C'è un rischio sottile che stiamo correndo: quello di trasformare la giustizia nell'ennesimo reality. Tra talk show urlati e post sui social, ci stanno spingendo a diventare un popolo di "tifosi" della colpevolezza o dell'innocenza, pronti a emettere sentenze con un like o un commento di pancia. Ma quando rendiamo la legge una materia da televoto, smettiamo di essere cittadini e diventiamo semplice pubblico. E la democrazia, quella vera, non ha nulla a che fare con gli ascolti o con il consenso immediato.
Oggi siamo tutti chiamati, adulti e giovanissimi, a esprimere il nostro parere relativamente alla riforma della giustizia proposta dal Governo in carica.
Si parla di CSM, di sezioni distaccate, di commi. Non sono esattamente la materia della gran parte degli elettori, meno che mai dei giovanissimi ragazzi, molti dei quali non hanno ancora completato il loro corso di studi o si sono appena affacciati al mondo del lavoro.
Da dove può partire allora la nostra riflessione per orientarci in questo voto? Forse c'è una domanda che dovremmo porci tutti quanti: che cosa è davvero per noi cittadini la giustizia?
Per certo, per me, non è un organigramma. È invece l’idea che se subisco un torto o se vengo accusato ingiustamente, troverò davanti a me un uomo o una donna che hanno una missione sola: la verità. Non il successo della propria fazione.
Chi propone questa riforma dice: "Separiamo il Giudice dal Pubblico Ministero perché sono troppo amici, prendono il caffè insieme". Ma io mi chiedo: il problema è il caffè o è la cultura che respirano? Se separiamo le carriere, rischiamo di creare un PM che non ha più come obiettivo soltanto la giustizia, ma la vittoria. Una sorta di "super-poliziotto", che deve portare risultati al suo ufficio. E noi cittadini, in tutto questo, che fine facciamo? Credo che corriamo il rischio di diventare una pratica da chiudere, nel migliore dei casi un trofeo da esibire.
Qui, a mio avviso, sta il punto politico e ideologico di questa riforma. Se separiamo il PM dal resto della magistratura, lo lasciamo solo. E un uomo solo è più facile da comandare. Separando le carriere, creiamo un varco che rappresenta una tentazione fortissima per il potere, quella di palesarsi e con tutti gli stivali sporchi.
Immaginate un domani in cui il Pubblico Ministero risponda, anche indirettamente, al Ministro di turno. Cosa ne sarà delle indagini sulla corruzione? Cosa ne sarà delle inchieste sui disastri ambientali che colpiscono le nostre terre, o sulle morti sul lavoro? La legge smetterà di essere uguale per tutti e diventerà "flessibile" per i potenti e "di ferro" per gli invisibili.
Molti dicono che il cittadino ha bisogno di un giudice che sia "terzo". È vero. È un diritto sacrosanto. Ma la terzietà è un fatto di cultura, non di muri. Noi sappiamo bene che la forza non sta nella separazione, ma nell'equilibrio. Un PM che ha respirato la stessa cultura del giudice è un PM che sa fermarsi quando le prove non tengono. È un magistrato che ha l'umiltà del dubbio. Se separiamo i percorsi, alimentiamo un'ideologia del conflitto. Vogliamo davvero una giustizia dove l'accusa è un esercito e la difesa un altro, e il giudice è solo un arbitro che conta i punti? La giustizia non è una partita di calcio. Sulla bilancia non ci sono palloni, ci sono vite, carriere, famiglie.
Qualcuno tra i proponenti della riforma ha sottolineato che rappresenta il primo passo verso la risoluzione della lentezza dei tempi della giustizia. Ma in che modo separare il concorso di un PM da quello di un giudice farà arrivare prima la sentenza per una truffa o per un caso di malasanità, onestamente lo ignoro. Un processo in Italia dura un’eternità non perché il PM e il giudice si prendono il caffè insieme, ma perché mancano cinquemila cancellieri, perché i tribunali sono ospitati in edifici fatiscenti, perché la digitalizzazione è un miraggio in troppe procure. E mentre i 'tecnici' discuteranno di competenze e di nuovi organi di autogoverno, i fascicoli continueranno a invecchiare negli armadi. Forse tra gli obiettivi c'è anche quello di cambiare l’architettura dei poteri per non dover finanziare i servizi ai cittadini.
E poi c'è il sorteggio per il CSM che mi sembra davvero umiliante. Pensateci: affidiamo al caso la scelta di chi deve governare la giustizia. È la resa della politica e della responsabilità. Votare No è un atto di resistenza intellettuale. È dire alla politica: "Abbiate il decoro di sedervi a un tavolo, di studiare, di prendervi la responsabilità di una legge organica che funzioni davvero". E invece ci viene detto "Non siamo in grado di scegliere i migliori, quindi tiriamo i dadi". Ma noi non vogliamo una giustizia "fortunata". Vogliamo una giustizia responsabile. Se io, semplice cittadina, penso che il gioco nell'organo supremo più importante della magistratura sia truccato, a tal punto che il sorteggio diventa l'unica garanzia per la tutela dei diritti, ho già perso la mia cittadinanza.
La democrazia non è solo andare a votare ogni cinque anni. La democrazia è la certezza che, se subisco un abuso dal potente di turno, ci sarà un magistrato indipendente che non deve chiedere il permesso a nessuno per indagare. Perché senza una magistratura unita, autonoma e forte, i diritti diventano favori. E il cittadino comune, quello che non ha santi in paradiso né avvocati da mille euro l'ora, sarà l'unico a pagare il conto.
Io credo davvero che questo referendum sia una sfida per l'anima del nostro Paese. Per questo non dobbiamo andare ai seggi per fare un favore a un leader o per farne un dispetto a un altro. Credo che sia necessario votare No per umiltà. L'umiltà di chi sa che la Costituzione è più intelligente della nostra rabbia del momento, perché è sempre meglio un dubbio che salva che una certezza che distrugge. Non lasciamoci convincere che separare sia modernizzare. La vera modernità è una giustizia che funziona, che rispetta la dignità dell'imputato e il dolore della vittima. Non lasciamo che questa riforma passi come un tecnicismo per addetti ai lavori. Ogni volta che si indebolisce l'indipendenza di un magistrato, si sta accorciando il guinzaglio della nostra libertà. La democrazia va curata, è fragile, va curata con la pazienza del dialogo, non con l'accetta delle riforme punitive. Siamo sempre lì: quanto crediamo nel dialogo e quanto nella punizione. Allora dobbiamo avere la consapevolezza che la separazione delle carriere non serve a far funzionare meglio i tribunali, serve a far funzionare meglio il potere. E noi abbiamo il dovere di dire che la giustizia è di tutti, non di chi vince le elezioni.
Questo è il punto dove la questione smette di essere un comma di legge e diventa carne viva. Se ci fermiamo ai dettagli tecnici, perdiamo di vista il panorama: e il panorama ci dice che la democrazia non è un monumento di marmo, ma una tenda piantata in un campo ventoso. Sta su perché i tiranti sono tesi in direzioni opposte, creando un equilibrio. Se ne tagli uno, la tenda viene giù. La democrazia non cade quasi mai per un colpo di stato improvviso. Cade per stanchezza. Cade perché i cittadini iniziano a considerare le istituzioni come un intralcio, la complessità come una perdita di tempo e la garanzia dei diritti come un privilegio concesso a chi non lo merita. La democrazia tiene se il giudice non deve guardare il colore della tessera elettorale di chi ha davanti, né deve temere il giudizio della piazza. Se trasformiamo il magistrato in un burocrate che segue l'umore del momento, abbiamo rotto l'unico argine che protegge il debole dal prepotente. Questa è la tenuta democratica: la certezza che ci sia un luogo dove la forza non ha ragione. Difendere l'etica civile significa restare a guardia della complessità. La democrazia è la cura dei dettagli. Ed è per amore di quei dettagli – della libertà del giudice, della tutela dell'indagato, della serietà del legislatore – che io scelgo di partecipare alla costruzione, lenta e faticosa, di un'Italia che sappia ancora distinguere tra una riforma e un regolamento di conti.
C’è una parola che abbiamo dimenticato, sepolta sotto le macerie del linguaggio televisivo: questa parola è Custodia. Essere cittadini non significa essere consumatori di diritti; significa essere custodi di un’eredità che non ci appartiene, ma che abbiamo ricevuto in prestito dai nostri figli. E la custodia richiede vigilanza.
Guardate come ci hanno presentato questi quesiti. Li hanno confezionati come se fossero un atto di liberazione. Ci chiedono di votare sulla giustizia stimolando i nostri istinti più bassi: la vendetta contro una casta, il desiderio di vedere qualcuno "pagare", la stanchezza per i tempi infiniti. È una manipolazione sottile: usano il nostro dolore legittimo per chiederci di segare il ramo su cui siamo seduti.
Molti diranno che il "No" è un voto conservatore, contro il cambiamento. Io credo , invece, che non ci sia nulla di più rivoluzionario, oggi, che conservare la propria integrità intellettuale. Non ci sia nulla di più coraggioso che difendere una regola anche quando è impopolare, perché quella regola è uno degli argini alla tenuta della democrazia. Restiamo in piedi. Restiamo vigili.
C’è un’immagine a cui penso. È l’immagine di una bilancia. Ma non quella d’oro, lucida, che vediamo nei tribunali. Penso a una bilancia vecchia, di quelle che usavano i nostri nonni, dove ogni peso doveva essere calibrato con cura estrema, perché un grammo in meno significava fame, e un grammo in più significava inganno. Oggi quella bilancia è nelle nostre mani. E il peso che ci chiedono di togliere non è zavorra: è il contrappeso della nostra civiltà.
Tra pochi giorni, nel segreto di quella cabina, saremo soli. Non ci saranno i leader che urlano, non ci saranno i sondaggi, non ci saranno i talk show. Ci saremo solo noi, la matita e la nostra coscienza. In quel momento, ricordiamoci che la democrazia non è un potere che si esercita ogni tanto; è una fibra morale che si rinforza ogni volta che scegliamo la strada difficile della verità rispetto a quella facile del consenso. Io voterò No per rispetto verso chi, in passato, ha pagato con la vita per darci leggi e non arbitrio. Voto No perché voglio poter guardare negli occhi un giovane di vent'anni e dirgli: "Ho protetto la tua libertà di domani dalla rabbia di oggi".
Andiamo a votare. Andiamoci con la severità di chi sa di compiere un atto sacro. E dite quel "No" con la fierezza di un popolo che non si lascia addomesticare dalla propaganda.
Restiamo uniti, restiamo vigili. Perché quando la bilancia della giustizia pende da una parte sola, a cadere sono sempre i diritti di chi non ha voce.