In oltre tre decenni di appartenenza all'ampio e variegato movimento per la pace, difficilmente ho sentito esprimere una concreta e consistente valutazione critica del conflitto Nord-Sud, profondo e violento, che attraversa l’Italia. Eppure, siamo soliti insegnare che la nonviolenza non chiude gli occhi davanti alle ingiustizie, alle discriminazioni, alle offese, ma anzi avverte l’urgenza di farle emergere, di portarle alla luce, proprio per trasformare in senso costruttivo i conflitti di cui sono espressione. In queste riflessioni utilizzo l’aggettivo “italiano” non solo per indicare un riferimento geografico, ma anche un atteggiamento politico-ideologico che denota l’abitudine a scavalcare il conflitto interno, ad ignorarlo, restandone indifferente per sentirsi, con fuorviante faciloneria, “tutti italiani”. Come se non ci fosse nessuna disparità di trattamento.

In realtà, nel 1860, quella che oggi viene chiamata “Italia del Sud” era uno Stato indipendente. Aveva una propria identità culturale, proprie leggi ed istituzioni, un tessuto economico che non ne faceva il Paese dei Balocchi, ma che poneva i suoi abitanti al sicuro dal pericolo di dover emigrare per sopravvivere (l’emigrazione da Sud è cominciata proprio successivamente a quell’anno). Era uno Stato sostanzialmente pacifico (molto più dell’Italia odierna), del tutto estraneo all’ideologia della guerra di conquista, che è finalizzata a togliere la libertà ad altri per sfruttarli. Si viveva del proprio lavoro e la comunità nel suo insieme non era soggetta ad alcun altro popolo. C’erano pregi e difetti, come sempre dappertutto, conquiste culturali, tecniche e scientifiche già raggiunte e altre verso cui orientarsi; non si era colonia di nessuno, né internamente né nel consesso internazionale, dove si poteva parlare con la propria voce non filtrata da alcuno. Eravamo potenzialmente aperti allo sviluppo. Anche studi recenti [per esempio: Ciccarelli, Fenoaltea (2010); Collet (2012)] confermano che il Regno delle Due Sicilie, prima dell’annessione forzata del 1860-61, era solido economicamente e fu poi deliberatamente mandato alla deriva, generando in tal modo la cosiddetta “Questione meridionale”.
Dunque arrivò una guerra neppure dichiarata, un’invasione da Nord finanziata dalla Massoneria e da potenze straniere. Lo Stato piemontese, che si svenava per le sue guerre, aveva adocchiato i beni del Regno delle Due Sicilie, che si estendeva dal Tronto a Santa Maria di Leuca e da Fondi a Lampedusa: l’attuale Italia centro-meridionale. E l’invase. Alcuni credettero in buona fede ai discorsi sull’unità politica e territoriale, fondata su un presunto sentimento di fraternità nazionale: per questo ideale dettero la vita e vanno rispettati. Ma i vertici politici e militari e gli sponsor, più o meno occulti, sapevano bene che quella che stavano architettando era una mera occupazione armata, ottenuta anche corrompendo gli ufficiali di parte avversa e stringendo accordi con la criminalità, alla quale fu consentito di potenziarsi e agire per conto dello Stato: il patto con la mafia nacque così. Anzi, la mafia, in senso moderno, nacque così. Alla fine della feroce “impresa”, portarono via l’oro e i macchinari, spostarono le produzioni, ci lasciarono nudi e sottomessi.
Ma per costringerci all’obbedienza ci vollero circa dieci anni di stragi, con interi centri abitati rasi al suolo per rappresaglia e con la popolazione civile, inerme, data in pasto alla spietatezza dei conquistatori: Auletta, Bronte, Casalduni, Pontelandolfo, Roseto Valfortore, Scurcola Marsicana... tanto per ricordare qualche episodio che appartiene alla storia nascosta: quella che non si deve conoscere e che, pertanto, è estromessa dai libri di scuola. Per anni e anni fu repressa nel sangue la resistenza antiannessione: la strategia fu di affibbiarle l’etichetta di brigantaggio, promulgare una legge speciale (n. 1409 del 15 agosto 1863), legittimare processi sommari e passare per le armi quante più persone possibile. Anche totalmente estranee ed innocenti.
Successe, insomma, quello che succede oggi in tanti luoghi del pianeta: con gli oppressi a pagare un prezzo enorme all’ingordigia dell’oppressore. Sono tutte situazioni di grande sofferenza, che il mondo pacifista italiano ben conosce e con le quali, giustamente, solidarizza ogni giorno. Eccetto, chissà perché, con quella dei duosiciliani di allora (e di oggi). Un po’ come fanno i Turchi con gli Armeni: tacere, negare, dimenticare.
Da allora la condizione coloniale del Mezzogiorno non è mai cambiata e neppure il passaggio alla Repubblica ha sortito effetti positivi. A cominciare dai soldi del cosiddetto Piano Marshall (European Recovery Program) che, ci piaccia o meno questo tipo di intervento, di fatto tra il 1948 e il 1951 furono destinati per la grandissima parte allo sviluppo del Settentrione e del suo “triangolo industriale”. Del resto ancora oggi tutte le statistiche, anno dopo anno, ci confermano che il Nord è sempre più ricco e il Sud sempre più povero: la chiamano forbice. E ci taglia ogni possibilità. Questa condizione non è casuale, né attribuibile allo scarso impegno di quelli che vengono spregiativamente detti “terroni”: la nostra presunta svogliatezza o incapacità è la vulgata razzista che non trova riscontro in tante eccellenze di produzioni scientifiche e materiali. Ma soprattutto non trova riscontro nei sacrifici quotidiani che la stragrande maggioranza dei “meridionali” affronta per vivere dignitosamente: basti pensare che, dal 1861, gli emigrati dal Sud sono stati milioni.
Oggi ci ritroviamo non con un’Italia a due velocità, come si sente dire: troppo comodo. Oggi ci ritroviamo con due Paesi nettamente separati, per diritti e per speranze, legati solo grazie ad una capillare colonizzazione mentale ed economica. Con la prima ti faccio credere di essere stato liberato mentre, invece, ti ho conquistato: così costruisci monumenti ai criminali di guerra di allora (Bixio, Cialdini...) -chiamandoli eroi- e guardi con ammirazione agli sfruttatori di oggi. Con la seconda soddisfo i miei bisogni: mi servono le braccia del Sud per lavorare nelle mie fabbriche, il sangue dei giovani del Sud per fare le mie guerre, i portafogli del Sud per comprare le mie merci, la terra del Sud per seppellirvi i miei rifiuti tossici.
Se, poi, ci soffermiamo sui più recenti sintomi di quella malattia chiamata discriminazione, contro la quale, tra l’altro, i politici del Sud che mangiano a Roma non muovono un solo dito, per non perdere il piatto di lenticchie offertogli in cambio dell’asservimento, troviamo la mesta conferma di un orientamento consolidato: i parametri sui quali sono misurati i fabbisogni per l’assegnazione delle risorse pubbliche, sono studiati in maniera tale da privilegiare sempre la stessa area del Paese. E non è il Mezzogiorno. Succede per la sanità, per gli asili nido, per il trasporto pubblico, per l’università, eccetera. Certo, per conoscere questi “dettagli” non bisogna fermarsi all’informazione di massa, che li nasconde completamente.
Facciamo un paio di esempi. Nel 2014 tra “Decreto Sblocca Italia” e “Legge di stabilità” gli investimenti ferroviari furono destinati al Sud solo per l’1,2% (contro il 98,8%). Questo significa pianificare a tavolino il sottosviluppo della nostra terra, ma significa anche condannare milioni e milioni di persone a continuare a spostarsi -e morire- su treni simili a diligenze. Nei recentissimi accordi commerciali con la Cina e il Canada, su 60 prodotti che complessivamente l’Italia ha inserito nelle liste di quelli da tutelare, solo 7 sono del Sud. Sette su sessanta! Una mazzata per l’economia e le specialità agroalimentari meridionali: sono state ignorate persino quelle più rinomate. Che vergogna. La Puglia, la Calabria, la Sicilia, sempre per restare nell’esempio, sono le terre degli ulivi, eppure le produzioni di olio extravergine di oliva inserite dall’Italia nella lista di tutela del famigerato CETA sono tutte solo del Veneto.
Dove sono la nonviolenza e la pace in tutto questo?
Dite, pacifisti del Nord, dove sono le proteste perché le vostre presunte sorelle e i vostri presunti fratelli del Sud vengono discriminati, insultati, fatti bersaglio di cori razzisti e violenti? Non rischia di essere un pacifismo opportunista quello che solidarizza (e fa bene) con un popolo oppresso all’altro capo del pianeta, ma poi chiude gli occhi davanti alle ingiustizie che si consumano sotto al proprio naso tenendosi stretti i privilegi? I treni migliori, gli ospedali migliori, le università più finanziate, gli asili nido, le strade, eccetera. Allora, per rendere credibile la nonviolenza, non occorre che vi battiate anche contro il sistema che vi vede eternamente vincenti in questo malaugurato Paese? O forse, in fondo in fondo, pensate che, tutto sommato, noi meritiamo tale trattamento?
E dite, pacifisti del Sud, non rischia forse di essere un pacifismo alienato quello che ha paura di affermare la verità su come è stata fatta l’Italia e su come continua ad essere e funzionare da oltre un secolo e mezzo? Per quale motivo i Tibetani dovrebbero chiudere gli occhi davanti ai soprusi dei Cinesi o i Palestinesi giustificare ad oltranza le discriminazioni perpetrate contro di essi dagli Israeliani? Eppure la Cina è un unico Stato e per ora lo è anche Israele. “Siamo tutti cinesi, siamo tutti israeliani, siamo tutti italiani!”: e si nasconde il conflitto. Allora, non basta impegnarsi per la pace lontana anni luce (che pure è cosa ottima), per poi chiudere le orecchie al grido di dolore che si leva dalla terra che ci ha generati. Guardate le nostre infrastrutture e i nostri servizi: noi siamo figli di una guerra perduta, siamo gli sconfitti cui non è concesso vivere, ma solo sopravvivere e in funzione di qualcun altro. Perciò, rendiamo credibile la nostra nonviolenza liberandoci da questo gioco di prestigio italiano, che ci toglie la vita esattamente nel momento in cui ci fa credere che ce la stia donando. Collaborare con questo sistema significa tenerlo in piedi –ecco la responsabilità che abbiamo della nostra condizione- praticare una concreta noncollaborazione, invece, è difesa popolare nonviolenta. O forse, in fondo in fondo, pensiamo che, tutto sommato, meritiamo tale trattamento?
I rischi del pacifismo italiano nel conflitto Nord-Sud, sono l’opportunismo per gli uni e l’alienazione per gli altri. La nonviolenza mette al riparo da questi rischi perché non si lascia imbavagliare dai pregiudizi ideologici, ma parla con franchezza: con quella parresìa, quel parlar chiaro dei profeti, che tanto invocava don Tonino Bello. La nonviolenza si spende in situazioni concrete e, attraverso di esse, lancia messaggi di pace e di solidarietà senza confini; parte da quel fazzoletto di terra dove ciascuno di noi si trova: con i suoi conflitti, finalmente non più nascosti. Gandhi lottò per la liberazione della sua India e il suo esempio è stato un insegnamento per tutti i popoli: agì localmente, avendo una visione di pace universale che non escludeva nessuno.
Noi a che punto siamo con la verità che ci fa liberi?

Napoli, 6 Agosto 2017
Anniversario dell’eccidio di Pietrarsa (1863) e dell’uso in guerra della bomba atomica (1945).