Diritti
Qualifica Autore: Ricercatore dell’Associazione Antigone

Mosaiconline, Mosaico di pace settembre 2026

Il XXII Rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia dell’associazione Antigone

Il carcere in Italia sta attraversando una delle fasi più drammatiche, una regressione strutturale e ideologica che l’associazione Antigone ha impresso nelle pagine del suo XXII Rapporto sulle condizioni di detenzione, efficacemente intitolato “Tutto chiuso”. Il rapporto traccia la radiografia di un universo che, in particolare negli ultimi anni, ha progressivamente sbarrato le proprie porte sia verso l’esterno sia al proprio interno.

Questa tendenza alla chiusura non rappresenta un semplice mutamento amministrativo, ma una precisa e sistematica torsione delle politiche penitenziarie che incide quotidianamente sulla pelle di migliaia di persone ristrette, costrette a consumare le proprie esistenze in un tempo sospeso e nell’isolamento all’interno di celle sempre più affollate e fatiscenti.

Nuove regole
A ridisegnare i confini sono state soprattutto una serie di circolari emanate dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP). Regolamenti burocratici apparentemente solo tecnici, ma dall’impatto devastante, che hanno stabilito, ad esempio, il divieto per i detenuti del circuito dell’Alta sicurezza e delle sezioni ordinarie della Media sicurezza di svolgere attività di socialità nei corridoi delle sezioni, costringendo di fatto oltre il 60% della popolazione detenuta a trascorrere la quasi totalità della giornata dietro le sbarre, riducendo il tempo fuori dalla cella alle sole canoniche ore d’aria.
La capillarità e la rigidità di questo controllo si spingono a livelli paradossali, come dimostrano le disposizioni che vietano persino la collocazione dei frigoriferi nei corridoi delle sezioni, imponendone lo spostamento in stanze apposite che, in un sistema caratterizzato da un sovraffollamento medio oltre il 139%, risultano semplicemente introvabili o indisponibili.
Quest’architettura della reclusione agisce come un dispositivo che inaridisce ogni spazio di fiducia e trasparenza, svilendo progressivamente il ruolo dei direttori d’istituto a favore di una gestione puramente securitaria affidata alla Polizia Penitenziaria, un processo culminato nell’introduzione della figura dell’agente sotto copertura all’interno delle sezioni detentive, una misura destinata a distruggere il già difficile equilibrio tra custodi e custoditi.
La progressiva fortificazione del carcere si manifesta con particolare durezza nel progressivo isolamento della società civile. Una circolare dell’ottobre 2025 ha imposto l’obbligo di un’autorizzazione centralizzata da parte dell’amministrazione centrale per qualsiasi iniziativa che preveda l’ingresso di persone esterne negli istituti che ospitano sezioni di Alta sicurezza, collaboratori di giustizia o regime di 41-bis. Poiché questa tipologia di circuiti è presente in circa 70 dei 189 penitenziari italiani, la burocrazia centrale ha di fatto congelato o severamente limitato le attività in oltre un terzo delle strutture del Paese, colpendo indiscriminatamente anche i detenuti della Media sicurezza ristretti nei medesimi complessi. Gli effetti sul territorio si sono tradotti in una sequenza sconfortante di interruzioni e divieti che hanno spento laboratori storici ed eccellenze trattamentali che per anni avevano rappresentato ponti solidi tra il dentro e il fuori: a Padova sono state ostacolate le storiche attività della redazione di Ristretti Orizzonti, a Saluzzo è stato proibito un incontro tra studenti e ristretti dell’Alta sicurezza programmato nell’ambito del Salone del Libro, a Milano Opera è saltato l’appuntamento del laboratorio di lettura “Fine pena ora”, mentre le attività teatrali di Genova, Asti, Monza e Roma Rebibbia hanno subito pesanti ritardi, limitazioni o la totale esclusione del pubblico esterno. Solo di recente, nel maggio 2026, a fronte di un coro unanime di proteste e critiche, il DAP ha operato una parziale marcia indietro limitatamente alla sola Media sicurezza, restituendo le competenze autorizzative per le attività ai Provveditori regionali, lasciando però intatta la morsa centralistica che stringe il resto degli istituti.

Infanzia reclusa
Questa metamorfosi repressiva produce dati dall’impatto mediatico e sociale sconvolgente, indicatori drammatici che svelano il volto più duro delle attuali politiche governative. L’elemento che desta maggiore allarme e profonda indignazione nell’opinione pubblica è il clamoroso aumento, nello spazio di un solo anno, del numero dei bambini innocenti reclusi in carcere insieme alle loro madri, passati tragicamente da 11 a 30 unità, a causa degli ultimi pacchetti sicurezza che hanno prodotto questo incremento.
A fare da contraltare a questo inasprimento interno è l’esplosione dei ricorsi presentati dai detenuti e accolti dalla Magistratura di Sorveglianza per trattamenti inumani e degradanti, legati principalmente alla violazione dello spazio vitale minimo di tre metri quadrati a persona: tra il 2018 e il 2024 questi ricorsi sono quasi raddoppiati, toccando la cifra record di 5.837 provvedimenti positivi nel solo 2024 e superando i 30.000 accoglimenti complessivi nell’arco di sette anni. Si tratta di numeri spaventosi, enormemente superiori a quelli che originarono la storica sentenza Torreggiani della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, la quale scaturì da circa quattromila ricorsi.

Sovraffollamento
La condizione sistemica di questa catastrofe umanitaria resta l’ipertrofia del sovraffollamento, una realtà che i numeri descrivono in tutta la sua insostenibilità: al 30 giugno 2026 la popolazione detenuta ha raggiunto la quota di 64.773 persone, tra cui si contano 2.891 donne e 20.351 cittadini stranieri. La crescita dei flussi detentivi ha subito una preoccupante accelerazione nell’ultimo periodo, registrando ben 439 presenze in più nel solo mese di aprile e un incremento delle presenze negli ultimi dodici mesi di 1.991 unità.
Il tasso di affollamento medio a livello nazionale ha raggiunto la percentuale intollerabile del 139,1%. Camminare nei gironi penitenziari italiani significa imbattersi in 73 istituti che registrano tassi di affollamento superiori al 150%, e in ben 8 realtà limite dove si è superata la soglia del 200%: spiccano le situazioni invivibili di Lucca al 240%, Foggia al 225%, Grosseto al 213%, seguite da Lodi al 212%, Milano San Vittore, Brescia Canton Mombello e Udine tutte attestate al 210%.
Un’analisi rigorosa dei dati smentisce categoricamente la narrazione comune secondo cui tale crescita dipenderebbe da un aumento della criminalità. Gli ingressi dalla libertà sono in realtà in flessione, fermatisi a 42.005 nel 2025 rispetto ai 43.489 dell’anno precedente, così come continua a diminuire l’incidenza della custodia cautelare, che oggi interessa il 24,1% dei ristretti totali. I tassi di criminalità nel Paese sono stabili da oltre sei anni, attestandosi intorno ai 2,4 milioni di delitti complessivi, con una variazione dell’1,2% in sei anni che non evidenzia alcun allarme, accompagnata da una diminuzione dei furti e un trend in costante calo degli omicidi volontari commessi in ambito familiare o affettivo.
Altra chiave di volta dell’affollamento risiede nell’allungamento progressivo delle pene definitive, che rappresentano ormai il 75,4% dei presenti. Chi entra in carcere oggi vi rimane per tempi molto più lunghi rispetto al passato: i detenuti con condanne comprese tra i 5 e i 10 anni sono saliti al 30,4%, e quelli con pene tra i 10 e i 20 anni sono cresciuti al 16,8%, mentre calano percentualmente le condanne più brevi.
Questa dinamica è il riflesso diretto dell’impronta penalpopulistica impresso dall’azione legislativa del governo, un’architettura repressiva che non ha eguali nella storia recente, caratterizzata dall’introduzione dall’inizio della legislatura di oltre 50 nuovi reati, più di 60 nuove aggravanti e oltre 60 inasprimenti sanzionatori che erodono i margini di accesso ai benefici.
L’irrigidimento del sistema si scontra frontalmente con il dettato costituzionale dell’articolo 27, che individua nella rieducazione e nel reinserimento la finalità delle pene. I dati sul numero di carcerazioni precedenti certificano il fallimento sistemico dell’istituzione carceraria intesa come strumento di reinserimento: appena il 40,8% dei detenuti si trova alla prima esperienza dentro, mentre ben il 45,9% vi è già stato da una a quattro volte, il 10,6% tra le cinque e le nove volte e il 2,7% ha superato le dieci carcerazioni precedenti.
Nemmeno il fondamentale diritto all’affettività e all’intimità, a due anni dalla pronuncia della Corte costituzionale, trova un’applicazione omogenea, sviluppandosi sul territorio nazionale attraverso iniziative sporadiche, come le stanze dedicate a Terni, Padova, Parma, Torino o Bollate, mentre altrove, come a Secondigliano, le strutture rimangono completate ma inutilizzate, lasciando migliaia di legami familiari sospesi nel vuoto. Anche l’universo della giustizia penale minorile è investito da una crisi senza precedenti, con un aumento dei ragazzi detenuti nei venti Istituti Penali per Minorenni pari al 52,5% dal 2022, un dato spinto dalle politiche del Decreto Caivano che ha allungato anche la durata media delle permanenze e costretto all’apertura precipitosa e inadeguata di nuovi istituti come L’Aquila, Lecce e Rovigo, mentre cresce del 25% in tre anni il controllo penale complessivo sui minori, un’emergenza a cui Antigone, Defence for Children Italia, Libera e altre associazioni rispondono promuovendo gli Stati Generali della giustizia minorile per riaffermare modelli educativi e inclusivi.
Per uscire da questa spirale distruttiva, Antigone propone una svolta radicale in quindici punti incentrati sul ritiro immediato di tutte le circolari che hanno chiuso il carcere, sulla depenalizzazione dei reati legati alle droghe, sulla drastica riduzione del sovraffollamento consentendo la detenzione domiciliare per fine pena inferiori ai dodici mesi, sull’aumento dei fondi per il lavoro professionale tramite la legge Smuraglia, sull’abolizione dell’isolamento diurno, sulla cancellazione delle norme sugli agenti sotto copertura, sulle madri detenute e sul reato di rivolta penitenziaria non violenta, restituendo al direttore i pieni poteri ed evitando la costruzione di poteri penitenziari paralleli, per riconsegnare dignità costituzionale a un sistema che non può ridursi a un mero magazzino di corpi dimenticati.


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