Alla fine di agosto del 2022 abbiamo partecipato al Pellegrinaggio di Giustizia, organizzato dalla Campagna Ponti e non Muri di Pax Christi.
È stato un viaggio, che ci ha lasciato una traccia profonda: vedere, toccare, ascoltare, come il popolo palestinese patisca, subisca da settant’anni una condizione di sopraffazione così ingiusta, ha cambiato il nostro modo di pensare a quel pezzo di terra così straziato dalla sofferenza.
Siamo stati ospitati alcuni giorni da una organizzazione religiosa di Gerusalemme e ci hanno accompagnato ai villaggi beduini Jahalin ad est di Gerusalemme, nel deserto, dove ci hanno accolto con sorrisi e premure, pur nella loro semplicità e povertà.
Tra i tanti incontri di quella settimana, l’esperienza nei villaggi beduini è stata forse la più dura e toccante.
Il capo villaggio, uomo di grande dignità, ci ha raccontato la loro storia e le condizioni in cui vivono.
I beduini, popolo di allevatori, provengono dal deserto del Neghev, e dal 1948 sono stati obbligatoriamente spostati, deportati, nel deserto in cui vivono ora.
Con gli accordi di Oslo quella parte di Cisgiordania è diventata zona C, soggetta a totale controllo israeliano.
Da anni i villaggi beduini subiscono l’oppressione, e le continue provocazioni nel tentativo di espellerli, ma loro costretti a non reagire, dicono “non sappiamo dove altro andare”.
Le loro case, semplici costruzioni in lamiera, sono circondate da colonie israeliane che hanno deviato, a loro favore, le fonti di acqua. Le comunità dei beduini non possono costruire sul terreno dove vivono; non hanno elettricità, pertanto usano piccoli pannelli solari; non hanno acqua potabile, e sono continuamente attaccati da coloni che rubano e uccidono gli animali, distruggono di frequente case con i bulldozer, scuole, strade. Le aggressioni e le minacce vengono effettuate anche dagli stessi soldati. L’ultimo grave episodio si è verificato il 4 novembre quando alle 5.30 del mattino sei autobus con a bordo tra i trecento e i quattrocento soldati sono entrati in uno dei villaggi, e casa per casa hanno perquisito, prelevato denaro, gettato tutto il cibo per terra ed hanno impedito alle persone di fare qualsiasi azione per quattro ore.
Gli uomini dei villaggi, per mantenere la famiglia, dovevano lavorare nelle colonie israeliane, ma dal 7 ottobre anche questa possibilità di sopravvivenza non c’è più.
Queste religiose sono da anni attive nel sostegno di più di dieci villaggi beduini: hanno costruito asili, piantato ulivi, bouganville, e alberi di limoni, organizzano corsi di lingua ebraica e di cucito e poco più di un anno fa hanno coinvolto le donne beduine in corsi di ricamo palestinese, così da poter sostenere economicamente le proprie famiglie.
Questa iniziativa ci è sembrata l’occasione concreta di aiutare queste persone che devono mangiare, mandare i bambini a scuola, comprare l’acqua….
Da lì è nata l’idea di far partire il progetto Fili di Pace.
Le donne beduine, ricamano, cuciono, e noi qui in Italia realizziamo occasioni di mercatini di beneficenza per raccogliere offerte da inviare poi a loro. Il ricamo palestinese, Tatreez, è stato riconosciuto nel 2021 come patrimonio Culturale Immateriale dell'Umanità dall’Unesco.
Mantenere viva quest’arte significa preservare una parte fondamentale dell’identità e della cultura palestinese, in un momento in cui le radici culturali rischiano di essere cancellate. Il Tatreez offre un modo per conservare ciò che sta per essere cancellato e preserva le storie della terra, storie che non possono essere distrutte da bulldozer o da confini.
Il progetto si sta ampliando, le donne vedono che con il loro lavoro hanno delle entrate economiche, poche, ma necessarie, e sempre più donne chiedono di imparare a ricamare.
Il lavoro di ricamo per le donne è anche ritrovarsi, sentirsi vicine, condividere le preoccupazioni e l’aiuto reciproco. Spesso con loro ci sono i bambini, e lo stare insieme a ricamare è un accrescere la loro forza di resistere e di sperare. La loro è una concreta forma di comunità: spesso riceviamo video in cui ridono, chiacchierano, ricamano e sperano insieme, e le immagini ci richiamano alla vita di tutti i giorni, fatta di preoccupazioni, ma anche di vicinanza.
Noi in Italia abbiamo creato una rete, Fili di pace, e ci organizziamo per lo scambio di materiali, per informarci dei mercatini, per essere il più possibile di aiuto alle donne beduine e alle loro famiglie.
La maggiore difficoltà nella realizzazione di questo progetto è far arrivare i ricami qui in Italia perché la normale spedizione di prodotti palestinesi è molto complicata. E così pellegrini-amici, religiose e religiosi, sono diventati Weavers (tessitori) di fili pace.
Questo piccolo progetto sta crescendo: ora siamo in 34 aderenti in giro per l’Italia e alcune di noi sono andate e andranno nei prossimi mesi nei villaggi per altri progetti: è già partito il progetto dei saponi con l’olio dei loro ulivi, ora si imparerà a fare le candele…
Diciamo spesso che questo progetto, che questa vicinanza, serve più a noi che a loro: in questo modo ci sentiamo un po' utili, e si attenua la terribile sensazione di impotenza di fronte al male che subisce questo popolo da anni.
Le parole di una delle religiose descrivono meglio di qualsiasi nostro racconto l’anima del progetto:
“Nel cuore arido della Cisgiordania, tra tende e colline di sabbia, un gruppo di donne beduine si incontra per la prima volta per imparare l’arte del ricamo palestinese. Tra loro c’è Jamila, agile e con un sorriso accogliente, che da mesi ripeteva: «Venite, vi prego».
Oggi finalmente ci ritroviamo con le donne che lei ha convocato. Sono molte, e ce ne sono ancora altre, dice Jamila, soddisfatta. «Perché ci avete chiamate?» chiediamo. Una ad una rispondono: «Vogliamo imparare, vogliamo che veniate a trovarci, vogliamo migliorare ciò che già sappiamo».
Fatima, seduta accanto a me, aiuta a tagliare la stoffa; Lulu e Nujud fanno lo stesso dall’altro lato. Il loro villaggio, stretto tra due grandi insediamenti, vive sotto la costante minaccia dello sfratto, mettendo a rischio la loro presenza sulla terra che amano. Il futuro è incerto; una tensione costante. Eppure, in mezzo al paesaggio arido, le donne si siedono in cerchio, desiderose di imparare.
Abbiamo consegnato loro un pezzo di stoffa, filo, ago e una piccola borsa. È un gesto semplice, ma pieno di significato: per alcune è il loro primo ago, il loro primo gomitolo di filo. Non ne abbiamo per di più. Sogniamo che quel filo si moltiplichi —grazie alla vostra solidarietà— fino a diventare un kit completo, uno strumento degno della loro arte e del loro futuro.
Jamila, instancabile, si avvicina a una donna che non ha mai ricamato: «Inizia qui, conta i punti». Le altre osservano, imparano, sorridono. Con ogni punto, le stoffe si riempiono di colore e speranza. Jamila guida con pazienza, una giovane crea il gruppo WhatsApp del progetto. Già la sera stessa arrivano le prime foto: fiori colorati, sorrisi luminosi.
Questo laboratorio fa parte di “Fili di Pace”, un’iniziativa che unisce otto villaggi del deserto, dove donne di ogni età riscoprono la forza creativa della tradizione e costruiscono comunità e speranza.
Perché la pace —come il ricamo— si tesse lentamente: punto dopo punto, con amore, pazienza e fede”.