Accendo il cellulare, si apre Google e ci entra in casa la guerra. Su Instagram appaiono i video delle famiglie palestinesi, sopravvissute per ora al massacro di Gaza, che chiedono almeno un segno, un like per sapersi ancora vivi nel pensiero di qualcuno là fuori, altrove. Nei luoghi in cui non si sapeva, non si voleva sapere, non si vuole sapere cosa stanno soffrendo i palestinesi oggi, nel marzo dell’anno 2026 dalla nascita di Cristo.
La crudeltà cinica della guerra è la stessa descritta, raccontata, sviscerata nel romanzo "Atti umani" di Han Kang, pubblicato in Italia da Adelphi nel 2017. È la guerra di un dittatore contro il suo popolo avvenuta a Gwangiu, in Corea del Sud nel maggio 1980, che provocò migliaia di morti (non importa il numero) e la fine di una dittatura seguita nel tempo da molti altri governi simili, artefici del miracolo economico coreano. Avvenne nella città natale della scrittrice, ultima donna vincitrice del Nobel per la Letteratura nel 2024 “per la sua intensa prosa poetica che affronta i traumi storici ed espone la fragilità della vita umana”.
Il testo è scandito in sei capitoli dai racconti dei testimoni, più un epilogo intitolato "La scrittrice" in cui lei stessa diventa un testimone.
Il primo capitolo, "Il ragazzo", ci mostra la scelta di un quindicenne, Dong Ho, la sua cura nel tener vive le candele vicino ai corpi degli uccisi dall’esercito. Il libro si chiude con l’immagine della scrittrice che medita sulla fiamma della candela che lei ha acceso sulla tomba del ragazzo. È la cura dei morti l’atto umano descritto nel lungo capitolo, compiuto dal ragazzo che resta, a suo rischio e pericolo, nella palestra zeppa di corpi, per permetterne il riconoscimento ai parenti.
Nel secondo capitolo, "L’amico del ragazzo", emerge il cinismo dei soldati che ammucchiano in fosse comuni gli uccisi (e non solo) per poi darli alle fiamme. Quando esse si spengono, dall’altro lato della città riecheggiano gli spari della nuova strage.
Nel terzo capitolo, l'autrice denuncia come atto di guerra la cultura embedded e il costo pagato da chi cerca di far sapere la verità. Il meglio della censura sono gli schiaffi violenti sulla faccia della redattrice che decide di far tradurre e pubblicare all’estero, in versione integrale, il libro censurato.
Il racconto della resistenza del dissenso si chiude con le immagini potenti degli attori che recitano senza voce le parole del testo censurato e lo illustrano con i loro corpi.
Il quarto capitolo, "Il prigioniero", affronta il tema della tortura che resta nell’anima dei sopravvissuti come le radiazioni in chi è stato esposto a un’esplosione nucleare, portando a una lunga morte.
Nel quinto capitolo, "L’operaia", la scrittrice, che per lavoro si occupa di morte lenta, cioè di inquinamento ambientale, si imbatte nella testimonianza della brutalità pura, delle morti per stupro che le operaie in sciopero devono subire per aver chiesto il diritto a una vita più dignitosa. Due caratteri tipografici diversi scandiscono l’orrore, come i sottotitoli che scandiscono il capitolo "Ti ricordi-ora-insurrezione". Ogni atto umano, ogni ricordo che non muore è insurrezione (re-surrezione), per quanto sangue e dolore sia costato!
"La madre del ragazzo" è il titolo del sesto capitolo, che riesce a riportarci alla dimensione degli affetti e ci solleva dall’orrore puro attraverso la dignità dell’amore materno.
L’ultimo capitolo, un epilogo, ci racconta l’impegno della scrittrice, la sua ricerca scrupolosa della documentazione esistente, l’ingresso della strage anche nei suoi sogni, infine l’incontro con il fratello maggiore di Dong Ho e la richiesta che la memoria del ragazzo non sia mai più oltraggiata.
Questo libro l’ha esaudita. Con echi di Virgilio, di Dante dalla Corea del Sud ci viene un magnifico libro poetico, di denuncia dell’orrore e di capacità di resilienza ad esso.