Qualifica Autore: Professoressa Emerita di Storia Economica - Università di Torino

Il neoliberismo è la dottrina economica cui si conformano oggi i governi dei Paesi occidentali. A differenza del liberismo classico, da cui deriva, il neoliberismo presta meno attenzione al libero scambio e alle presunte capacità equilibratici del mercato; chiede, invece, alla politica: privatizzazioni, deregulation dei mercati, riduzioni del welfare state, limitazione delle tasse sui grandi capitali e sui superprofitti e stabilità della moneta.

Alla fine della Seconda guerra mondiale, in Europa, le esigenze della ricostruzione e la gestione del Piano Marshall avevano reso indispensabile un massiccio intervento degli Stati nell’economia. Negli anni successivi, quelli dei miracoli economici, in Italia, come in altri Paesi europei, vennero avviate importanti politiche di welfare: assistenza sanitaria gratuita, miglioramento del sistema pensionistico, edilizia popolare. Molti governi assunsero anche la gestione dei settori di interesse pubblico come acqua ed elettricità. Questi interventi vennero realizzati grazie alla buona congiuntura economica, ma anche in seguito alle pressioni operaie e alla forza dei sindacati. Allora le fabbriche fordiste concentravano grandi masse di operai, che lavoravano fianco a fianco, condividevano bisogni e istanze e maturavano una forte solidarietà di classe. Le loro rivendicazioni venivano sostenute dai sindacati, che trattavano con la politica da un punto di forza dovuto alla capacità di organizzare grandi scioperi.
Dagli anni Settanta in poi, molte cose cambiarono: per razionalizzare la produzione, ma anche per scongiurare gli scioperi, le unità produttive vennero segmentate, i turni di lavoro resi flessibili, gli inquadramenti diversificati e, ove possibile, le attività furono esternalizzate. In seguito a questi cambiamenti e all’uso dei primi robot alle catene di montaggio, le concentrazioni di operai nel settore metalmeccanico vennero ridotte, molti operai persero in quell’occasione il posto di lavoro. La terziarizzazione dell’economia e la produzione flessibile indebolirono i sindacati, che videro ridursi il radicamento nel mondo operaio.
É allora che il neoliberismo iniziò a farsi strada. Già durante il conflitto, gli economisti di area liberale avevano avviato un dibattito interno volto a superare il liberismo tradizionale, legato al “laissez-faire”, che si era dimostrato inefficace. Questi dibattiti portarono alla proposta di un'economia liberista, fortemente competitiva, individualistica, votata all’arricchimento. Le discussioni rimasero però confinate tra gli economisti e il termine neoliberismo entrò nell’uso comune solo negli anni Ottanta.
I primi a dar vita al nuovo tipo di economia furono Margaret Thatcher e Ronald Reagan, che tuttavia si consideravano dei semplici liberali. Per ridurre l’inflazione presente in quegli anni, misero in discussione diritti che i lavoratori avevano conquistato negli anni precedenti, avviarono scelte di austerity e privatizzarono attività pubbliche.
Negli anni successivi, parallelamente alla diffusione del neoliberismo, procedette la mondializzazione dell’economia, la sua progressiva smaterializzazione e finanziarizzazione, la deregulation dei mercati, il capitalismo selvaggio, detto “turbo capitalismo” per la rapidità della sua crescita. Privilegiando l’arricchimento senza limiti, ponendo gli interessi materiali al di sopra dei valori morali, il neocapitalismo ha forgiato una sorta di ideologia della competizione e della disuguaglianza e da ordine economico è diventato un sistema pervasivo, una forma di vita in cui sulla giustizia prevale la forza della ricchezza, mettendo così in crisi la democrazia.
Intanto, la riduzione degli interventi di welfare ha peggiorato le condizioni di vita dei lavoratori e ha aumentato sensibilmente il numero dei poveri. Per contro, i grandi capitalisti, agevolati fiscalmente, hanno investito in settori redditizi in cui si sono verificate concentrazioni di capitale in forme monopolistiche, e questo anche in settori, come quello dei medicinali, che pesano sull’economia delle famiglie. Anche la privatizzazione di settori come acqua, luce ed elettricità ha provocato innalzamento dei prezzi e ulteriore impoverimento delle classi più deboli.
Capitali smisurati si sono concentrati nelle tecnologie più avanzate: piattaforme digitali, cibernetica, intelligenza artificiale, settori che mettono nelle mani di pochi privati il controllo delle persone, se non gli stessi destini dell’umanità. Gli esiti dello sviluppo di queste scienze sgomentano le popolazioni e non pochi studiosi. Alla fine, ne è derivata una società straniata, timorosa del futuro, della tecnologia, dello straniero, del diverso.
La polarizzazione estrema dei capitali ha ridotto le occasioni produttive alla classe media, che si è impoverita. Per la prima volta, i figli hanno meno opportunità di lavoro sicuro e di miglioramento delle condizioni di vita di quante ne avevano avute i genitori, ai cui risparmi devono spesso attingere se vogliono crearsi una famiglia.
Da anni ormai, il neoliberismo è oggetto di giudizi scientifici fortemente negativi. Secondo i suoi critici, è responsabile del disastro politico e sociale dei nostri anni. Puntando sull’arricchimento illimitato e sull’aumento del Pil, i governi occidentali hanno infranto leggi, trasgredito il rispetto dei diritti umani, anche di quelli fondamentali, hanno bandito la solidarietà arrivando, come in Italia, a punire le ong che salvano i migranti in mare, a trattare come un delinquente chi fugge da una guerra o dalla fame. L’egoismo e l’indifferenza al dolore altrui hanno consentito ai politici occidentali di assistere senza reagire, per ben due anni, alla quotidiana mattanza del popolo palestinese, pur di continuare a commerciare in armi e mantenere buoni rapporti economici con gli Stati Uniti, protettori di Israele, e con Israele stesso.
Negli anni del neoliberismo le guerre sono aumentate. Non è un controsenso perché l’industria degli armamenti è il settore industriale più sviluppato e più redditizio. Se poi si tiene conto anche dei settori ad essa collegati: materiali specialistici, tecnologie avanzate, ricerca e sviluppo, intelligenza artificiale, cibernetica, industria chimica, settore aeroportuale, ottica di precisione, ecc. il giro di affari è smisurato e la guerra lo sostiene.
Tra i produttori di armamenti, gli alti gradi dell’esercito e della marina militare, i ministri della difesa e le grandi banche la collusione di interessi (già denunciata da Eisenhower nel 1946) è costante e in crescita, e porta, in caso di tensioni internazionali, a far prevalere l’opzione bellica sui tentativi di conciliazione ad opera di organismi sovranazionali. Questi ultimi, non a caso, vengono screditati e le loro decisioni sono impunemente disattese. I morti non hanno importanza e la ricostruzione postbellica è un altro business, a volte più lucroso della guerra stessa.


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