento spiritualmente vecchio. Sento che la storia e l’umanità palpitano ancora dentro di me».

Una storia e un’umanità che si sono concentrati sulle donne, sui giovani e sui poveri, come ha raccontato Federico Teani nel suo intervento della domenica pomeriggio, “sempre in ascolto del soffio dello Spirito che libera”. All’inizio e alla fine del convegno ci sono stati i saluti di Andrea Palestini, presidente della Fondazione Banca del Monte di Lucca che ha coorganizzato il convegno insieme alla Fondazione Arturo Paoli. Presente tra il pubblico Aldo Zanchetta, nonostante la sua età, amico di Arturo Paoli e storico animatore di incontri internazionali tra cui il primo incontro di amici di Ivan Illich a Lucca, nel 2006, poco dopo la morte di Illich. Fino a un po’ di anni fa Aldo ha gestito la libreria Karma di Zanchetta nel centro di Lucca.

 


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