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In oltre tre decenni di appartenenza all'ampio e variegato movimento per la pace, difficilmente ho sentito esprimere una concreta e consistente valutazione critica del conflitto Nord-Sud, profondo e violento, che attraversa l’Italia. Eppure, siamo soliti insegnare che la nonviolenza non chiude gli occhi davanti alle ingiustizie, alle discriminazioni, alle offese, ma anzi avverte l’urgenza di farle emergere, di portarle alla luce, proprio per trasformare in senso costruttivo i conflitti di cui sono espressione. In queste riflessioni utilizzo l’aggettivo “italiano” non solo per indicare un riferimento geografico, ma anche un atteggiamento politico-ideologico che denota l’abitudine a scavalcare il conflitto interno, ad ignorarlo, restandone indifferente per sentirsi, con fuorviante faciloneria, “tutti italiani”. Come se non ci fosse nessuna disparità di trattamento.

Non possiamo accettare questo razzismo di Stato così ben incarnato dal Ministro degli Interni, Salvini, contro i migranti. Ma Salvini si è scagliato con altrettanta forza contro i rom, che diventano il capro espiatorio per eccellenza. Le affermazioni di Salvini a questo riguardo fanno veramente paura: “Facciamo una ricognizione sui rom in Italia per vedere chi, come, quanti sono, ripetendo quello che fu definito il censimento”. E ha poi aggiunto qualcosa di ancora più pesante: “Sto facendo preparare un dossier al Viminale sulla questione dei rom. Quelli che possiamo espellere, facendo degli accordi con gli Stati, li espelleremo. Gli altri purtroppo ce li dobbiamo tenere”.

Dopo più di un quarto di secolo di carcere duro, sono ormai 20 mesi che sono sottoposto al regime di semilibertà, anche se il mio fine pena rimane, come per tutti gli ergastolani, il 31 dicembre 9.999. Da un anno e otto mesi passo le notti in carcere e tutte le mattine esco per recarmi in una struttura della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da Don Oreste Benzi, dove presto servizio volontario. In questo modo sono felice perché la mia pena ha finalmente iniziato ad avere un senso e fa bene a me stesso e alla società. 

In oltre tre decenni di appartenenza all’ampio e variegato movimento per la pace, difficilmente ho sentito esprimere una concreta e consistente valutazione critica del conflitto Nord-Sud, profondo e violento, che attraversa l’Italia. Eppure, siamo soliti insegnare che la nonviolenza non chiude gli occhi davanti alle ingiustizie, alle discriminazioni, alle offese, ma anzi avverte l’urgenza di farle emergere, di portarle alla luce, proprio per trasformare in senso costruttivo i conflitti di cui sono espressione. In queste riflessioni utilizzo l’aggettivo “italiano” non solo per indicare un riferimento geografico, ma anche un atteggiamento politico-ideologico che denota l’abitudine a scavalcare il conflitto interno, a ignorarlo, restandone indifferente per sentirsi, con fuorviante faciloneria, “tutti italiani”. Come se non ci fosse nessuna disparità di trattamento.

 Siamo preti, religiosi e religiose impegnati da anni in un lavoro di coscientizzazione con persone di ogni genere: uomini e donne, giovani e anziani, professionisti e operai, abbienti o meno.

Sorpresa: con il "cambiamento" le spese militari aumentano. La Ministra della Difesa del governo giallonero, Elisabetta Trenta, ha rilasciato un'intervista alla rivista americana specializzata Defense News, nella quale, oltre a confermare l'impegno italiano nel programma F35 (con tanti saluti ai pentastellati che facevano l'opposizione pacifista), ribadisce che l’Italia punta a raggiungere l’obiettivo Nato di spesa per la Difesa del 2% del prodotto interno lordo entro il 2024. Il Parlamento se ne farà una ragione.

Una carneficina come mai si era vista nella storia dell’umanità. “Un’inutile strage” giunse a definirla l’ultraconservatore papa Benedetto XV nella sua lettera ai Capi di Stato belligeranti l’1 agosto 1917. Pagine nerissime, indelebili nella memoria: l’olocausto di generazioni di giovanissimi; la diffusione planetaria di carestie, fame ed epidemie; le deportazioni di massa e i genocidi di popolazioni di civili; la proliferazione di ingiustizie sociali ed economiche e la negazione dei diritti e delle libertà che condizioneranno gli anni a seguire della “non pace”, generando ovunque immani dittature, fascismi e nazismi sino alla catastrofe, figlia e sorella, della Seconda Guerra Mondiale.

Non ci lasceranno affogare. Le prime scialuppe di soccorso stanno già arrivando dal porto più vicino. I giubbotti salvagente e la gente esperta di mare. Ci salveranno tutti, incominciando dalle donne e dai bambini.

Grazie all'impegno e alla collaborazione del compagno Fabrizio Cracolici, presidente A.N.P.I. della sezione di Nova Milanese, un paese della provincia di Monza e Brianza, alle porte di Milano, da anni siamo referenti e promotori di un progetto istituzionale delle città di Nova Milanese e Bolzano. Un progetto dal titolo emblematico "Per non dimenticare": un grande impegno di ricerca collettivo, di attivismo dal basso con enti e istituzioni sui temi dell'Antifascismo, della Resistenza, della Deportazione che vuole essere un grande progetto sulla pace, per cercare e praticare democrazie e pace. Con la Biblioteca Civica Popolare di Nova Milanese, il progetto "Per non dimenticare" ha collaborato con la Rai, Rai generalista e Rai Educational per la realizzazione di trasmissioni televisive sulla deportazione politica, dal titolo "Testimonianze dai lager", con nomi noti del mondo della cultura, della politica, dello spettacolo: da Moni Ovadia a Gino Strada, da Alex Zanotelli a Roberto Vecchioni, da Massimo Cacciari a Tina Anselmi e molti altri.

Dagli Stati uniti all’Europa, la "crisi dei migranti" suscita accese polemiche interne e internazionali sulle politiche da adottare riguardo ai flussi migratori. Ovunque però essi vengono rappresentati secondo un cliché che capovolge la realtà: quello dei "Paesi ricchi" costretti a subire la crescente pressione migratoria dai "Paesi poveri".

La mia riflessione, seppure sensibile al contesto internazionale della Chiesa cattolica, si colloca in quello latinoamericano, per certi versi meno implicato nella discussione sull’ordinazione delle donne. Come teologhe latinoamericane, non ci siamo mai molto battute per questo. Tuttavia, negli ultimi mesi, grazie anche alla creazione in Vaticano di una commissione di studio sul diaconato femminile, la riflessione ha guadagnato spazio.


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