Note a margine del convegno dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università a Torino.
Il 17 aprile 2026 si è svolto a Torino, presso la sala del Gruppo Abele, il III Convegno Nazionale dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università dal titolo “Il trauma della guerra. Tra storia, economia, diritto ed educazione dalla Prima Guerra Mondiale ad oggi” con lo scopo di proseguire l’impegno antimilitarista e pacifista nel mettere in evidenza la follia della guerra, soprattutto in vista del ritorno anche in Italia della leva obbligatoria per i ragazzi e le ragazze, come sta accadendo ormai in tutta Europa.
La grande partecipazione al Convegno, con quasi 600 persone (circa 200 in presenza e 400 online), è la testimonianza che tra i/le docenti si avverte con particolare preoccupazione l’escalation di violenza a livello mondiale, accompagnata da venti di guerra che arrivano a lambire anche i territori a noi più vicini. E, in questo quadro, occorre ancora una volta tornare a riflettere sulle nostre responsabilità, non solo quelle del Governo attuale, ma le responsabilità che, come esseri umani, abbiamo nel dovere etico di denunciare a gran voce e non rimanere spettatori passivi davanti ai genocidi che cadono sotto i nostri occhi.
Ecco, quindi, che l’appuntamento annuale del Convegno nazionale dell’Osservatorio si configura ormai come una voce pluralistica e di contrasto, un momento di controinformazione rispetto alla narrazione dominante e intruppata, come disse coraggiosamente mons. Giovanni Ricchiuti durante il I Convegno dell’Osservatorio a Roma nel 2024.
L’obiettivo principale del Convegno nazionale di quest’anno è stato quello di offrire ai/alle docenti un momento di formazione e aggiornamento, anche con affondi utili per la didattica, sulle conseguenze traumatiche delle guerre a partire da considerazioni di ordine storico, medico, umano, giuridico ed economico, un quadro a tutto tondo che deve far ragionare sulla necessità di prendere sempre le distanze da chi sostiene e da chi vuole coinvolgere la popolazione nella narrazione di guerra.
Ad aprire il Convegno, infatti, dopo i saluti iniziali di Lucia Bianco del Gruppo Abele, di Giovanna Lo Presti di Scuola e Società, l’ente formatore accreditato presso il MIM, e della presidente dell’Osservatorio Roberta Leoni, ci sono stati Bruna Bianchi e Carlo Greppi, che hanno portato un punto di vista storico sul trauma della guerra, presentando ipotesi e figure, individuali e collettive, che durante la Prima e la Seconda guerra mondiale si sono palesemente opposte la guerra, ad esempio mediante la diserzione e la Resistenza, giacché ha affermato Greppi: «In guerra si combatte per la Patria, quando si rifiuta la guerra si combatte per l’umanità».
Estremamente interessante per i/le docenti è stato l’intervento del dott. Maurizio Bonati, medico dell’Istituto Mario Negri di Milano, il quale ha mostrato gli esiti del suo lavoro scientifico sul campo relativo ai traumi “cronici” della guerra, vale a dire ai risultati ad ampio raggio che si prolungano per decenni anche dopo la fine di una guerra. Oltre a mostrare concretamente gli orrori delle guerre in atto, il fine del suo intervento è stato quello di far riflettere i/le partecipanti al convegno sul fatto che ad oggi le popolazioni mondiali, tra depositi chimici, radioattivi e malnutrizione, risentono ancora di conflitti passati che non risultano più attivi, determinando così un coefficiente esponenziale di conseguenze deleterie e “croniche” delle guerre.
Tra le voci più toccanti del Convegno c’è stata quella di don Nandino Capovilla, il quale, forte della sua ripetuta esperienza di pellegrino nei territori palestinesi occupati, ha potuto raccontare l’evoluzione di un disastro, una vera e propria Nakba, a carico di una popolazione massacrata da decenni, oggetto di genocidio, ma anche di scolasticidio; infatti, la sua riflessione si è soffermata a lungo sulle deleterie ricadute educative delle guerre sia in Palestina sia in altri luoghi del mondo.
Con Luigi Daniele, giurista, e Francesco Schettino, economista, si è, in realtà, aperto uno scorcio più teorico relativo alle condizioni che rendono possibili e, di conseguenza, legittimi i conflitti armati. Se Schettino, infatti, con un approccio economico materialistico, si è soffermato sul dissesto finanziario che caratterizza i Paesi occidentali, con gli USA, non a caso, in prima linea e per questo sempre più desiderosi di scatenare guerre nel tentativo di fagocitare risorse da eventuali aggressioni, Daniele ha mostrato come alcune categorie politiche e giuridiche tradizionali siano ormai rovinosamente tramontate. Parlare di democrazie per Stati che giustificano e legittimano i genocidi, che aggrediscono impunemente altri Stati sovrani, che depongono capi di Governo nel silenzio delle istituzioni internazionali, segna la fine di almeno tre secoli di pensiero politico e giuridico occidentale, cioè segna, di fatto, la fine dei valori e della credibilità dello stesso Occidente.
La chiusura del Convegno è stata affidata a Serena Tusini, una delle promotrici dell’Osservatorio, la quale ha mostrato lo stato dell’arte del ritorno della leva in Europa, con Francia e Germania già avanti nel processo di ri-militarizzazione dei/delle giovani. È chiaro che le guerre hanno bisogno di decenni per essere preparate e l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha avuto l’intuito di portare alla ribalta un fenomeno che in tutta Italia sembrava sporadico ed estemporaneo, invece era un deliberato piano architettato da chi fa affari con le guerre, e sostenuto da molti nostri governi, per normalizzare la guerra nelle coscienze degli studenti e delle studentesse, mentre nel contempo la NATO e l’UE procedevano alla richiesta di più investimento nelle armi, più soldi nella “sicurezza” a discapito di sanità, istruzione e trasporti per il welfare dei cittadini e delle cittadine.
E, allora, davanti a un siffatto quadro geopolitico, economico, strategico, che vede gli Stati e i Governi coinvolgere le popolazioni in guerre estrattive d’aggressione, di colonizzazione dalle conseguenze traumatiche, anche la difesa della Patria, come dovere sancito dalla Costituzione del 1948, diventa paradossale. Cosa diventa la Patria quando è preda di lobby di potere che fanno affari con la guerra? Come posso difendere la mia Patria se questa, in barba non solo ad uno dei principi fondamentali della stessa Costituzione ma anche in contrasto con la coscienza di essere umani, offende e aggredisce la Patria degli altri? È per questo che si è deciso di salutare i/le partecipanti al Convegno con un passo epico di don Lorenzo Milani indirizzato nel 1965 ai cappellani militari:
«Non discuterò qui l'idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto (…) di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto».