20 anni (A los desaparecidos)
Ecco, qui ci sono i tuoi vestiti lavati puliti.
Ho stropicciato via le lacrime smacchiato i baci
stirate le pieghe
da tanto abbracciarli.
sono 20 anni che li sto lavando
20 anni.
Non sia mai che tu ritorni e creda che
tí ho dimenticato.
sono 20 anni che li sto lavando
20 anni.
Ecco, qui ci sono i tuoi vestiti lavati, stesi al sole.
continuo ad aspettarti.
A. Aragón
L’ennesimo decreto (in)sicurezza - il blocco navale - il conseguente ritiro della Guardia Costiera per i salvataggi – la denuncia contro “i magistrati che ci ostacolano contro i migranti” - la condanna delle ONG… sono alcune delle misure per “salvare” il popolo italiano… intanto l’uragano Harry cancella un migliaio di persone imbarcate nonostante onde alte 7-8 metri e il vento di un ciclone… almeno mille partite da Libia e Tunisia: il dato accertato… nessuna altra da qualche altro porto?
Spariti nel nulla… un nome, una traccia della loro presenza… niente, nessuno ha udito il loro grido, la loro disperazione… desaparecidos come le tante, tantissime migliaia precedenti.
Nulla… un problema in meno per chi ci governa…
Anni fa un ministro, in occasione di una delle prime stragi, dichiarò che in fondo sarebbe stato più giusto piangere per chi riusciva ad arrivare che per chi si perdeva prima!
Nulla è cambiato… Riace è stato attaccato come si fa con i delitti di mafia, a Cutro si indice un consiglio dei ministri che, a pochi metri dai corpi recuperati in mare, inasprisce le misure contro l’immigrazione, la confisca delle navi e i processi alle ONG e il loro coraggio di riprendere (per quanto tempo ancora?!?) la presenza con ostacoli sempre più difficili da superare, i pescatori che continuano a seguire la legge del mare e a salvare chi è in pericolo nonostante il rischio di cadere nelle maglie della (in)giustizia di leggi, decreti, regolamenti sfornati in questi anni…
Del resto non possiamo considerarle “vittime”, è loro la responsabilità di essersi imbarcati su una barca di fortuna, sapevano i rischi a cui andavano incontro… e con questo si cerca di nascondere le ragioni che le hanno spinte ad abbandonare una vita invivibile per cercare di costruirne una degna di questo nome per se stessi e le loro famiglie: il solito tentativo di trasformare la verità in un'opinione a piacimento di chi la esprime, affinché ognuno si costruisca la propria verità. Ma non sono soltanto i morti le vittime.
La maggior parte delle loro famiglie, condannate a un’attesa eterna, non avrà mai alcuna informazione sulla loro sorte e soffre il trauma di non poter elaborare il lutto per i propri cari scomparsi.
Rimarrà per sempre il dramma di non sapere: non è possibile confermare se siano ancora vivi o morti, forse non hanno la possibilità di farsi sentire per motivi diversi… ma anche le infinite domande: come sarà stata la sua morte? Di sete e di fame nel deserto, sparato a una qualche frontiera, per le ferite inferte dai terribili intrecci di un filo spinato, di freddo sotto un ponte, in un rifugio di fortuna o dove avrà tentato più volte di attraversare un confine, scomparso in uno dei tanti cosiddetti centri di accoglienza, in una prigione per aver rubato qualcosa da mangiare, stroncato da un lavoro sovrumano, picchiato e torturato nell’inferno libico, venduto come schiavo, perduto nel mare, magari vicino alla meta… non ci sarà mai una risposta!
Se continuiamo a non considerare vittime le persone che, lontano, attendono, non riconosciamo il loro diritto alla giustizia e alla verità. Anche questo è una forma di disprezzo per la loro vita, per la loro storia, per ciò che stanno vivendo.
Si continua - giustamente, per fortuna - a parlare di memoria per tragedie del passato, ma quelle del presente (a parte eccezioni più numerose di quanto si creda) non si ritengono degne di un qualche ricordo… e ci chiediamo in tanti: quanti sorrisi, quanto amore, quanta gioia, quanti sogni, quanto futuro, la vita di quante generazioni scompaiono ogni giorno nel mare? quanta intelligenza, scoperte, occasioni, valori, ricchezza per l’intera umanità abbiamo permesso che venissero cancellate?
Chi vive - e muore - dentro gli Auschwitz di oggi, carichi di ragione, di pianto, di paura, di sangue, di solitudine, di assenza ci rivolge, in silenzio, una domanda: come parlare di umanità, convivenza, fraternità, uguaglianza, pace se non siete capaci, se non volete chiudere definitivamente gli infiniti Auschwitz ancora aperti in ogni angolo di mondo dove sono gettati, in una morte quoti-diana, milioni di essere umani come noi, come voi?
Negli anni delle dittature latinoamericane si parlò molto, ci si indignò per le notizie riguardanti le desapariciones forzadas… certo non è la stessa cosa di ciò che avviene nel Mediterraneo, però molte domande rimangono aperte.
L'Italia ha esternalizzato i propri confini lasciando (e pagando) il lavoro sporco ad altri Paesi, ma questo non libera dalle responsabilità soprattutto per la mancanza di alcun tipo di controllo… lavarsi le mani per ciò che avviene dall’altra parte del mare e finanziare chi -si dice- controlla e assicura la sicurezza dei migranti ricorda molto da vicino la viltà di Pilato e i trenta denari offerti a Giuda.
Quello che succede alle persone scomparse nel Mediterraneo è un buco nero che inghiotte vite e storie ma anche la nostra stessa umanità.
Nessuno si assume alcuna responsabilità… ben pochi chiedono al loro go-verno una spiegazione… eppure, seppur parziali, si hanno sentenze e denunce dell'orrore che sta accadendo ai nostri confini e sull’uscio di casa, ma si preferisce fingere di non sapere, ci si rifiuta di vedere, come se fosse un problema africano-asiatico che devono risolvere i loro paesi perché in gioco sono i nostri valori, la nostra identità, la nostra cultura!!!
La mancanza di sensibilità, l’indifferenza, il senso di estraneità nei confronti della sofferenza e della morte è ciò che porta a giustificare azioni in nome della difesa della patria, della sicurezza dei propri cittadini.
Lo Stato non interviene, né quasi tutte le istituzioni preposte a questo compito, calpestando ogni diritto, primo fra tutti il diritto alla vita.
Ogni persona scomparsa lascia una ferita aperta non solo nella famiglia e nella società da cui proviene, ma anche nelle nostre società sempre più chiuse e sommerse dalle “passioni tristi” di cui parla Spinoza, inchiodate a un’esistenza sterile, priva di ogni senso di umanità.
È necessario ampliare gli spazi di solidarietà già esistenti e mettere in atto meccanismi che impediscano ai sistemi sociali e politici di finire per giustificare contesti che favoriscono questo orrore.
Abbiamo bisogno di società sensibili al dolore e alla sofferenza, che riconoscano l'altro, seppur diverso, come parte di una realtà complessa che comprende anche ognuno di noi.
In chi non si rassegna alla situazione e cerca di intervenire si diffonde sempre più la sensazione che si stia perdendo il principio fondamentale di un'umanità condivisa. La “paralisi” di fronte alla sofferenza di un numero incalcolabile di persone e famiglie e paesi è un modo per legittimare e giustificare ciò che sta accadendo… è indispensabile acquisire e far acquisire la consapevolezza di quanto tutto ciò sia intollerabile, sia indegno di paesi che si definiscono democratici perché la democrazia non si chiude dentro i confini di un egoismo nazionale, ma difende il diritto di ogni uomo e donna ad essere parte di una cittadinanza universale.
Ho un’esperienza diretta del dramma dei desaparecidos soprattutto in Guatemala, tutti poi ricorderanno le Madres de Plaza de Mayo argentine che, tra l’altro, continuano ancora il loro cammino di ricerca e di denuncia.
Negli anni delle dittature le nazioni latinoamericane più colpite dal fenomeno della desaparición forzada furono Guatemala, con 50.000 desaparecidos, e Argentina, con 30.000, su un numero di 108.000 in tutta la regione… e anche oggi si continua a scomparire senza lasciar traccia!
«Si intende per desaparición forzada la privazione della libertà, in qualsiasi modalità ciò avvenga, commessa da agenti dello Stato o da persone/gruppi di persone che agiscano con l'autorizzazione, l'appoggio o il consenso dello Stato, seguita da mancanza di notificazione e rifiuto di riconoscere tali fatti o di informare circa il luogo in cui una persona è detenuta, impedendo così l'esercizio di risorse legali e le garanzie di un processo equo e pertinente» OSA
Nel tempo si fece sempre più forte l’esigenza di cercare le fosse clandestine e di eseguire le esumazioni dei corpi per una degna sepoltura, ma soprattutto per liberare, dicono in Guatemala, la verdad bajo la tierra perché soltanto la verità può dare un senso a ciò che avvenne e, in troppi posti del mondo, continua a verificarsi.
E ora lascio la parola a chi visse e vive il dramma da dentro… è vero, un’analisi “seria” deve andar oltre l’emozione che può far travisare la realtà dei fatti… le nostre parole, la nostra lettura, però, rischiano di far solo rumare, le analisi politiche, sociali, economiche, culturali si complicano di fronte alle persone coinvolte dai “fatti” e mettono a tacere i nostri distinguo e le nostre “ragioni”.
Desaparecidos
Sono da qualche parte / convenuti
disorientati / sordi
cercandosi / cercandoci
bloccati da segni e dubbi
guardando le inferiate delle piazze
i campanelli delle porte / i vecchi balconi
riordinando i loro sogni, i loro vuoti
forse convalescenti della loro morte privata
nessuno gli ha spiegato con certezza
se già se ne andarono o no
se sono proclami o tremori
sopravvissuti o morti
vedono passare alberi e uccelli
e ignorano a quale ombra appartengono
quando cominciarono a scomparire
tre cinque o sette cerimonie fa
a scomparire come senza sangue
come senza volto e senza motivo
videro dalla finestra dell’assenza
ciò che restava indietro/ questa impalcatura
di abbracci cielo e fumo
quando cominciarono a scomparire
come l'oasi nei miraggi
a scomparire senza un’ultima parola
avevano nelle loro mani i pezzetti
delle cose che amavano
sono da qualche parte / nuvola o tomba
sono da qualche parte / sono sicuro
qui nel sud dell'anima
è possibile che abbiano smarrito la bussola
e oggi vaghino domandando domandando
dove diavolo sia finito l’amore
perché loro vengono dall'odio.
Mario Benedetti - Uruguay
E la solita domanda: dove siete?
E anche se la risposta è incerta, vogliamo dirvi
che ogni nuovo giorno è una speranza,
che i vostri occhi si riflettono nelle nostre anime e
le vostre lotte sono diventate le lotte di migliaia di persone,
che le strade vi reclamano e i muri gridano i vostri nomi,
e nonostante l'impunità non ci hanno fatto tacere.
Dicono che voi rinasciate contro la tristezza,
contro l'ingiustizia
e dicono che noi diventiamo resistenza, seme
e risorgiamo per sorridere sempre più profondamente,
per guardare negli occhi il dolore, l'indifferenza
e dire loro che siamo ancora qui, ad aspettare,
a cercare, a piangere e a lottare.
Lina María Garzón Ardila
Come si ripara una vita rubata? Chi ci restituiscono i momenti di felicità? Chi restituisce alle nostre famiglie i loro cari? Come si restituisce l'amore, la sicurezza e il calore di una famiglia che è stata portata via? Come si recupera la storia che hanno impedito che ci fosse raccontata? Questa riparazione è impossibile. La ferita è troppo profonda. Tuttavia, coloro che li hanno presi non sapevano, non pensarono che non lasciavano solo dei morti: hanno lasciato anche dei se-mi e noi siamo qui, ci siamo noi e noi ci siamo ancora.
Siamo i loro frutti, la loro voce, perché le loro vite non siano dimenticate.
María Navarro
Scampoli di vento
Bisogna mettere a nudo la memoria…
per liberare le mani
di coloro che seminarono il mais
e impugnarono garofani
per ascoltare centinaia di usignoli
che difesero il loro canto
in un vecchio cipresso.
Bisogna mettere a nudo la memoria…
per liberare il pianto
la voce
lo sguardo
di migliaia di vittime
che attendono la pioggia
per continuare la semina
per riconoscere i differenti cammini
che legittimarono i nostri fratelli
quando fuggirono dall’uragano.
Bisogna mettere a nudo la memoria…
per recuperare il mais
che sgranarono con il potere
delle mitraglie
per dissotterrare il baule dei sogni
e recuperare le orme dei nostri martiri.
Bisogna metterla a nudo
per ricostruire la vera storia
e far brillare le lucciole
addormentate
negli occhi dei nostri figli
per preparare un’imboscata decisiva
alla tristezza
e invocare la forza
di coloro che ebbero coraggio.
Nora Murillo, garifuna di Livingston.
Prima dell’esumazione, mangiavo tanto per mangiare,
pollo o tortilla, tutto per me aveva lo stesso sapore.
Prima dell’esumazione, non distinguevo il giorno dalla notte,
vivevo in un’eterna oscurità.
Prima dell’esumazione, c’era spesso tensione nella comunità.
Ora che si esumarono le ossa e li seppellimmo con dignità,
gusto di nuovo i sapori del cibo,
godo della luce del giorno
ed è più in pace la comunità,
perché su quello che è successo sappiamo la verità.
Joyabaj, El Quiché, febbraio 2005
Cercarli e dar loro sepoltura ha significato non solo seppellire il dolore, le lacrime e l’attesa, ma ha permesso di incontrare il passato, il presente e il futuro. [...] Oggi soltanto la sepoltura lascia la pace, la possibilità di comunicazione tra i vivi e i morti, la-sciar loro il pane, le tortillas, le candele, i fiori, i frutti e le verdure: è così come si seppelliscono i morti. Mancano quelli che non sono stati ancora incontrati. Il loro ricordo non è morto, non sono scomparsi, non sono stati sepolti, le loro storie e i ricordi non sono stati scritti ma vivono in noi. Il ricordo sta nel cuore, nel pensiero, nella vita e nel futuro. Oggi questi ricordi sono accompagnati dai colori e dai disegni della cultura millenaria di questo popolo che ha sofferto ed è sopravvissuto al genocidio grazie al sostegno dei sopravvissuti.
Che l’amore e la pace ci uniscano per sempre.
Rosolina Tuyuc
«Sono le ossa di una vittima del massacro nel mio villaggio, mi fa molto male portarli con me… è come portare la morte... ma non le seppellirò ancora. Sì, voglio che riposino, voglio riposare anch'io, ma ancora non posso. Sono la prova della mia dichiarazione. Non li seppellirò. Voglio un documento che dica: "L'hanno ucciso e non aveva commesso alcun reato, era inno-cente”... allora potremo riposare» (Testimonianza alla Commissione della Verità dell’ONU).
Ma nulla di tutto questo sarà possibile per chi è stato cancellato dal mare, non sarà mai possibile portare alla luce, far emergere la verdad bajo el mar, non sarà possibile, come affermano in Guatemala dinanzi alle fosse clandestine aperte, che “il mondo sappia che abbiamo bisogno di esumare anche la nostra storia, la nostra memoria, la nostra verità”.
E le esumazioni sono un indispensabile mezzo perché “nessuno possa più dire: qui non è successo nulla!”.
La restituzione della memoria aiuta a prender coscienza della verità, a elaborare il dolore; anche dinanzi al dramma degli scomparsi in mare si deve comprendere la necessità di favorire la creazione di reti tra persone, istituzioni, paesi con l’obiettivo di conoscere la verità sulle cause e mettere le basi di un mondo più giusto e solidale.
Non si può continuare a tacere, a girarsi dall’altra parte, i problemi creati da una minoranza di immigrati nei nostri paesi sono già stati abbondantemente pagati da tutti coloro, uomini donne bambini giovani, che non ce l’hanno fatta!
Le statue che rappresentano momenti di vita quotidiana e le differenti strutture ancorate sul fondo del mare create da Jason de Caires Taylor da tanti anni e in tanti luoghi con motivazioni ben diverse, oggi - prima ancora di uno sterminato monumento funebre - possono per noi acquistare la funzione di conservare la memoria di chi non ha trovato una mano tesa per salvarlo, non ha mai raggiunto una spiaggia, non è mai sceso in un porto… a testimonianza dell’esistenza di tutti coloro che non ce l’hanno fatta, perché “nessuno possa più dire: qui non è successo nulla!”