Mosaiconline, Mosaico di pace giugno 2026
Il XXIV Sinodo della Chiesa Evangelica Luterana in Italia
C’è un modo di stare al mondo che non fa rumore. Non perché non abbia nulla da dire, ma perché ha imparato che le parole pesano, e che quelle pesanti non si sprecano. I luterani italiani lo sanno da secoli — da quando essere luterani in Italia significava essere stranieri due volte, per lingua e per fede.
La terza seduta del XXIV Sinodo della Chiesa Evangelica Luterana in Italia, riunito a Roma dal 30 aprile al 3 maggio 2026, è stata la fotografia di una Chiesa che sta cambiando, che sa di dover cambiare, e che ha scelto di farlo senza cedere alla fretta né all’angoscia.
Un Sinodo luterano non è un consiglio di amministrazione, anche se a chi non lo conosce dall’interno potrebbe sembrarlo: si parla di bilanci, di sedi, di quote societarie. Ma la forma sinodale è, in sé, una dichiarazione teologica. Dice che le decisioni non cadono dall’alto, che la comunità è soggetto e non oggetto della propria vita. In un’epoca in cui le istituzioni faticano a giustificare la propria autorità, questo non è un dettaglio. È la sostanza.
Il motto sinodale — “All’opera per il raccolto del Signore”, tratto da Matteo 9,37-38 — è stato declinato nel culto d’apertura da Kirsten Thiele, vice decana uscente, con una franchezza raramente udita in un’assemblea ecclesiastica: “Forse abbiamo troppi bagagli. Gesù chiedeva bagagli leggeri”. Un invito non ornamentale: descriveva la condizione reale di una chiesa che deve scegliere cosa portare nel cammino che viene, e cosa lasciare sul ciglio della strada.
Il nodo più difficile del Sinodo ha un nome preciso: otto per mille. Nell’estate 2025, senza preavviso, il Ministero dell’Economia ha trattenuto un terzo della somma assegnata alla CELI – risultato di errori commessi negli anni passati da alcuni CAF sindacali. Il Decano uscente Carsten Gerdes – il Decano è, nella struttura luterana, la figura di guida pastorale e rappresentanza dell’intera Chiesa – lo ha detto senza giri di parole: “È stata la decisione più difficile degli ultimi quattro anni”. Il Concistoro, il consiglio direttivo della CELI, ha voluto seguire la via del dialogo con il Ministero per un confronto che possa portare a una ragionevole soluzione.
Sul futuro della struttura, il Sinodo ha poi deliberato la costituzione di una commissione che entro il 2027 dovrà presentare una proposta di riorganizzazione delle sedi pastorali in tutto il Paese. Non è solo un’operazione di bilancio. È la risposta a una domanda che la CELI si porta dietro da anni: come essere Chiesa in Italia – non Chiesa di stranieri in Italia. Perché la CELI non è certo la riserva germanofona che era: le generazioni dei luterani stabili in Italia sono ormai italiane, le comunità si sono arricchite di persone senza alcun legame con la Germania.
L’apertura verso l’altro non è per la CELI una scelta congiunturale. A gennaio, a Bari, la chiesa luterana ha partecipato con altre sedici chiese cristiane — cattoliche, ortodosse, riformate — a un evento comune nell’ambito della Settimana mondiale di preghiera per l’unità dei cristiani. Non un gesto simbolico: la pratica dell’ecumenismo come forma ordinaria di esistenza ecclesiale, in un paese in cui il pluralismo religioso fatica ancora a essere riconosciuto come ricchezza.
Comprendere la fede luterana non è semplice in Italia. Si tende a confonderla mettendo insieme tutto e tutti: il protestantesimo italiano, l’evangelicalismo americano che benedice le guerre, o il pentecostalismo che fa rumore. Non è così. I luterani hanno una storia teologica secolare, una tensione permanente tra grazia e responsabilità, una tradizione sinodale che è l’opposto del protagonismo. E portano il peso di una storia complessa — che include certo il silenzio delle chiese tedesche di fronte al nazismo ma anche e soprattutto la resistenza di chi, come Dietrich Bonhoeffer, teologo luterano, pagò con la vita la scelta di non tacere. Quella storia non viene rimossa: viene portata, come si porta una ferita che ha insegnato qualcosa di fondamentale.
Una chiesa che non fa mistero dell’importanza che le risorse hanno per l’impegno sociale oltre che ecclesiastico, ma che parte dall’ascolto dei beneficiari dei microprogetti sociali che ha scelto di sostenere, che riduce le sedi perché la realtà lo chiede, che prega insieme alle altre chiese cristiane — sta dicendo con i fatti cosa significa essere chiesa oggi. Non un monolite che dispensa certezze. Ma una comunità cristiana che cammina, che prova a portare i bagagli giusti, e lascia sul ciglio della strada quelli che rischiano di appesantirne il viaggio.
In questo contesto i nuovi decani eletti si chiamano Johannes Michael Ruschke, pastore della comunità di Venezia, e Tobias Brendel, pastore della comunità di Torino.
Ruschke, 45 anni, originario della Vestfalia, dottore con lode in teologia con una tesi su Paul Gerhardt e la tolleranza religiosa del XVII secolo, ha già collaborato con la CELI nel 2007 con un tirocinio in Sicilia e vi è tornato nel 2024. Il versetto che lo accompagna è del Salmo 31: “Tu, o Dio, m’hai messo i piedi in luogo favorevole” — non un versetto trionfante, ma il riconoscimento tranquillo che il luogo in cui ci si trova è il luogo da abitare.
Brendel, dalla Franconia, ha alle spalle il servizio civile all’Esercito della Salvezza, sei mesi di missione tra tre continenti, tredici anni in una comunità rurale bavarese, poi Torino. Al Sinodo ha detto: “La Chiesa non è il progetto di un singolo. È il progetto e la missione di Dio”. Non è un luogo comune — è una teologia della responsabilità condivisa.All’opera per il raccolto del Signore. Buon cammino, Johannes. Buon cammino, Tobias. E buon cammino, CELI.