Siamo arrivati a 72 morti ammazzati appesi alle sbarre, suicidati ai letti a castello, asfissiati dai tanti giudizi senza conoscerne le storie personali.
Anche l’anno scorso il carcere un mattatoio, l’anno prima una macelleria tutta nostrana e ancora, ancora. Un mero dato statistico, di numeri, cose, oggetti, mai di nomi, di storie, di esistenze sbagliate ma ognuna in procinto di rialzarsi, con tutto il diritto e il dovere di farcela, se non fosse per una precisa volontà politica affinchè ciò non accada. Forse il dato statistico è una metratura ampiamente superata, logorata, assuefatta dalle parole usate a casaccio per assolvere questo e quello, per autoassolversi in camera caritatis, dove nessuno vede e provvede, dove invece si rafforza il gioco delle tre carte, dei bicchieri vuoti capovolti, senza la fatica e l’urgenza di dovere profferire ulteriori parole di giustizia e legalità persino dentro una galera. Il dolore non è un peso da illustrare in qualche convegno, incontro ben organizzato, come a voler indicare una debolezza di cui vergognarsi. Il carcere, la colpa, la pena, non sono indicazioni per una sorta di terra di nessuno, a fronte di tanti e troppi morti ammazzati, sarebbe necessario prendere sul serio termini come indifferenza alla sopravvivenza imposta, perchè sebbene i salotti buoni rendano opache le responsabilità, si tratta senza dubbio alcuno di una ingiustificata pratica della sopraffazione. Il carcere non serve a nulla se genera morte e violenza, un carcere che procede a spot e meriti a strascico è un carcere che non fa sicurezza tanto meno conferma il dettato costituzionale della riparazione. C’è un’azione avvolgente di indici puntati, di tesorieri delle verità imposte, dove non è più sufficiente scontare la propria pena, la richiesta studiata a tavolino tra social e tastiere prive di logica umana, implica etichettare ognuno e ciascuno in modo ossessivo sulla base di pregiudizi, sul fare di tutta l’erba un fascio, una sorta di discriminazione che coinvolge le istituzioni. Così facendo non si risolvono i problemi endemici di una prigione, più semplicemente si rimuovono, acuendo la disperazione che ingenera comportamenti purtroppo violenti e suicidiari. Comprendere questo consente di riflettere adeguatamente sulle risposte, di leggere con attenzione il male che ingenera l’indifferenza tra errori compiuti e ripetuti. Il carcere non è un molok sperduto in qualche nebbia transilvana de noantri. Il carcere è società, e quell’accento apparentemente espropriato del suo valore non sta lì per caso.