Mosaico di pace, aprile 2026

In Russia, la libertà di informazione è negata. Eppure i giornalisti non tacciono.

Il giornalismo indipendente russo è sotto attacco e non solo dal 24 febbraio del 2022, giorno del lancio dell’aggressione all’Ucraina. Lo è da decenni. Il nome della giornalista della Novaya Gazeta, Anna Politkovskaja, è l’unico veramente conosciuto in Italia e nel mondo. Eppure la lista dei suoi colleghi uccisi nello svolgimento del loro lavoro è interminabile e dovrebbe richiamare l’attenzione e sensibilità del giornalismo indipendente mondiale e nostrano. Di fatto, i giornalisti indipendenti russi di oggi sono come erano gli scrittori ai tempi dell’Unione Sovietica.

I giornalisti indipendenti sono tra quelle che Dmitrij Muratov, premio Nobel per la Pace nel 2021 e fondatore della Novaya Gazeta, il giornale in cui scriveva Politkovskaja, definisce spine dorsali della coscienza civile russa. La redazione di questa storica testata dell’opposizione, è stata decimata nel corso degli anni. Infatti prima ancora di Anna Politkovskaja, sono scomparsi: nel 2000 Igor Domniko. La sua aggressione è sempre stata considerata collegata alla sua attività professionale; nel 2003 Yuri Shchekochikhin che allora era vicedirettore del giornale oltre che parlamentare. Le sue indagini giornalistiche su casi di corruzione fecero tremare chi era al potere. Schekochikhin per primo studiò il sistema mafioso italiano per comprenderne le similitudini con quanto andava sviluppandosi in Russia. Le versioni ufficiali secondo cui la sua morte sarebbe stata naturale e conseguente a una forte allergia è sempre stata contestata dai suoi colleghi e gli esperti indipendenti che hanno sostenuto la tesi dell’avvelenamento; nel 2009 Natalya Estemirova che collaborava a stretto contatto con Politkovskaya in Cecenia per la Novaya Gazeta ed era una nota figura di Memorial venne uccisa; nello stesso anno venne ucciso Stanislav Markelov, l’avvocato che più volte aveva difeso Novaya Gazeta e diverse vittime delle azioni militari russe in Cecenia; insieme a quest’ultimo morì sotto i colpi d’arma da fuoco la giornalista freelance Anastasia Baburova mentre indagava sull’assassinio del collega Markelov. Una scia di sangue terribile di cui da noi davvero si è riportato e si dice poco quando non si tace del tutto. Eppure, queste persone che hanno dato la vita per svelare la verità sui misfatti sono la testimonianza del ruolo insostituibile del giornalismo indipendente che fa i conti con la censura e la repressione. Una censura e repressione che vede oggi un lungo elenco di giornalisti in carcere, condannati a diversi anni di reclusione. Tra questi, secondo l’associazione Memorial ve ne sono almeno 57 per ragioni politiche. Ma come per tutti i cittadini che risultano detenuti o già condannati, una lista precisa non è nota a nessuno poiché le notizie si hanno solo su coloro che hanno avuto testimoni dell’arresto o che hanno fatto in tempo a rendere nota la propria condizione. Le accuse si basano prevalentemente su post dei giornalisti condivisi nei social media. In altri casi vengono perseguiti per diffusione di presunte "fake news" sull’esercito. Nella sostanza riportare gli effetti delle bombe e dei droni e delle altre azioni dell’esercito russo equivale a discredito. Riportare le informazioni sulla morte dei civili e la distruzione di infrastrutture civili è di per sé considerato un crimine. In questo scenario la libertà d’informazione è annientata. Del resto in questi anni e soprattutto dall’invasione dell’Ucraina, non solo le testate indipendenti più note anche all’estero e diffuse nelle grandi città, ma anche decine e decine di testate locali indipendenti hanno subito la censura bollati con il marchio “agenti stranieri”. Come anche tante organizzazioni della società civile, diversi mezzi di comunicazione indipendente sono state classificate come “organizzazioni indesiderate” e quindi impossibilitate a operare all’interno del paese. Questo ampio mondo dell’informazione indipendente che nonostante tutto continuava a operare nel Paese è stato colpito da procedimenti penali o quando fortunati soltanto amministrativi e in molti sono stati costretti a lasciare il paese. Una condizione in esilio che soprattutto per i più piccoli e meno noti, è diventato un destino difficile in cui l’unica possibilità per sopravvivere è fare qualunque cosa meno che il proprio lavoro di giornalista, e fare i conti con il primo ostacolo rappresentato dalla possibilità di ottenere asilo, nel paese dove si è cercato rifugio, e persino dei documenti d’identità validi per essere riconosciuto e esercitare dei diritti. UN problema che caratterizza molti cittadini russi che hanno abbandonato il paese per evitare l’arresto per le proteste contro la guerra a cui si è partecipato e o l’arruolamento. Basti ricordare le file alle frontiere quando venne avviata la prima mobilitazione per mandare gli uomini al fronte. Naturalmente quando parli con persone in questo stato sono loro stessi a ricordare che la loro situazione è niente al confronto con il dramma che sta subendo il popolo ucraino con morte e distruzione. Sempre secondo dati diffusi da Memorial nel solo 2024, sono stati ben 13 i giornalisti condannati al carcere, come mai negli anni precedenti. Nel 2025, sette operatori dei media sono già stati condannati e incarcerati. Va anche riportato il caso dei giornalisti stranieri tra cui soprattutto quelli ucraini perseguiti con l’accusa di spionaggio. Oggi è molto importante ricordare i giornalisti che sono in carcere e cercare di mobilitare l’opinione pubblica, a cominciare dalla categoria dei giornalisti. Serve scrivere loro lettere e cartoline per fargli sapere che sappiamo e li sosteniamo. In molti casi è stato detto dagli stessi prigionieri politici che ricevere una lettera o una cartolina da “fuori” rappresenta una ragione per resistere alle vessazioni e all’angoscia della detenzione. Di questo ha scritto Maria Ponomarenko giornalista su cui il potere si accanisce con una durezza spietata. Maria ha 47 anni ed è madre di due figli. La Novaya Gazeta ha scritto di lei che è si una giornalista ma è anche “semplicemente una persona molto premurosa. La sua colpa un solo post pacifista. Uno. Un terzo procedimento penale è stato aperto contro di lei "per aver turbato la vita carceraria". Maria è stata la prima vittima della legge sulle "fake news", entrata in vigore dopo l’avvio della cosiddetta Operazione Militare Speciale come le autorità russe chiamano la guerra lanciata contro l’Ucraina. Sempre sulla pagine della Novaya Gazeta si legge che “Maria è stata arrestata per avere semplicemente scritto un post su un canale Telegram. Aveva espresso la sua opinione. Le autorità che l'hanno incarcerata credono che non possa esistere un'opinione diversa.” E che “La vita di questa donna è stata sconvolta per quattro anni. Sconvolta da provocatori, da amministratori di carceri e centri di detenzione preventiva, da persone in toga, da persone in uniforme. Oggi è un nervo scoperto. Vive la sua prigionia con incredibile difficoltà. Anzi, non riesce ad accettare né a convivere con gli abusi e le condizioni disumane. È costantemente rinchiusa in celle di isolamento, celle di punizione e ospedali. Tre tentativi di suicidio. Dopo l'ultimo, ha perso molto sangue e ha avuto bisogno di una trasfusione. I carnefici, approfittando della sua naturale emotività, vulnerabilità e persino di un pizzico di irascibilità, hanno trasformato la vita di questa giovane e bella donna in qualcosa di orribile. Eppure, ci sono abituati. Per loro è la normalità. “Del resto secondo il giornale, il ritiro della Russia dalla Convenzione europea contro la tortura e i trattamenti o punizioni disumane fa altro che dare mano libera ai carcerieri e persecutori. Per Maria, sono in molti a temere il peggio e che possa finire in tragedia se non smettono di torturarla. Come lei il giornalista condannato a 5 anni e mezzo di reclusione per aver diffuso "notizie false" sull'esercito russo nell’agosto del 2023, è stato Mikhail Afanasyev caporedattore della rivista online "Novy Fokus" originario della Khakassia. La giornalista e attivista Olga Komleva, è stata arrestata il 27 marzo 2024. Nel luglio 2025 è stata condannata anni a 12 anni di carcere, per diffusione di "notizie false" sulle forze armate e per presunta partecipazione a un gruppo "estremista". Come in altri casi il suo processo si è svolto a porte chiuse. Ha collaborato con RusNews seguendo diverse manifestazioni di protesta tra cui quelle seguite alla condanna del noto attivista Fail Alsynov in Baschiria. Komleva era già stata multata nel 2021 per aver partecipato a manifestazioni a sostegno del politico poi morto in cella ed essere stata volontaria nella sede della fondazione di Alexei Navalny nella città di Ufa. Altri operatori dei media come Antonina Favorskaya, Sergei Karelin, Konstantin Gabov e Artyom Kriger, sono stati condannati con pesanti pene detentive. Come ha dichiarato la segretaria generale di Amnesty International, Agnès Callamard, “ Semplicemente per avere esercitato in modo pacifico i loro diritti umani.” E denuncia che “Questi procedimenti giudiziari fanno parte di un’ondata repressiva ben più ampia. Le autorità russe hanno avviato oltre 100 procedimenti penali per presunte donazioni alla Fbk, designata arbitrariamente come organizzazione ‘estremista’ e, più recentemente, ‘terroristica’. Questa persecuzione diffusa e sistematica contro le persone ritenute vicine a Navalny aumenta di anno in anno per portata e intensità. Con la nuova designazione di ‘organizzazione terroristica’, i suoi sostenitori rischiano sanzioni ancora più severe, fino all’ergastolo”. Basterebbe questo limitato elenco di casi di giornaliste e giornalisti per capire che la libertà di informazione in Russia è negata. Del resto se l'organizzazione internazionale Reporters Without Borders nel suo indice sulla libertà di stampa del 2025 classifica la Russia al 171° posto su 180, non è un caso.


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