Da cinquant'anni inseguo rappresentazioni e studi dell'opera più bella tra le tragedie greche, l' “Antigone”, di Sofocle, del V secolo a. C.; comprese le sue riscritture, come quelle di Jean Anouilh e Bertold Brecht, o altre ancora.
Così, venerdì 20 febbraio, ho assistito, al Teatro Comunale di Vicenza, al lavoro “Antigone” della Compagnia PoEM, nata dal Teatro Stabile di Torino, con la regia di Gabriele Vacis.

Annoto alcuni pensieri rispetto a quest'opera, considerata tra le più vicine alla perfezione tra quelle prodotte dallo spirito umano, e, di certo, la tragedia di gran lunga più studiata e commentata.
1. Il primo elemento che desidero riprendere dal testo sofocleo è la questione della responsabilità dell'uomo di fronte al bene e al male. Con una bella coincidenza, qualcuno tra noi giovedì scorso, all' inizio del periodo particolare di “conversione” chiamato “Quaresima” (che quest'anno, tra l'altro, è venuto a coincidere con il “Ramadan” dei nostri fratelli musulmani), ascoltava le medesime parole della tragedia nel libro ebraico del Deuteronomio: “Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male” (30,15).
Sì, l'uomo può scegliere: questo è il suo 'dramma', ma anche la sua dignità. Tra la “maledizione” greca che si ripercuote e si ripete – secondo la legge del “fato”, ossia della necessità – si colloca la “scelta” del singolo, che può rendere timorosi ma anche responsabili del nostro destino. Infatti, “Molte potenze sono tremende, ma nessuna lo è più dell’uomo” (traduzione Massimo Cacciari) o “Molte sono al mondo le meraviglie ma nulla è più portentoso dell’uomo (traduzione Camillo Sbarbaro).
2. Nello spettacolo cui mi riferisco, il regista – che utilizza pure le “Fenicie” di Euripide –, a un certo punto, fa proclamare una supplica a tutte le madri, compresa Giocasta, madre di Antigone, affinché fermino la stoltezza dei figli che si uccidono mediante le guerre. Come non pensare a quelle madri, russe e ucraine, palestinesi e israeliane che, ai nostri giorni, si sono unite per rivolgere il medesimo appello ai loro figli? Se le donne, le madri in particolare, spingessero i giovani a non fare i soldati, a obiettare e a disertare, come potrebbero cambiare le sorti di molti popoli! Così fecero, ad esempio, le stesse levatrici Sifra e Pua di cui narra la Scrittura ebraica, quando il Faraone ordinò loro di uccidere i neonati appena partoriti dalle donne ebree (v. Es 1,15-21).
La disobbedienza - quella che praticò la stessa Antigone - è il primo principio della nonviolenza attiva. Alla ragion di Stato essa oppone la comune umanità. Quella che, ogni tanto, o spesso, bisogna ricordare agli abitanti della terra.
3. Antigone disobbedisce agli ordini del re per ubbidire agli “ordini degli dèi” e dare, così, sepoltura a Polinice, ucciso in battaglia dal comune fratello Eteocle. Ella non può non farlo: la coscienza morale, superiore alle leggi umane, glielo ordina. Così le fa dire José Bergamìn: “Vorrei che una mano, come lingua muta, mi strappasse dal petto il cuore. / Una mano d’ombra, che mi accarezzi il corpo, che ammutolisca la mia anima, / che mi strappi via la voce!” (“Il sangue di Antigone. Mistero in tre atti”, Alinea Editrice, 2003, p. 57). Non si può tacere. Come diceva don Milani. E bisogna dare degna sepoltura ai morti. Cos’ hanno fatto se non questo le donne di Gaza, per i loro figli e fratelli, con i sudari, nel genocidio ancora in corso? Come ha dolentemente e magistralmente scritto Paola Caridi (“Sudari. Elegia per Gaza”, Feltrinelli, 2025).
4. E, dunque: che cosa ci manca per compiere “ciò che è giusto”? La fede, il coraggio, l’azione? Non è vero ciò che, durante lo spettacolo, in un momento di attualizzazione, vien detto da Tiresia, ossia che i giovani ucraini non hanno avuto altra scelta che imbracciare il fucile. Sì, rimane sempre la domanda: c’è qualcosa per cui saremmo disposti a morire? Ma ad essa si può rispondere, senza fuggire, in diversi modi, non in un unico solo, come il potere vuole farci credere. “Tra uccidere e morire, c’è una terza via: vivere”, aveva scritto Christa Wolf (v. il suo “Cassandra”, 1983). Ricordate? Anche Ismene, la sorella di Antigone, pur volendo rimanerle vicino, non ha “il coraggio di violare le leggi degli uomini”: lo dice lei stessa, durante questo spettacolo. Ma così viola quella “degli dèi”. Ed anche noi lo facciamo, oggi, ogni volta che ubbidendo diventiamo complici della violenza. Solo “l’amore verso i nemici”, alla fin fine, può spezzare questa logica. Qualcuno ha osato insegnarlo duemila anni fa. Ma noi non lo abbiamo ancora imparato. E non vogliamo impararlo. “È comune a tutti gli uomini errare. Ma, dopo aver errato, non sarà stolto né infelice colui che vi rimedia e non resta irremovibile. L’ostinazione condanna alla stoltezza” (così Tiresia, nella trad. Cacciari, p. 28). “La pace nostra ostinazione”, insegnava - a proposito di ostinazione – don Primo Mazzolari. Sembra proprio che questa sia l’unica strada del futuro e, quindi, della vita. Pena il suicidio dell’umanità.
4. “Lottate! Non lasciatevi sottomettere. La libertà, prima che un diritto, è un dovere!” è stato proclamato agli spettatori, nell’orazione finale, venerdì sera. La libertà. La libertà, direi, di dissentire, di ribellarsi, di cercare e di percorrere un’alternativa a questo mondo rassegnato alla morte. All’autodistruzione. Così scriveva il docente di filosofia all’Università di Stoccolma Giuliano Pontara: “Quella stessa violenza che Creonte giustifica come necessaria al fine di ristabilire la pace, l’ordine e magari la libertà e la giustizia, non sarà che portatore di nuova e più vasta violenza”; come scriveva Anouilh, Antigone “deve dire di no, anche se ciò le costa la vita, nella speranza che ciò serva di esempio ad altri. (…). E infatti, quando alla fine anche la più pavida e prudente Ismene decide di continuare l’opera della sorella, Antigone, rivolgendosi a Creonte, grida: ‘Lo senti, Creonte? E chissà che ancor altri non vengano contagiati, udendomi?’” (“Antigone o Creonte. Etica e politica, violenza e nonviolenza”, Edizioni dell’asino, 2011, p. 42). Desidero concludere il mio contributo con alcuni versi del poeta palestinese Mahmoud Darwish: “…Ci vorrà una memoria perché dimentichiamo e perdoniamo / quando verrà la pace tra di noi / tra la gazzella e il lupo. / Ci vorrà una memoria perché alla fine / scegliamo Sofocle che spezzerà il cerchio / e ci vorrà una giumenta sui luoghi di quel nitrito…” (da “Nous choisirons Sophocle”). Sì, è necessario, imparando anche da Sofocle, spezzare il cerchio. Finalmente. E prima che sia troppo tardi.


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