Donne
Qualifica Autore: Vicepresidente e direttrice esecutiva di fondazione Pangea ETS

Mosaiconline, Mosaico di pace settembre 2026

Memorie sul ritorno dei Talebani e il lungo gioco dell’oca nello scacchiere dell’Asia centrale.

Ricordo sempre con dolore quei giorni di metà agosto del 2021 che furono segnati dal ritorno dei talebani in Afghanistan. Lo ricordo con dolore perché è stato uno dei periodi più intensi della mia vita che ha tracciato un nuovo solco nella mia anima, come il Covid c’è un prima e un dopo.

Era inizio agosto quando le colleghe afghane ignare di quello che sarebbe successo, mi informavano che stavano selezionando le nuove beneficiarie del microcredito del progetto Jamila di Pangea per il semestre autunnale. Verso il 10 agosto cominciava ad arrivare l’eco dell’arrivo dei talebani e incalzavano le telefonate con lo staff per capire cosa bisognava fare. Stavano cadendo sotto l’avanzata talebana le prime città senza alcuna resistenza. In primis Herat, la città della cultura afgana, capace di generare iniziative meravigliose come il festival del cinema delle donne afghane. Questa zona è da sempre influenzata dalla civiltà millenaria persiano iraniana, che riesce a passare tra le gocce anche oltre ai limiti dell’attuale governo teocratico in Iran. Poi Mazar-e-Sharif, quella che è rimasta influenzata maggiormente dalle relazioni con i paesi della ex Unione Sovietica, non solo per la vicinanza geografica, le frontiere e l’alcool a buon mercato che è sempre arrivato di contrabbando dai paesi limitrofi, ma anche per l’influenza e le relazioni esercitate negli ultimi cinquanta anni dai signori della guerra locali, uno tra tutti Dostum, che ha governato queste aree.
Le eco erano terribili, i talebani arrivavano, giovanissimi e armatissimi, fanatici come sempre e avidi di dimostrare il proprio potere. Ad Herat, capitolata in un giorno, i talebani erano in cerca delle figure che avevano amministrato la città, che ricoprivano posti di potere, che avevano gestito il sistema giudiziario e via dicendo. Ma non ci sono solo i vertici, ci sono poi una miriade di persone che facevano parte dell’establishment: assistenti, segretari, guardiani, poliziotti, uomini come donne. E tutti indiscriminatamente venivano puniti per aver partecipato al governo precedente. Venivano puniti per aver sognato un altro Afghanistan diverso da quello Taleb.
Per farvi capire la crudeltà che ci stavamo preparando ad affrontare, all’idea che i talebani arrivassero a Kabul, devo raccontarvi qualche storia di orrore che ci giungeva dalle altre città capitolate.
Ho conosciuto Setara, nome di fantasia, lei era stata una vittima dei talebani. Aveva un importante posto di lavoro nel gabinetto del sindaco, composto da diverse persone, e purtroppo il giorno che sono entrati i talebani lei era proprio nel suo ufficio. Il figlio di 17 anni era andato a prenderla preoccupato che i talebani potessero arrivare prima di lui. Era stato proprio così, quando lui arrivò vide quello che non avrebbe mai voluto vedere. Sua madre fu stuprata davanti a lui per ben sette ore da un gruppo di “studenti del Corano” a punizione del lavoro che aveva svolto fino a quel momento.
Quando ho conosciuto Setara era sotto shock, come del resto il figlio. Lei aveva implorato il figlio di non parlare di quello che aveva visto al padre. Oggi sono in Europa e cercano di ricostruire la loro vita portando addosso un bagaglio emotivo di esperienza che stanno ancora cercando di capire come gestire.
Veniva colpito soprattutto staff di organizzazioni come Pangea, quelle che volevano portare sviluppo e migliorare la vita delle persone. Ricordo che avevamo ricevuto tra le tante richieste di aiuto quella di due dipendenti di una ong, a Mazar-e-Sharif, erano un fratello e una sorella. Erano sopravvissuti quando entrarono i talebani e praticamente uccisero tutte le persone del loro staff nella sede in cui erano. Loro avevano avuto la prontezza di nascondersi in due armadi dell’ufficio. Quando aprirono le ante dovettero camminare tra i cadaveri dei loro colleghi per scappare. Corsero verso casa loro. Ma nessuna casa era più sicura. I talebani cercavano documenti e indirizzi delle persone da eliminare o punire, come animali predatori cercavano di rintracciare le loro prede. Con esse anche le loro case così da occuparle ed impossessarsi di tutti gli spazi e le cose possibili. Infatti i talebani erano passati anche lì, tutti i familiari erano stati uccisi. Ora dovevano salvarsi da soli. Pertanto iniziarono il loro esodo disperato verso Kabul. Erano migliaia le persone come loro. In migliaia avevano deciso di andare verso la città principale, convinti che almeno lì ci sarebbe stata una sorta di “protezione”, dove ancora non erano arrivati i Talebani.
Tra l’11 e il 15 agosto il mio diaframma ha iniziato a lavorare in maniera anomala rispetto a tutto il resto della mia vita. Il 15 agosto sono arrivati i Talebani a Kabul e non hanno trovato nessuna resistenza armata.
Cosa avrei fatto se fossi stata un soldato afghano? perché avrei dovuto oppormi? Trump durante il suo primo mandato aveva negoziato accordi con i Talebani molto evidenti a tutta la comunità internazionale.
Gli accordi di Doha sono stati firmati il 29 febbraio 2020 in Qatar tra gli Stati Uniti d'America, dell'amministrazione Trump, e il movimento dei Talebani. Non era stato mai chiamato ai tavoli della negoziazione, durata mesi, l’allora presidente dell’Afghanistan in carica, eletto dalla popolazione, Mr. Ghani, un ex funzionario economista della Banca mondiale. Nessuna delle mie amiche attiviste afghane, io compresa, si capacitava come tutto questo fosse stato possibile davanti a tutta la comunità internazionale. L'intesa aveva stabilito il ritiro graduale delle truppe americane e della coalizione internazionale dall'Afghanistan, aprendo la strada al ritorno al potere dei Talebani nell’agosto del 2021.
Nessun esercito afghano avrebbe retto allo scontro militare con i Talebani senza l’appoggio internazionale. Il re era nudo.
Per me che lavoro dal 1999 sull’Afghanistan con le donne, durante il primo “giro” dei talebani, che avevo messo gran parte della mia vita a cercare di ricostruire futuro in Afghanistan con le donne e con Pangea, era come ritrovarsi nella casella nera del gioco dell’oca. La casella della Morte (o teschio), che si trova di solito al numero 58. Quando ci si gioca, chi vi capita sopra, quasi arrivato alla meta, subisce la penalità massima. Deve ricominciare il percorso da capo, annullando tutti i progressi e riportandoti all’inizio, mentre l’avversario avanza tranquillo. In questo caso l’avversario era barbuto, senza limiti, armatissimo e impunito. La maggioranza era composta da giovanissimi che venivano dalle zone rurali profonde dell’Afghanistan, quelle quasi mai toccate dai progetti di sviluppo delle grandi agenzie delle Nazioni Unite, di USAID, dell’Unione Europea o dei governi vari della Comunità Internazionale (GTZ, JICA, CIDA, etc. etc.) ma, a volte, toccate e ferite dalle operazioni militari antiterrorismo che hanno spesso ucciso in maniera indiscriminata la popolazione che non aveva nulla a che fare con quel meccanismo. Giovani provenienti da una condizione di povertà ed ignoranza endemica a cui era stata data una opportunità di rivalsa, tramite una ideologia semplicistica. In definitiva gente incastrata nel proprio meccanismo di rivincita perché esclusi da venti anni di futuro passati. L’avversario ignorava tutto quello in cui credo: i diritti umani e delle donne, la solidarietà, l’empowerment, la Pace e la non violenza.
Il 14 agosto durante una lunga riunione in lacrime con le colleghe di Pangea in Afghanistan, terrorizzata all’idea che i talebani potessero trovare i nominativi delle nostre beneficiarie, abbiamo concordato di bruciare gli archivi di quasi venti anni di lavoro in Afghanistan, esattamente dal 2003 periodo in cui ho vissuto per qualche anno con loro. Ricordo la loro resistenza, ricordo lo sforzo e la violenza che abbiamo fatto su di noi per farlo. Migliaia di disegni fatti dalle donne durante le sessioni di alfabetizzazione, salute e diritti, schede con loro indirizzi, cosa avevano fatto con il microcredito, vite e gioie generate, salute riacquistata, bambine e bambini andati a scuola, vita, vita, vita. Il mio diaframma da quel giorno non ha più funzionato bene.
Non ero sola, con me la mia famiglia in primis che mi sosteneva, poi tutti noi di Fondazione Pangea e molte più persone che si possa immaginare!
Milioni di persone afghane cercavano in maniera disperata una via di fuga immediata dall’Afghanistan senza nessun progetto per il domani.
Fuori dal Paese, milioni di persone guardavano attonite i fatti di quei giorni. Tutti chiedevano aiuto e in massa si riversavano all’aeroporto di Kabul. Noi, come tanti altri, eravamo alla ricerca di una irrazionale soluzione per salvare i colleghi e le colleghe, gli amici e le amiche, i loro familiari ma anche le persone conosciute per caso sui social media. Parlo di irrazionalità perché il solo pensiero di “salvare” genera il senso di impotenza. Ci siamo attivati. Il resto è storia di ieri e di oggi. Il nostro impegno insieme a quello delle varie articolazioni dello Stato Italiano nel “salvare” le persone. Realizzare che siamo un Paese capace di solidarietà vera, mettendo insieme i pezzi di un puzzle e facendo divenire ciò che si pensa impossibile possibile. Ciò accade quando la volontà di tante persone della società civile, più o meno organizzata, e della politica di uno Stato vanno nella stessa direzione all’appuntamento che ti dà la Storia. Ciò ha permesso di imbarcare a Kabul in diversi voli per l’Italia all’epoca circa 5000 persone afghane.
Pangea ha contribuito per un migliaio: i colleghi e le colleghe, quelli delle altre organizzazioni non governative, i difensori e difensore dei diritti umani, persone di rilievo ma anche gente comune, come una donna poliziotta sola con la figlia, o una madre con cinque bambine piccolissime dai due agli otto anni, il marito era stato ucciso perché attivista. Insomma il resto è storia ed è una storia complessa, lunga e dolorosa per essere contenuta in un solo articolo.
Quando è stata fatta esplodere una bomba all’aeroporto di Kabul, il 26 agosto 2021, si sono interrotti i ponti aerei verso qualsiasi Paese.
Da quel giorno, ricordo, ho ricominciato il gioco dell’oca ripartendo dalla casella zero, dopo una telefonata di una donna, quella con le cinque bimbe piccole piccole, finita in ospedale. Nuove situazioni, nuovi bisogni, nuove sfide, risposte e soluzioni.
L’unica consapevolezza è che niente è impossibile. Fondazione Pangea c’è ancora e anche il mio diaframma malconcio.
Conosco centinaia di persone e donne afghane in Italia ed in Europa che vogliono un cambiamento nel loro Paese e ne conosco ancora di più in Afghanistan. Quello che chiedere oggi è di non lasciare sola Pangea e non lasciare sola la popolazione afghana malgrado tutto. Solo la volontà di tante persone, che perdura nel tempo, crea il cambiamento positivo e necessario all’appuntamento della Storia che deve ancora arrivare, perché lo stiamo costruendo.
www.pangeaonlus.org


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