Il Sudan si trova nell’Africa nord-orientale con una superficie di quasi due milioni di chilometri quadrati. È attraversato dal fiume Nilo, che ne accresce l’importanza strategica agli occhi delle potenze straniere. Anche prima del conflitto, il Sudan era tra i Paesi più poveri del mondo, nonostante produttore d’oro. Nel 2022, i suoi 46 milioni di abitanti vivevano con un reddito medio annuo di circa 750 dollari (640 euro) a persona.
Il conflitto nasce nel cuore della capitale Khartoum da una lotta di potere esplosa il 15 aprile 2023 tra le Forze Armate Sudanesi (SAF), guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, e le Forze di Supporto Rapido (RSF), una milizia paramilitare composta da ex Janjaweed sotto il comando del generale Mohamed Hamdan Dagalo, noto come Hemedti. Gli scontri sono iniziati a seguito di una disputa sull’integrazione delle RSF nell’esercito regolare e sul controllo del futuro del Paese, in particolare sul processo di transizione verso un governo civile.
Da allora, il conflitto ha generato una devastante crisi umanitaria. I sudanesi sono sotto assedio da ogni lato: violenza, abusi, umiliazioni, fame e gli effetti del cambiamento climatico, che porta temperature sempre più alte, siccità, desertificazione e piogge torrenziali che provocano inondazioni, aggravando una situazione già disperata.
I conflitti recenti hanno evidenziato il legame tra guerra e crisi climatica, ma nessun Paese lo rappresenta in modo più palese del Sudan, il nono Stato più vulnerabile al mondo secondo i dati dell’Università di Notre Dame in Indiana (USA).
Negli ultimi due anni, la comunità internazionale ha mostrato scarso interesse nel portare la pace in Sudan o nel sostenere economicamente i Paesi che accolgono chi riesce a fuggire. Oggi, 14 milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case: di queste, 4,2 milioni hanno trovato rifugio in Paesi vicini: Egitto, Ciad, Sud Sudan, Libia, Uganda e Repubblica Centrafricana. Oltre 150.000 persone hanno perso la vita nel conflitto. Secondo Amnesty International, molti civili sono stati uccisi o feriti mentre cercavano riparo nelle proprie case, o mentre si trovavano per strada alla ricerca di beni di prima necessità, nel tentativo di sfuggire ai combattimenti.
L’organizzazione denuncia, inoltre, che sia l’esercito sia le RSF hanno aperto il fuoco, anche con mitragliatrici, o utilizzato esplosivi in aree densamente popolate, aumentando così il rischio di colpire indiscriminatamente la popolazione civile. Abitazioni private, strutture sanitarie, sedi e compound di organizzazioni umanitarie sono oggetto di saccheggi continui. Nemmeno i luoghi di culto e gli ospedali vengono risparmiati.
Intanto, i prezzi dei generi alimentari sono saliti alle stelle, rendendo sempre più difficile per le famiglie garantire un pasto ai propri figli. Oggi, oltre la metà della popolazione affronta livelli estremi di insicurezza alimentare e malnutrizione, e il Sudan è ormai una delle peggiori emergenze umanitarie del pianeta.
Sono le donne e le madri a portare il peso più grande di questo dramma, lottando ogni giorno per proteggere il futuro dei propri figli. In tutto il Paese, in particolare nelle regioni del Darfur, di Khartoum e del Kordofan, donne di ogni età subiscono quotidianamente violenze: aggressioni sessuali, matrimoni forzati, sfruttamento, abusi fisici e psicologici.
Al 31 maggio 2025, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani aveva documentato 368 episodi di violenza sessuale legata al conflitto, con almeno 521 vittime coinvolte. Più della metà di questi casi riguardava stupri, compresi stupri di gruppo, spesso diretti contro donne e ragazze sfollate e motivati da odio etnico. Oltre il 70% degli episodi documentati è stato attribuito alle Forze di Supporto Rapido (RSF).
Tuttavia, questi numeri rappresentano solo una parte della realtà: centinaia di casi restano nell’ombra, non denunciati per paura di ritorsioni, per lo stigma che circonda le vittime o per il collasso dei sistemi medico e giudiziario in molte aree del Sudan. Con l’intensificarsi del conflitto nel 2025, sono aumentate le segnalazioni di violenze sessuali utilizzate come strumenti di terrore, ritorsione e intimidazione da parte di entrambe le fazioni e delle milizie a loro affiliate.
Donne e ragazze non iniziano le guerre, eppure ne sopportano le ferite più profonde. La violenza sessuale è al tempo stesso una gravissima violazione dei diritti umani e una crisi umanitaria, con conseguenze che si estendono alle famiglie, ai bambini nati da stupri e a intere generazioni successive. Tutto questo mentre i colpevoli continuano quasi sempre a restare impuniti. Con il protrarsi dei combattimenti, sostenuti anche dall’uso di droni da parte di entrambe le fazioni, le conseguenze per i civili innocenti sono sempre più drammatiche, violando ancora una volta il diritto umanitario internazionale. La crisi si sviluppa in un contesto di estrema fragilità, poiché il Sudan rimane uno dei Paesi più esposti agli impatti del cambiamento climatico.
Oggi, la situazione è particolarmente grave nel Nord Darfur, dove il capoluogo El-Fasher, sotto assedio delle RSF da oltre diciotto mesi, è infine caduto nelle mani della milizia. La capitolazione della città segna un cambiamento profondo, svelando che da tempo, ormai, quella che si combatte in Sudan è una guerra per procura, con attori regionali in competizione per le risorse di un Paese ricco d’oro.
L’Egitto e altri Stati confinanti sostengono il generale Al-Burhan e il suo governo con sede a Port Sudan, mentre gli Emirati Arabi Uniti e Paesi sotto la loro influenza, come il Ciad, appoggiano Hemedti, già vice di Burhan nella precedente giunta militare. Questo intreccio di influenze esterne fa sì che nessuna potenza abbia oggi la forza di costringere i belligeranti a negoziare.
Le Nazioni Unite seguitano a denunciare esecuzioni sommarie, anche all’interno di strutture sanitarie: nell’ospedale di maternità Saudita, sono state uccise 460 persone. Si registrano inoltre omicidi di massa, stupri su basi etnica, saccheggi, rapimenti, sfollamenti forzati e attacchi contro operatori umanitari e volontari della Croce Rossa Internazionale.
Secondo l’OMS, non vi è più alcuna presenza sanitaria o umanitaria attiva in città e l’accesso agli aiuti rimane completamente bloccato. Tutto ciò avviene nel silenzio assordante dei media e nell’impunità più assoluta.
Il silenzio, purtroppo, sembra essere la regola in gran parte dei conflitti contemporanei, dove più della metà degli sfollati interni sono bambini, e quasi un terzo di loro ha meno di cinque anni. L’UNICEF segnala che, anche nelle aree dove gli sfollati possono tentare di rientrare, la presenza di ordigni inesplosi e il limitato accesso ai servizi essenziali mettono gravemente a rischio la vita dei più piccoli. Nel frattempo, la carestia continua a diffondersi, i tassi di vaccinazione diminuiscono e circa il 90% dei bambini non frequenta la scuola. Le epidemie si moltiplicano, aggravate dagli effetti della stagione delle piogge: acque contaminate, pessime condizioni igienico-sanitarie, sfollamenti continui e movimenti forzati di popolazione.
Se in passato le gravi violazioni erano concentrate in regioni come il Darfur, il Nilo Azzurro e il Kordofan del Sud, oggi si registrano episodi in oltre la metà dei diciotto stati del Sudan. Come in una tempesta perfetta, la carestia è ormai una realtà in dieci località, oltre 25 milioni di persone, più della metà della popolazione sudanese, sono vittime di insicurezza alimentare acuta.
Solo un’azione collettiva concreta potrà avviare un percorso di apertura agli aiuti e una road map collettiva verso una stabilizzazione duratura. Ma a più di due anni dall’inizio dei combattimenti, l’inazione della comunità internazionale ha spinto il Sudan sull’orlo del baratro. Non basta riconoscere la gravità di questa emergenza: occorre agire e farlo subito. La guerra in Sudan resta uno dei drammi umanitari più dimenticati del nostro tempo. Mentre i riflettori dei media e delle istituzioni internazionali si spostano altrove, il conflitto continua a distruggere una popolazione stremata ma ancora resiliente, come tutte le vittime delle crisi invisibili che il mondo preferisce non vedere. Non dimentichiamo che dietro ogni vittima, c’è un volto, una storia, una dignità sacra da proteggere sempre. Questa dignità è assoluta, universale e inalienabile, appartiene a ogni persona a prescindere dalle sue caratteristiche e non può essere tolta.
Papa Francesco ha definito la guerra come una sconfitta e un crimine contro l’umanità, un’assurdità che porta solo distruzione e sofferenza e che è sempre un furto a chi ha fame e bisogno. Le sue frasi sulla guerra e la pace sottolineano il coraggio necessario per il dialogo e il negoziato e la necessità di deporre gli strumenti di morte per armarsi invece di giustizia, amore e misericordia. Cosa dobbiamo fare che non facciamo? Questa è la domanda che risuona dentro di me e che vorrei risuonasse come una campana a martello per tutto il resto del mondo.
Mesi di inazione da parte di quei Paesi che possono spendere la loro influenza per fermare il conflitto hanno contribuito ai crimini di guerra che si commettono in questi giorni a El Fasher. Non siamo davanti a guerre diverse: è un’unica ingiustizia con molte frontiere.