Qualifica Autore: Presbitero

Leone XIV a San Cristóbal de La Laguna, 12 giugno 2026

Una “Città senza mura, una città aperta” è la visione di Gerusalemme Santa nel libro dell’Apocalisse. Un Paradiso “che non ha confini”, cantava il gruppo folk di sinistra sociale, The Gang. Così allo stesso modo il sogno della Chiesa di Leone, in piena e stretta continuità con la Chiesa Cattolica di Francesco. Sì perché le barriere più dure da abbattere non sono di pietra, ma fatte di Sguardo pauroso, Paura che fa diventare freddi e insensibili e Indifferenza che costruisce muri e innalza torri di Babele, con un “mondo in mano a pochi tiranni” (Leone XIV in Camerun, 17 aprile 2026).

In una città senza mura, anche il cuore è chiamato ad aprirsi per accogliere “storie di dolore, di speranza e di ricerca” (Leone XIV) . È questo il cuore del discorso di Prevost a San Cristòbal de la Laguna, lo scorso 12 giugno, all’interno del Viaggio apostolico iberico. Nella laica e socialista Spagna il Vescovo di Roma ha spiazzato alcuni e spaventato altri per l’approccio schiettamente interculturale, plurale, dialogico, inclusivo e “politico” dell’affrontare la sfida migratoria, perché dentro il messaggio evangelico cristiano c’è il presupposto fondamentale che dietro goni volto rigato di lacrime di un rifugiato o migrante non c’è un numero, una scheda o un problema solamente giuridico ma una PERSONA, una STORIA, c’è lo stesso VOLTO DI DIO.
Mentre un’ondata di paura mista a violenza verbale con un vocabolario “conflittuale e manipolatorio” cerca di spingere gli italiani a gridare “remigrazione” le parole decise e forti di Leone - che pur mantenendo un profilo caratteriale mite e più mansueto rispetto a Papa Francesco è in piena continuità con la sua linea se non addirittura più incisivo e più fermo nei contenuti – avviano un percorso dinamico che mira a “soccorrere, accompagnare, orientare, insegnare e aprire strade” (Leone XIV).
Cinque vocaboli che non sono semplicemente giustapposti ma puntano a intervenire sul fenomeno migratorio supportando e sostenendo le associazioni sociali, culturali nonché religiose che si occupano di integrare le realtà migranti. Conclude papa Prevost con un riferimento evangelico alla più nota famiglia migrante, al nascere del Primo Rifugiato, Gesù di Nazareth: sorelle e fratelli, l’ultima parola non può averla la paura, né l’indifferenza, né la violenza di chi specula sulla vita umana. L’ultima parola spetta a Cristo, che si identifica con lo straniero, tocca le ferite dell’umanità e ci chiama a riconoscerlo in ogni fratello che ha bisogno di essere accolto, protetto, valorizzato e integrato. Alziamo lo sguardo verso di Lui, senza distoglierlo da chi soffre; guardiamo al Signore per imparare a guardare con i suoi occhi i nostri fratelli.
La Santa Famiglia di Nazareth, che dovette fuggire in Egitto per proteggere la vita del bambino Gesù (cfr Mt 2,13-15), rimane per tutti i tempi modello e riparo di ogni famiglia rifugiata, di ogni migrante e di ogni persona costretta a lasciare la propria terra per paura, persecuzione o necessità (cfr Pio XII, Cost. ap. Exsul Familia). Possa essa sostenere il servizio che voi offrite e rendere questa terra un luogo dove tutti si riconoscano e si trattino come fratelli. Dio vi benedica! Grazie!

 


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