Ancora oggi, con le guerre disseminate per il mondo, ci rendiamo conto di quanto la cultura della nonviolenza debba farsi strada; di quanto sia urgente un’inversione di marcia rispetto alla direzione intrapresa dai potenti della Storia, dai signori della guerra.

Eppure Gesù, che non era signore di questo mondo, “non era uno scemo”: aveva tracciato la strada e battuto i sentieri della nonviolenza. Dopo di lui sono venuti tanti altri operatori di pace, tante testimonianze di vite che coraggiosamente hanno praticato questo cammino attingendo dal pozzo della loro anima. Queste testimonianze sono state raccolte nel volume di Giuseppe Morotti intitolato appunto “Gesù non era uno scemo. La nonviolenza, una scelta inderogabile” (La Parola, 2023)”, riprendendo una definizione di don Tonino Bello.
Nella sua lunga esperienza, Giuseppe Morotti, le macerie prodotte dalle guerre, i sentieri sbagliati della violenza e dell’oppressione li ha conosciuti bene, li ha visti con i suoi occhi, soprattutto nelle comunità cristiane in Iran ai tempi di Khomeini.
Come Gesù, i maestri della nonviolenza, da Gandhi a Capitini, passando per don Milani e Danilo Dolci, dai cristiani della Rosa Bianca agli insegnamenti dei sufi e degli indiani del Nord America, fino a Lev Tolstoj che aveva fondato la sua esistenza sulla pratica delle Beatitudini evangeliche, ci hanno istruito su una vera pratica della Pace. Essa non è, ribadisce l’autore, passività: richiede impegno, generosità del cuore, digiuno delle parole e gesti misurati.
Gesù, il battistrada,
nella situazione di oppressione del proprio popolo sotto l’impero romano, sentì anche personalmente la tentazione della violenza, ma escogitò segni e azioni tipiche della lotta non violenta, confermate poi in modo mirabile dal modo con cui spirò sulla croce dopo aver pronunciato parole di perdono (p. 25).
Questi testimoni
Ci fanno capire che quello della nonviolenza è un cammino che comporta, oltre a delle scelte coraggiose e radicali per quanto riguarda il nostro stile di vita, anche una profonda conversione interiore. Dai Vangeli ci rendiamo conto di come la vita di Gesù non si sia fondata su affermazioni dottrinali o su enunciazioni morali, e tanto meno su formule rituali, ma su una relazione profonda, intima, continua e appassionata con Dio, che Egli chiamava Abbà (p.175).

È dall’esempio di questi disarmati, capaci di attingere al silenzio della preghiera, che possiamo trovare l’ispirazione per la nostra operosità.


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