Qualifica Autore: Costituzionalista

Anche quest’anno in diverse città e centri minori, si è voluta celebrare la festa liturgica del Corpus Domini, con una processione pubblica per le strade cittadine. L’auspicio rivolto a chi esercita una funzione di guida del Popolo di Dio, è che abbia provato a indirizzare la religiosità popolare – spesso incline a discutibili forme di devozionismo che caratterizzano tali manifestazioni – verso pratiche, obiettivi e significati più coerenti con l’autentico messaggio evangelico.

In primo luogo, pur non essendo un teologo, vorrei partire da una considerazione di base: il Pane spezzato e il Vino – a seconda delle diverse tradizioni teologiche e confessionali cristiane o vengono trasformati nel Corpo e nel Sangue di Gesù Cristo, o diventano comunque occasione della presenza del Signore ad opera dello Spirito Santo. Ma tale avvenimento si realizza (e, a mio avviso, si esaurisce) nel momento stesso in cui il Pane (e anche il Vino) viene distribuito, consumato e condiviso all’interno della Mensa comunitaria (Comunione, Eucaristia, Cena del Signore). Il Pane e il Vino non vengono certo consacrati, per essere mostrati o ostentati…
L’ostensione dell’Ostia consacrata, quale Corpo di Nostro Signore, da sottoporre all’adorazione dei fedeli, pratica che ha inizio soltanto a partire dal XIII secolo, rischia così, a mio modesto avviso, di trasformarsi, sia pure indirettamente, in un atto di autocelebrazione della Chiesa (cattolica) la quale - per il tramite del clero, abilitato in esclusiva, secondo la dottrina tradizionale, a consacrare il Pane e il Vino – ne diventa unica depositaria e dispensatrice…
La Festa del Corpo del Nostro Signore avrebbe, invece, potuto costituire l’occasione per una riflessione su Gesù di Nazareth, martoriato, morto e risorto, a partire anche dalla sua fisicità e corporeità concreta e storica, (magistralmente raffigurata nell’immagine dell’Ecce homo, su cui si sono espressi tanti artisti) prima che venisse trasformato nel Cristo della fede. Anche con riguardo al tanto malessere fisico presente nella Palestina al tempo di Gesù (storpi, ciechi, lebbrosi, sordomuti, ecc.) e che Egli si adoperava a guarire. Tutto questo viene, però, ben presto offuscato dalla interpretazione delle guarigioni come esercizio di una «potestà a operare miracoli», in quanto prova della divinità di Gesù, con cui alcuni vorrebbero chiudere immediatamente il discorso. E invece no, il discorso va riaperto proprio soffermandoci sulla dimensione, genuinamente umana, a partire dalla profonda commozione viscerale (in greco, σπλαγχνίζομαι - splanchnìzomai) che spingeva Gesù a intervenire per guarire.
Ma soprattutto quello che, ahimé, si constata spesso in molte celebrazioni della festività del Corpo del Signore è l’assenza totale di una prospettiva profetica che vede nella corporeità violata dei tanti «poveri cristi» e, permettetemi, delle «povere criste» di oggi, il segno del corpo martoriato di Gesù di Nazareth che grida e cerca anche ora una prospettiva di salvezza e di liberazione…Eppure, bastava far riferimento a Matteo 25, 31- 46… laddove, durante il Giudizio finale, si dice chiaramente che il gesto fatto al più piccolo dei sofferenti viene considerato fatto a Gesù stesso, per cui l’unico, vero e autentico modo di onorare il Corpo di Cristo è la vicinanza fattiva e la cura a chi soffre nel corpo e nell’animo…
L’elenco di tutte le modalità in cui i corpi degli uomini e delle donne vengono violati, oggi nel mondo, è lunghissimo… Il corpo delle tante donne violentate o uccise nei femminicidi; dei tanti morti per incidenti sul lavoro, dei morti per fame e siccità nelle lande desertiche dell’Africa e dell’Asia; dei molti migranti annegati nel Mediterraneo o torturati o uccisi nei lager del Nord-Africa, o peggio, assoldati da imprese senza scrupoli, per il tramite di caporali, spesso sottoposti a sevizie di ogni genere, resi schiavi, quando non barbaramente uccisi, come nell’incendio del furgone ad Amendolara, in Calabria. Dei genocidi che vengono commessi, non soltanto a Gaza, dove, dopo una totale distruzione di città, villaggi, campagne, donne, uomini anziani, bambini mutilati, vengono continuamente umiliati, privati di aiuti alimentari, di acqua potabile e di cure mediche elementari. O anche in Cisgiordania dove donne, uomini e bambini vengono, da parte di coloni israeliani armati fino ai denti, depredati sistematicamente dei tanti strumenti per sopravvivere (case, terre coltivate, piccoli greggi, ecc) e chi cerca di opporsi viene pestato, torturato, privato di ogni dignità o ucciso. Dei tanti prelevati a forza, torturati e detenuti senza processo, ma sottoposti a semplice detenzione amministrativa - come avviene adesso in USA per gli immigrati, anche di seconda e terza generazione, in attesa di espulsione (e chi tenta di opporsi, rischia di perdere la vita, ad opera dei paramilitari dell’ICE, come avvenuto a Minneapolis) – ma anche in Israele, in alcuni paesi islamici e in molte parti del mondo. Delle tante morti nelle tante guerre che abitano il pianeta, Ucraina e Russia, Congo, Sudan, Iran, più recentemente in Libano, per citarne soltanto alcune, nelle quali vengono uccisi soprattutto i civili, i quali costituiscono – a parte la guerra russo/ucraina – ormai circa l’80% delle vittime. Per non parlare poi, anche in Paesi cosiddetti civili, come gli USA, della barbarie delle condanne a morte, o dei corpi delle persone segregate nelle carceri, spesso veri e propri lager, come avviene anche nel nostro paese. Per concludere, con gli ammalati, particolarmente quelli terminali, ma anche cronici, i mutilati o i tanti disabili, ecc. A voler tacere poi di chi non può curarsi perché non ha i mezzi per pagare le cure, le analisi, gli eventuali interventi chirurgici…
Possibile che non si riesca a dire nulla su tutto ciò quando si vuole celebrare il Corpo di Nostro Signore?
A quando allora l’annuncio della Resurrezione del Corpo del Signore potrà davvero assurgere, per tutta questa umanità sofferente, a simbolo di una nuova vita e speranza di salvezza, non solo come perdono dei peccati, ma come prospettiva di liberazione globale per l’umanità intera, a partire anche dai corpi?

Paolo Scquizzato
SS. CORPO E SANGUE DI CRISTO.
Gv 6, 51-58
La cena di Gesù non è un rito. E un'esistenza.
Quando pronuncia quelle parole - «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19) – non sta chiedendo di essere ricordato. Sta chiedendo di essere continuato.
Nella mentalità biblica la memoria non è il ricordo nostalgico di ciò che non c'è più. È rendere presente ciò che sembra assente, permettere a un evento di accadere di nuovo nel qui ed ora. Per questo Gesù non dice: «Pensate a me». Dice: «Fate questo».
Non conservate la mia immagine, non difendete la mia dottrina, non costruite monumenti alla mia memoria: vivete semplicemente come io ho vissuto.
L’Eucaristia nasce qui. Non tanto in un pane consacrato, ma nel pane spezzato.
Perché il pane, per diventare nutrimento, deve cessare di appartenere a sé stesso. Deve lasciarsi ‘spezzare, dividere, distribuire, perdere.
Così è stata la vita di Gesù: vita consumata per gli altri.
Una vita che non ha trattenuto nulla, diventata solo dono.


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