Scoprii David Maria Turoldo tanti anni fa quasi per caso. Studente universitario entrai in una piccola libreria e notai due grossi volumi delle sue omelie dei suoi ultimi anni di vita, quando il male lo aveva già aggredito. Da allora l’ho sempre letto. Il tema della pace era ricorrente nei suoi discorsi. E del resto, lui stesso, impegnato come partigiano nella lotta “dell’umano contro il disumano”, aveva sperimentato in prima persona la dramma della guerra mondiale.
Il volumetto “Cercate la pace” (di Luigi Giaro), pubblicato da Castelvecchi (nel 2023), ci consegna una delle cifre essenziali del suo magistero e della sua spiritualità. Le sue parole sono curate, dirette, genuine e a tratti dirompenti. Sono parole di chi vuole scuotere le coscienze. I suoi scritti sono dei tuoni nel deserto delle armi, sono saette nella rarefazione delle relazioni. Da buon profeta del nostro tempo, come pochi altri, ha indicato i sentieri per cercare dei varchi di pace in un’epoca inquieta e turbolenta.
A distanza di molti anni le parole di padre Turoldo ci riecheggiano dentro e ci interrogano. Ancora oggi le terribili guerre alle porte dell’Europa, nelle martoriate terre ucraina e palestinese, non possono che portarci a riflettere su quale debba essere il ruolo del cristiano nell’alzarsi in piedi e farsi “costruttore di pace”.
Per questo gli scritti del poeta di Dio conservano il valore dell’attualità.
La pace, ci fa capire David Maria Turoldo, coincide con la struttura dell’esistenza cristiana e con il piano salvifico di Dio. È una parola potente ed esigente, la prima pronunciata dal Cristo risorto: “Pace a voi!”.
Promuovere una civiltà della non violenza, soprattutto presso le nuove generazioni, dovrebbe essere il primo dovere del cristiano. È quello che in fondo Turoldo fa con insistenza: parlare ai giovani, non stancarsi mai di interpellare il loro cuore: “Magari - dice - cominciasse con voi giovani questa nuova cultura della pace, come fosse una nuova aurora. Perché oggi la terra è una cosa sola, una nave sulla quale siamo tutti imbarcati e non possiamo permetterci che affondi, perché non ci sarà più un’altra arca di Noè a salvarci. Il mondo è uno, la terra è una; e tutti insieme ci salveremo o tutti insieme ci prenderemo”.
Da quell’evento che ha rivoluzionato il corso della storia, gli uomini non si sono ancora rappacificati. Si pensi soprattutto alle guerre in ogni angolo del pianeta non raccontate da nessuno. Ancora oggi il cuore del mondo grida Pace e il culto delle armi sembra non trovare argini. È come se la pace, aggiunge Turoldo, sia qualcosa che si vuole ottenere con l’imposizione della forza, incutendo timore negli altri, piuttosto che con la logica dell’amore.
Noi cristiani, invece, dovremmo trovare il coraggio di riappropriarci del compito che ci è stato assegnato dai ministri della nonviolenza. Il no alla guerra, a qualsiasi guerra, è alla radice del messaggio evangelico.
La pace in fondo non è semplicemente il contrario della guerra, è un modo di vivere, un modo di abitare la terra, un modo di essere umani nella convivialità delle differenze. “La pace - dice Turoldo - non è un fatto geografico ed esteriore; sono io che devo farmi uomo di pace. E per questo devo scindere le mie responsabilità e non appartenere a nessun paese, e non accettare nessun compromesso; e non sopportare alcuna violenza, dapprima nella mia casa e poi nel mio villaggio; e non sottomettermi ad alcuna legge che mi imponga qualsiasi violenza contro chicchessia; e impedire qualunque sistema di forze, perché la forza ha una sua logica inesorabile”.
Ecco, entrare nello stato di pace significa oltrepassare la soglia di tutte le storie esplorate finora, significa ripartire da una storia che ancora non esiste.